Dove ha messo il dito Marco Columbro sul finire degli anni ’80?

Uno se sta allegramente a ridere e ridere e sganasciarsi giocando a Trivial Pursuit ‘80s (capirai, ci vado a nozze: “chi muore e risorge in Dallas?”, “Chi era l’allenatore del Verona campione d’Italia?”, “Chi era Dorina Vaccaroni?”, “Chi conduceva Tandem?”, “Chi faceva parte delle Bingo Girls di TeleMike?”) in uno dei locali suoi preferiti, quando d’improvviso s’apre la porta d’ingresso. Uno sguardo, due sguardi.

Passo indietro.

Ci sono tante cose facili, nella vita. Una di queste è rievocare il passato con patetica nostalgia, cospargendolo di melassa revisionista. Molto più facile, almeno per me, è rievocare con clamoroso nitore e nettezza uno dei cinque giorni più belli della mia vita (prima o poi vi racconto anche gli altri nove, so che non vedete l’ora). 13 agosto 2004. Un ristorante libanese in pieno Chelsea. Saremo una quindicina. Siamo tutti mezzi brilli. E mangiamo. E beviamo. C’è gente che viene dalla Polonia, da Trastevere, dalla Comasca, dalla Spagna, dalla provincia di Enna, dalla Corea. E ci sono io. E si beve, ancora. E poi si balla, e si beve, e si ride, e si balla, ancora. Nel mezzo della notte. La cucina di un ostello occupata in piena notte, mentre gli immancabili Oasis la fanno da padrona, come al solito, mentre un tizio francese in mutande viene ricacciato indietro nella sua stanza da questa strana accozzaglia rumorosa. E mi metto in mezzo, a raccontare e spiegare l’esatta postura maxillo-facciale dei palermitani quando parlano e devono chiedere un’informazione. E’ un bel mettersi in mezzo, se mai ti sfiora la dolce voluttà di voler essere altrove. Ci sei, in quell’istante, e non te ne rendi conto, ma te ne rendi conto. Alle sei del mattino, ad aspettare un autobus notturno con il cielo più azzurrerrimo che mai ricordi, senza parole ma una sola beata espressione e con un orizzonte infinito davanti a te, e poi a correre su e giù per linee della metro prese a casaccio, e poi ancora a dire addio a tante facce che non rivedrai –non puoi, non devi!-, e poi ancora correre fuori dalla linea marrone e mettersi di traverso a un coach diretto in Francia che aveva già smesso di aspettarti e se ne stava andando mentre tu ebbro di tutto cominci a gesticolare come tutti gli italiani e come tutti gli italiani cominci ad inventarti scuse su scuse mentre il tipo che organizzava il viaggio a basso costo ti guarda in faccia che barcolli e ridi e ti insulta in inglese sprezzante: I soliti italiani!, e poi ti spari una decina di ore di pullman e alla fine dell’interminabile giorno sei lì, nel bel mezzo del quartiere Latino in Paris, che te la ridi e te la respiri a pieni polmoni.
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 “Che piacere rivederti!”
Piacere misto ad imbarazzo misto ad incredulità.
“Ti avevo già incrociato un giorno a San Lorenzo. Ma solo dopo qualche minuto avevo realizzato chi fossi. Sai com’è. No? Insomma, come stai? Hai più sentito nessuno?”

E mio malgrado, mi trovo ad affaticare la memoria, a spingerla là, laddove si sta così bene, a toccare nomi e facce e colori e movimenti e gesti. Sì, sento ancora qualcuno. Mi sembra tutto così strano. Continuiamo a guardarci, come a cercare –e trovare!– i segni del tempo che è passato. Passato. Un mese può sembrare poco. Ma è una scansione di tempo che mi si confà. Un mese, e basta. Due anni e mezzo fa. In between.
“Allora ciao, magari ci ribecchiamo in giro per Roma!”

Già. E torno alla mia vita provvisoria di adesso. Titoli di coda. Ogni riferimento a fatti, persone, cose è puramente causale. Compresa questa:  Please don’t go crazy, if I tell you the truth, No you don’t know what happened.

Dissolvenza. 

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