Il solito dei viaggi

Ancora non ho capito se è una cosa cui devo abituarmi, stoicamente, o un vanto tremendo&sofferto da esibire con l’orgoglio di chi fa parte di una schiera di eletti. Parlo della mia sicilianità.
Aeroporto.
“Bonjour, monsieur, vous avez…?” segue richiesta in francese che capisco ma cui non so dare continuità. Perciò:
 “Do you speak english?”
Quello: “Yes. But where are you from?”
“Italy”
“E allora parliamoci in italiano!!!”
Sorrisi.
“Allooora, le stavo dicendo che…”
“Ma sei di Palermo?”
“Sì, perchè, si sente?” e dire che mia madre al telefono mi ha appena esclamato: “Ti ha fatto bene sta mesata in Francia, hai perso completamente l’inflessione! Bravo che ora sai pure il francese!” e io ho acconsentito silente, incapace di arginare l’orgoglio materno spesso ingiustificato.

E da qui in poi, dal minuscolo aeroporto di Grenoble, il viaggio si fa un po’ più leggero, con un vetraio che sta girando il mondo, che ha più aneddoti di quanti onestamente ne possa contenere una vita intera (“ho sputato in testa al vicepresidente americano” la chicca), uno che ne ha viste e che ne vuole ancora vedere (“in Italia sai cosa ci vuole? Una bella dittatura! E te lo dice un antifascista convinto!” Meno male, penso io). E poi ancora una coppia anziana (cioè tipo sessant’anni: a sessant’anni si è anziani?), ma di quelle attive, che si girano il mondo per poi tornare sempre al centro di tutto, Roma. E i discorsi si intrecciano, Roma, e la Sicilia, e Palermo. “Bellissima città. Ma…” E io che non so mai che atteggiamento tenere di fronte a quel MA, se giustificarmi o vantarmi o confermare le avversative o che. E così, il lavoro, Scienze della Comunicazione che rispunta sempre come un fungo. “Roma è sempre Roma, la più bella del mondo”, dice la signora, la donna della coppia “anziana”, portatrice sana di saggezza. Diciamo ovietà, ma lei le dice in un modo ‘altro’. Ci capiamo al volo, nonostante le decine di anni di differenza.
E’ vero, Roma è unica, penso, uscendo all’aria di Fiumicino. Il sole, i quindici gradi, il tepore che sembra già marzo e mi viene da urlare, mentre butto da una parte sciarpa e cappello e guanti. Urlare contro chi, a favore di chi, non so. Il trenino per la città sta già rombando, mentre ripenso a quel “Mi raccomando” pronunciato davanti al nastro dei bagagli, un “Mi raccomando” di una nonna per un nipote, occhi che si intendono al volo, un nipote qualsiasi che risponde senza parlare ad una nonna qualsiasi. Mi spoglio di ogni ruolo, niente barriere generazionali e linguistiche. E’ un “mi raccomando” che apre e chiude parentesi, che inizia e conclude, che non necessita di ulteriori sovraccarichi esplicativi. “Mi raccomando”, formula neutra, automatica, ma mai così sincera. “Grazie”. “Buona fortuna”, dico, rivolto a lei, e a tutte le facce di tutti i colori, coreani, brasiliani, giapponesi, iraniani, friulani, polacchi, trasteverini, che mi rendono il senso di tutto, come al solito.

2 Replies to “Il solito dei viaggi”

  1. Esibisci con orgoglio la tua sicilianità… ma non nascondertici mai dietro…

    Tipo un tizio catanese che conosco: fa una piazzata allucinante alla sua ragazza e poi si giustifica dicendo: “Scusa, ho fatto la solita figura del siciliano geloso…”

    No! Hai fatto la figura del testa di cazzo che sei…!

    Sbaglio?

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