lunedì 31 ottobre 2011

E se mi piglia la nostalgia, me ne vado al consolato


 

aparisE poi c’è da prendere la metro 9 fino a La Muette, uscire, girare a sinistra, poi a destra, ritrovarti in un grazioso condominio dove c’è scritto

CONSOLATO ITALIANO A PARIGI, CITOFONARE E PRESENTARSI

Il citofono sta appeso a una porta a specchio in cui si può capire se questo lunedì prefestivo in cui Parigi non ha voglia di fare un cazzo che d’altronde tutto il mondo è ponte, insomma mi sono svegliato all’ultimo, ho i capelli per aria e dopo una fila di dieci minuti (si entra uno alla volta, grazie), il custode mi fa Posi la tracolla per terra e poi passi davanti al metal detector.
Non squilla niente, entro. Si avvicina una guardia giurata e mi fa: Dobbiamo controllare i suoi effetti personali, so che è fastidioso ma devo farlo, sa com’è, la sicurezza.
Io dico: Va bene, prego, si figuri, rimanere vivi è la priorità, mi rendo conto
La guardia tasta i miei effetti personali e mi dice A posto, prego, si accomodi, vada all’Accoigl. Vado all’Accoigl e una signorina mi fa: Prego. Io dico: Ho preso un appuntamento sul sito. La signorina dice: prego, si accomodi in sala e attenda il suo turno. Qualcuno la chiamerà.

Bòn, che ci faccio in Consolato?
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venerdì 28 ottobre 2011

Feticci parigini: la levetta della metro che fa Sdonghete


 

 

 

Se sei già stato a Parigi ti sarai accorto che per uscire dai vagoni delle metro a volte hai dovuto usare una levetta. Non sempre. Alcune linee sono ormai automatizzate e le portiere si aprono da sole. Ma le altre, quelle un po’ rustiche di una volta, te le devi autogestire. Nel senso che non azioni la levetta, non esci. La levetta ha un suono tutto suo: Sdonghete.

 

Quindi sei già stato a Parigi. E hai già preso la metro una-di-quelle-con-levetta. Bene. Avrai notato che la levetta funziona solo in certi momenti. Quando il vagone è fermo, per esempio. Oppure, quando sta rallentando ed è quasi fermo. Sì, lo so, ti sarai a un certo punto chiesto: ma come si fa a capire quando è possibile ruotare la levetta evitando di fare stock-stock-stock come un furetto impazzito? Semplice: nell’aria a un certo punto si libra uno sbuffo, uno sfiato. Concentrati, puoi farlo pure con gli occhi chiusi. Appena senti lo sfiato, ecco, quello è il momento un po’ tipo liberi tutti in cui puoi usare la levetta. Ma non attendere troppo. Anche un paio di decimi di ritardo saranno fatali, e un parigino o una parigina a caso muoveranno la levetta al posto tuo, non prima di averti spostato di peso con la sola forza del pensiero, al contempo sussurrandoti nel timpano un Pardon così sgraziato di farti pentire di non aver letto in tempo questo post.

 

Dunque la levetta. Dopo un po’ è facile, lo fai in automatico, fidati. Alla fine del videogioco, quando avrai completato tutti i livelli, sarai persino in grado di scendere dal vagone in movimento senza colpo ferire: sfiato-levetta-zompo. Ma attenzione, è solo per parigini abili et esperti. Rischi di farti male.

 

L’aneddoto più drôle relativo alla levetta è questo. Ci sono io che entro a Vavin e scendo le scale, passo il navigò, supero il tornello e sento con l’orecchio bionico la metro che arriva. Siccome ho fretta che devo fare una cosa importante, inizio a correre come se non avessi due ginocchia, mi scapicollo per una lunga rampa di scale a 7 a 7, giro l’angolo e vedo che il vagone più vicino a me è chiuso. Dietro c’è un signore con talmente tanti baffi che sembra una parrucca. Gli faccio cenno con un braccio di aprire le porte, lui aziona la levetta, le porte si aprono e, proprio mentre suona l’allarme di chiusura, a un passo da un sogno-che-muore, ecco che mi produco nel classico Volo A Planare Per Esser Ricordati Qui. Allegato: placcaggio di allegra comitiva germanofona. Risate.

 

Speriamo che le metro automatizzate non soppiantino mai le metro antiche e scarcagnate. Non tanto per gli omini che perderebbero il lavoro, whatever, quanto per la levetta. Vive la levettà, Vive la republique.

 


 


martedì 18 ottobre 2011

Tristi disappunti per italiani abitanti a Francia: Nutella e pasta Barilla ne sont pas la même chose


 

aparisMa poi questi italiani transalpini a se stessi dovranno pure incontrarsi, e dimenticarsi di quel sottobosco chiamato ‘nasali’, e spalancare finalmente a piacimento quelle benedette vocali, senza che qualcuno arricci fronti, aggrotti nasi e via disprezzando.
E poi, dopo che si incontrano, e parlano del più e del meno, del cinema e dell’affanno a stare dietro a tutti questi film che escono ogni semaine, e del tempo e di già lalàna, e di Repubblica oui o Repubblica pas, e l’hai visto a Canal+ cos’hanno detto di noi, ma noi chi?, ma il figlio di quei due alla fine è nato?, ma chi se ne frega, tanto l’anno prossimo rivince preciso, insomma

sei lì, in un qualche bistrot a Ménilmontant o chissà, e a un certo punto, finiti i devoirs, on s’amuse con l’evergreen tra gli evergreen: il cibo. Ma mica le solite litanie sul caffè (ohh da quanto sto qua mai bevuto un caffè come da noi, infatti cari, non so come dircelo, noi qui non siamo da noi) o sulle pizzerie che si spacciano per italiennes ma in realtà dietro c’è gente di Bolivia o di Egitto. No, c’è una tutto sommato new entry che italiani espatrioti si trovano d’accordo che più d’accordo non si può:

La pasta Barilla e la Nutella Ferrero qui, a Francia, hanno un sapore diverso 

(Ohhh stupore)
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giovedì 6 ottobre 2011

Gli zombie sobri che leggono camminando (o camminano leggendo)


 

Il mondo si divide chiaramente in:

 

 

a) quelli che leggono e
b) quelli che leggono camminando (o camminano leggendo: se ci sono sfumature di senso trovatele voi)

 

Divisione per fortuna sproporzionata. Di solito mondo è posto discutibile in cui vivere, e gente altrettanto, ma in questo caso no. Quelli che leggono camminando, quanti sono? L’uno per cento? Il due per cento? Comunque troppi. Certamente trasversali. Capitali del mondo, cela va sans dire. A Petralia Sottana mai visto uno camminare leggendo. Ma a Petralia Sottana sono stato una sola volta in vita mia.

 

Ok, dicevo. Loro, li vedi uscire dalla metro e percorrere questi lunghi corridoi, e poi salire le scale, sempre con gli occhi sulle pagine, e poi fuori all’aria aperta, sui marciapiedi. Degli zombie dall’ossimoro incistato: zombie sobri. Loro vanno dritti, a prescindere, e riescono a evitare pali, gradini, buche nel terreno. Sono salvi e sfruttano al doppio il tempo che han dato loro. Io quelli che leggono camminando li odio, forse perché tutte quelle cose assieme non riesco a farle. Se cammino, cammino. Al limite guardo le figure. Se leggo, leggo. E se ci sono le figure, pure quelle.

 

C’è un’ipotesi, però, in base alla quale io potrei forse non odiare quelli che leggono camminando. E cioè che essi facciano finta. Che si sparino le pose. Un modo per reclamare attenzione, you know, facendo finta che non gliene importa. La gente è capace di molto. Allora, in quel caso, no, non li odio. Io quelli che si sparano le pose mi divertono, li sgamo subito, a volte gli faccio buh!, loro si spaventano ma poi sfodero uno dei miei sorrisi e loro si calmano, sanno che io so, ma capiscono subito che io non nacqui spione. Con me stanno al sicuro. Però, ora che ci penso, non è che io posso pure accollarmi i processi alle intenzioni in positivo. Che me frega, che me ne cale. Per cui, bòn, se uno legge camminando legge camminando. Punto. E ogni volta che vedo uno che legge camminando ecco, io, penso sempre a quanto sarebbe moralmente ineccepibile fargli un bello sgambetto. Così, per vedere l’effetto che fa.

 

 


lunedì 3 ottobre 2011

Riot on a dirty Paris


 

Tre di notte. O del mattino. Gare de l’Est. L’N1, il Noctilien Circulaire è appena partito. Anzi, non si è proprio fermato. Scoppiava di gente. Come sono arrivato fin qui. Ah boh. Dicevano che Paris, i mezzi pubblici, la Nuit blanche, tutto doppio, vedrai vedrai. Ho visto, come no. La 14 è aperta tutta la notte, ma a me fregaminchie. A me serve la 12. La 12 è chiusa. Ma in alcuni punti è aperta. Allora ditelo, merde. Non ora non qui. Taglio perpendicolari. Inciampo in questo N44 che mi porta dove sono. Gare de l’Est. Dicevo. L’N1, quello che fa tutte le fermate del mondo, quello mi serve. Il display dice che il prossimo passa tra 7 minuti. Ci sono genti, tante genti. A un certo punto, in un punto alla mia sinistra, manco troppo lontano. Un rumore tipo SGNIOK, una mandibola che salta. Infatti. Due cinesi se le stanno dando. Disantaragione. Arrivano altri bro, tutti cinesi. Chiamala zuffa. La nuvola di polvere, Bud Spencer, quelle robe lì. Non mi preoccupo, so già il finale: i cinesi non muoiono mai. Tu hai mai visto un cinese morto?

Due ragazze sui trampoli, arrivano, barcollano, vanno. Fischi, di’ pure approvazione. Vola una bottiglia. Schivata. Dalla curva compare un OHOH, ecco l’N1. Miracolo. Si ferma qui, davanti a me. Salgo. Mi siedo. Hai presente tutto il mondo del mondo? È qui, adesso. Sta salendo. Una zampogna farcita, questo autobus. Francesine parigine, francesini parigini, coppie miste e coppie siste, madri e figli, passeggini ripieni d’infanti che fanno crowd surfing, gang black and white, antellò, italiani russi rumeni giapponesi, ci siamo tutti, allora, via.

Vascello tremebondo, in questo caracollare d’anime, frena, tutti avanti ohoh, a sinistra ohoh, sul ponte sventola un ‘ça va?’ che non ottiene risposta, è un attimo, voce che si alza e comincia a battere sui vetri, uomini che gridano, hai paura del buio?, i pugni continuano, pugni sul vetro, ma tu, nella vita, qual è il tuo obiettivo?, ehi dici a me che sto sfasciando tutto?, e che ne so io, a me mi chiamano Terrore. Senti tu, Terrore, sfogati pure, tanto. L’autista si è fermato. La testa appoggiata sulle mani intrecciate. Fate fate, tanto nessuno sale nessuno scende. Guardo fuori dal finestrino. Siamo, come si suol dire, in mezzo alla strada, da qualche parte, pressi di Gare de Lyon. E loro, Terrore e gli amici suoi urlano e battono sui vetri. Yawn, che noia. Dieci a uno che non ce la fanno. Oh, i francesi sono bravi a costruire i vetri dell’autobus. Lo sanno tutti. Ma che stiamo aspettando? Ah ecco, la gendarmerie. L’autista apre la portiera. Salgono due manganelli, poi due distintivi. E ora? E poi? Chissà, la notte era un tutt’uno. Avviluppo di nostalgia. Ciao bro, ci mancherai, ci mancherete. Dura vita, fare i ribelli. Ma adesso dai, andiamo, riportami a casa, ho sonno, non c’ho più l’età per trovarmi in mezzo a rivolte da quattro soldi. La prossima volta portatevi almeno un martello, e che cazzo. 

 


mercoledì 28 settembre 2011

Cose che succedono a vendere acciughe fritte e carpaccio di polpo per le strade di Culiacan


 

L’amica Playmobil mi segnala L’incredibile storia di Karla Flores, quattro volte miracolata in un solo giorno. Storia che farebbe venire un orgasmo multiplo a Shondona, anzi Shondona se ci leggi la vogliamo nel season finale di stagione.


Lo scorso 6 agosto la pescivendola Karla Flores stava camminando per le strade di Messico quando all’improvviso “le è arrivato in faccia un proiettile di Rpg. La testata esplosiva le ha sfondato la mandibola, le ha strappato metà dentatura e, invece di uscire, sfondarle il cranio, ucciderla, si è fermato in bocca. La donna, 32 anni, è caduta a terra, semi incosciente con quell’ogiva che poteva esplodere da un momento all’altro, ma che comunque la stava soffocando“.
Un caritatevole automobilista l’ha portata in ospedale, “ma quando dalle radiografie è stato evidente che quell’oggetto incastrato tra le ossa del suo viso era una bomba ancora in grado di esplodere e uccidere chiunque nel raggio di 10 metri, nell’ospedale è stato il fuggi fuggi”
(Il fuggi fuggi).
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sabato 24 settembre 2011

La Farsa di Law and order SVU 13×01: Dominique Strauss-Kahn, Franco Nero, “Berlusconi is the geppetto”


 

law_order_svuOgni produzione televisiva che si rispetti ha i suoi bravi schiavi addetti al Ritaglio dell’Attualità: giornali, forbici e cannibalizzazione del reale. Tutto Fa Brodo, o Media, fate voi.

Law and order SVU 13×01, Scorched earth

Immaginiamo una serie come Law and order Special Victim Unit. Maggio 2011, scoppia lo scandalo Dominique Strauss-Kahn. Bingo! Noi! Noi ci occupiamo di vittime! Noi! Bisogna trovare una storia attuale, con cui aprire la nuova stagione, che Chris Meloni non c’è più. Bene, eccola, ce l’abbiamo: il Potente, l’Abuso, la Vittima Debole, l’Accusa, la Difesa. Un Universale Narrativo, un pozzo senza fine da spremere. Sì, ma come?

Ce l’ho. Innanzitutto una bella scritta bianca su sfondo nero: The following story is fictional and does not depict any actual person or event. (Certo). La storia, come la impostiamo? Perché spremerci troppo? Il politico sulla cresta dell’onda e la cameriera dell’albergo: li abbiamo già. Perfetto. Ma non sarà un po’ troppo? Che ci frega, noi lo diciamo: toh, un altro caso DSK! Così non rompono il cazzo. Ma il politico lo facciamo francese? No, facciamolo italiano, tanto per chi ci guarda Parigi o Roma, che differenza fa? E gli altri dettagli? Beh: al posto del cellulare facciamo il computer portatile (genio!), il politico lo arrestiamo direttamente sull’aereo, in procinto di partire (drama! tensione!). E la cameriera di dove la facciamo? Boh, prendi uno stato africano a muzzo, il Sudan va bene? Perfetto.
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    giovedì 24 aprile 2014
  • EnchantéBenjamin-Isidore-Juveneton-insta La Cité de la Mode et du Design è uno dei luoghi meno parigini e più londinesi della città (senza che nessuno, di qua e di là, si offenda). Negozi di design, street food, il museo de l’Art Ludique (che in questo momento ospita la mostra L’art des super-héros Marvel). E, fino ad agosto, Enchanté, continua...