lunedì 31 ottobre 2011

E se mi piglia la nostalgia, me ne vado al consolato


 

aparisE poi c’è da prendere la metro 9 fino a La Muette, uscire, girare a sinistra, poi a destra, ritrovarti in un grazioso condominio dove c’è scritto

CONSOLATO ITALIANO A PARIGI, CITOFONARE E PRESENTARSI

Il citofono sta appeso a una porta a specchio in cui si può capire se questo lunedì prefestivo in cui Parigi non ha voglia di fare un cazzo che d’altronde tutto il mondo è ponte, insomma mi sono svegliato all’ultimo, ho i capelli per aria e dopo una fila di dieci minuti (si entra uno alla volta, grazie), il custode mi fa Posi la tracolla per terra e poi passi davanti al metal detector.
Non squilla niente, entro. Si avvicina una guardia giurata e mi fa: Dobbiamo controllare i suoi effetti personali, so che è fastidioso ma devo farlo, sa com’è, la sicurezza.
Io dico: Va bene, prego, si figuri, rimanere vivi è la priorità, mi rendo conto
La guardia tasta i miei effetti personali e mi dice A posto, prego, si accomodi, vada all’Accoigl. Vado all’Accoigl e una signorina mi fa: Prego. Io dico: Ho preso un appuntamento sul sito. La signorina dice: prego, si accomodi in sala e attenda il suo turno. Qualcuno la chiamerà.

Bòn, che ci faccio in Consolato?
Continua a leggere

 


lunedì 3 ottobre 2011

Riot on a dirty Paris


 

Tre di notte. O del mattino. Gare de l’Est. L’N1, il Noctilien Circulaire è appena partito. Anzi, non si è proprio fermato. Scoppiava di gente. Come sono arrivato fin qui. Ah boh. Dicevano che Paris, i mezzi pubblici, la Nuit blanche, tutto doppio, vedrai vedrai. Ho visto, come no. La 14 è aperta tutta la notte, ma a me fregaminchie. A me serve la 12. La 12 è chiusa. Ma in alcuni punti è aperta. Allora ditelo, merde. Non ora non qui. Taglio perpendicolari. Inciampo in questo N44 che mi porta dove sono. Gare de l’Est. Dicevo. L’N1, quello che fa tutte le fermate del mondo, quello mi serve. Il display dice che il prossimo passa tra 7 minuti. Ci sono genti, tante genti. A un certo punto, in un punto alla mia sinistra, manco troppo lontano. Un rumore tipo SGNIOK, una mandibola che salta. Infatti. Due cinesi se le stanno dando. Disantaragione. Arrivano altri bro, tutti cinesi. Chiamala zuffa. La nuvola di polvere, Bud Spencer, quelle robe lì. Non mi preoccupo, so già il finale: i cinesi non muoiono mai. Tu hai mai visto un cinese morto?

Due ragazze sui trampoli, arrivano, barcollano, vanno. Fischi, di’ pure approvazione. Vola una bottiglia. Schivata. Dalla curva compare un OHOH, ecco l’N1. Miracolo. Si ferma qui, davanti a me. Salgo. Mi siedo. Hai presente tutto il mondo del mondo? È qui, adesso. Sta salendo. Una zampogna farcita, questo autobus. Francesine parigine, francesini parigini, coppie miste e coppie siste, madri e figli, passeggini ripieni d’infanti che fanno crowd surfing, gang black and white, antellò, italiani russi rumeni giapponesi, ci siamo tutti, allora, via.

Vascello tremebondo, in questo caracollare d’anime, frena, tutti avanti ohoh, a sinistra ohoh, sul ponte sventola un ‘ça va?’ che non ottiene risposta, è un attimo, voce che si alza e comincia a battere sui vetri, uomini che gridano, hai paura del buio?, i pugni continuano, pugni sul vetro, ma tu, nella vita, qual è il tuo obiettivo?, ehi dici a me che sto sfasciando tutto?, e che ne so io, a me mi chiamano Terrore. Senti tu, Terrore, sfogati pure, tanto. L’autista si è fermato. La testa appoggiata sulle mani intrecciate. Fate fate, tanto nessuno sale nessuno scende. Guardo fuori dal finestrino. Siamo, come si suol dire, in mezzo alla strada, da qualche parte, pressi di Gare de Lyon. E loro, Terrore e gli amici suoi urlano e battono sui vetri. Yawn, che noia. Dieci a uno che non ce la fanno. Oh, i francesi sono bravi a costruire i vetri dell’autobus. Lo sanno tutti. Ma che stiamo aspettando? Ah ecco, la gendarmerie. L’autista apre la portiera. Salgono due manganelli, poi due distintivi. E ora? E poi? Chissà, la notte era un tutt’uno. Avviluppo di nostalgia. Ciao bro, ci mancherai, ci mancherete. Dura vita, fare i ribelli. Ma adesso dai, andiamo, riportami a casa, ho sonno, non c’ho più l’età per trovarmi in mezzo a rivolte da quattro soldi. La prossima volta portatevi almeno un martello, e che cazzo. 

 


giovedì 1 settembre 2011

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate a Torino Porta Susa


 

SusaÈ agosto, un giorno qualsiasi. Sono le 15h50. Arrivo a Torino Porta Susa. Il binario è il 5. O il 6. Non importa. Tra poco meno di due ore devo prendere il treno per Paris Gare de Lyon. Ho del tempo da perdere. Un panino, una pisciatina, insomma le solite cose, mica grosse pretese. Sono carico come un mulo. I bagagli, normali. E poi una valigiona da venti chili chilo più chilo meno, piena di libri. Mi ero detto Tanto, devo prendere il treno. Esco dal binario. La scala, che non è mobile, mi porta in un corridoio in cui tutto è grigio e freddo come un ospedale che qualcuno non ha finito di costruire. Mi imbatto in un cartello. Il cartello fa segni strani, tipo Exit, Corso Inghilterra, cose così. E poi frecce. Frecce a destra, frecce a sinistra, frecce circolari, frecce a muzzo, frecce a cazzo. Seguo la freccia vicina alla parola Exit. Io sono abituato che le stazioni del mondo hanno i binari poi esci dai binari c’è un atrio, uno slargo, uno spiazzo, un cazzo, qualsiasi cosa. Torino Porta Susa no, Torino Porta Susa è speciale.

Alla fine della scala, un’altra, che non è mobile, manco questa, vengo sbalzato, io, le valigie e i libri, da un’ondata di caldazza come se tutte le casalinghe di Torino avessero dimenticato il forno acceso dal 1974. Esco fuori e scopro che l’Exit altro non era che una volgarissima Uscita Su Strada Tipo Metro. Faccio dieci metri a destra. Niente. Altri dieci a sinistra. Niente. Sono su Corso Inghilterra? Chi può dirlo. In giro non c’è un’anima. Il tabellone di una farmacia dice 41. 41 gradi. Di Torino Porta Susa manco l’ombra. Forse sono finito in un universo parallelo. L’universo in cui Torino Porta Susa non esiste. Non sarebbe male. Ma purtroppo non c’è alcun universo parallelo. Torno sui miei passi. Scendo la scala e trovo un ascensore. Chiamo l’ascensore. Entro nell’ascensore. Nell’ascensore ci sono tre tasti: il tasto 0 e il tasto -1 e il tasto APRILEPORTE. Pigio il tasto -1. Nell’ascensore c’è fresco. Meglio, il sudore mi si appiccica con più affetto alla polo. Esco dall’ascensore. Sono al binario. Il binario è quello da cui sono sceso poco fa. Possibile? Mi sento un puntino inseguito da un cursore, tipo Pac-man. Ma io non sono Pac-man. Ci fosse qualcuno a cui chiedere, chiederei. Di solito nelle stazioni c’è sempre qualcuno a cui chiedere. Ma a Torino Porta Susa No, Torino Porta Susa è speciale. Non c’è nessuno a cui chiedere. La verità è che Torino Porta Susa sembra caduta nel buco di culo del mondo. E io ci sono dentro con tutte le scarpe.
Continua a leggere

 


venerdì 19 agosto 2011

Volevo essere Boris Becker


 

Undici anni, qualcosa in più, chiesi a mio padre Pà, il judo mi fa cacare, voglio iscrivermi a tennis. Mio padre, che già vedeva in me un campioncino di judo, judo chissà perché poi, mi ci aveva iscritto di peso, a judo, fece la faccia a labbrino, disse Vediamo, Poi Vediamo. Quel Vediamo era una specie di porta spalancata sui miei futuri passanti incrociati di rovescio. Mi misi a camurrìa. Un attimo prima di farsi portare il cervello dal mio Allora Pà, avevi detto Vediamo, hai Visto?, mi guardò dall’alto in basso: Se dopo due mesi ti lamenti o vuoi cambiare di nuovo sport, ti pigghio a vastunate. Anche io ti voglio bene papà, pensai.

Il circolo era vicino casa, ed era il secondo circolo più prestigioso tra i tre di tutta la città. La retta annuale era molto elevata, ma d’altronde avevo undici anni, portavo già la riga di lato, non fumavo, non bevevo, non mi drogavo, ero quello che in gergo si dice un bambino modello.
Al momento di mettere la firma sull’assegno mio padre mi lanciò un’occhiata assassina che non scordai per il resto dei miei giorni. Ma io feci finta di niente, tutto impomatato nella mia tuta acetata azzurro cielo con bardature di giallo e bianco e, soprattutto, i miei polsini diadora al polso. Il vero è che io tutto quel casino l’avevo piantato per potermi mettere i polsini senza sembrare uno scemo. Che io i polsini diadora li portavo già nella vita di tutti i giorni ma a scuola effettivamente erano un filo fuori contesto. E i miei compagni, diciamolo, non erano così intelligenti da non farmelo notare. Su un campo da tennis nessuno si sarebbe accorto dei miei polsini diadora, persi tra decine di polsini diadora sui campi pieni di polsini diadora. Questo il mio piano, non faceva una grinza.

La prima lezione, il primo giorno, era settembre. Il maestro, un uomo alto un metro e mezzo, abbronzatissimo e con gli occhiali da sole, il Nick Bollettieri di San Vito Lo Capo, ci fece schierare tutti in fondo al campo per fare il discorsetto di inizio anno. Eravamo una trentina. Un silenzio tombale. Prima di cominciare il maestro disse due cose. La prima cosa fu A fine anno facciamo un torneo con gli altri circoli, non mi fate fare figure di merda. La seconda cosa, invece, fu: Ehi tu, tu con quei polsini diadora, chi sei, Boris Becker?

Non indossai più un polsino in tutta la mia vita.

(Post recente, 3 giugno 2011)

 


giovedì 11 agosto 2011

Volevo essere una rockstar


 

Una sera mia madre è tornata dal lavoro e mi ha detto: “Ho una sorpresa per te”.
Controvoglia ho posato il Guerin Sportivo e l’ho seguita in salotto.
Accanto al divano c’era una custodia per chitarra. Ho aperto la cerniera.  C’erano anche le corde. Ho guardato una pila di fascicoli e di musicassette di colore blu.
“E’ un corso per principianti. In poco tempo diventerai bravissimo” ha detto lei.
“Che bello”, ho risposto. “Grazie. Ora vado a finire l’analisi logica e la versione in prosa”.

Poco tempo dopo. Pranzo domenicale con parentado. E mia nonna. Dopo i cannoli mia madre ha detto: “Dai, Tieffemmino, vai a prendere quella cosa e facci sentire come sei bravo”. Sono andato.

Dopo tipo un quarto d’ora mia madre mi ha raggiunto in camera: “Oh ma si può sapere che stai facendo?”. Ho nascosto sotto il letto il giornalino che mi aveva passato il mio compagno Giamporcaro e son tornato in salotto.

 Mi sono messo al centro. Con la chitarra in mano. Ho pensato Non lasciatemi cantare.
Ho guardato mio zio Gerardo.
“Dopo questo pranzo ci vorrebbe proprio un bel sonnellino”, ha detto lui.
Poi ha ruttato e si è sbottonato i pantaloni.

Ho iniziato: “When I find myself in times of trouble…”.
Alla fine mia madre, con le lacrime agli occhi, ha fatto partire l’applauso generale.
Mia nonna si è alzata, è venuta accanto a me e mi ha allungato diecimilalire: “Così ti compri il gelato, nipotino mio. Adesso mi canti un’altra volta Jingle Bells?”. A ruota anche mia zia Santuzza: “Sì sì, Jingle Bells!”. Ho guardato lo zio Gerardo. Stava dormendo della grossa, con la bocca aperta.
Avevo undici anni, e lì ho capito due cose:
1) Scegliere di debuttare con “Let it be” e vedere l’uditorio, seppur vetusto, confonderla con una canzone di Natale era molto più che un chiaro segno del destino. Il mio futuro sarebbe stato lontano dalla musica
2) E il mio futuro sarebbe stato lontano
anche da quella famiglia. Era solo questione di tempo.

(Post evergreen pubblicato il 23 giugno 2010)

 


giovedì 28 luglio 2011

Una volta vigilai su Maria Latella che attraversava la strada senza accorgersi che il semaforo era rosso


 

C’è che quando cammino per le strade del mondo mi imbatto facilmente in persone portatrici di fama. Potrei farvi un elenco infinito ma per brevità vi cito il penultimo, beccato una sera che ero in vacanza a Trastevere, ma la Trastevere alta, quella non turistica, per intenderci, e cioè il figlio di Simona Izzo e Antonello Venditti (che, tra parentesi, andrebbe rivalutato moltissimo: ieri notte prima di dormire mi sono messo a fare l’elenco delle sue hit e ho scoperto che si arriva facile facile a venti, e non è da tutti). Dettaglio che può essere molto utile ai fini del contesto: Francesco Venditti sembrava molto sfavato.
Insomma, cammino nel tratto di Boulevard Saint Germain che va da Fnac fino a Starbucks, che dovevo andare al cinema, mica quei due Ugc uno fronte all’altro, no, l’Mk2 che c’è dall’altra parte della strada (tre multisala sempre pieni di gente in mezzo metro quadrato, io questi parigini proprio non li capisco: non c’hanno mai un cazzo da fare). E quindi sono fermo al semaforo, dopo aver superato la statua di Danton ai piedi della quale, chissà perché, stazionano sempre un numero x di sfasciallitti di varia estrazione. Oh, il tempo oggi è proprio una meraviglia, penso guardando il cielo grigio topo, quando mi volto e alla mia destra noto lei, la giornalista italiana Maria Latella.

 

 

Maria Latella è una donna elegante.
Continua a leggere

 


venerdì 8 luglio 2011

Io, la vecchia che si cacò, suo marito Muto, il gatto Refolo, il bimbo decenne, il tatuatore di cento kg: tornando a casa, cose


 

Che non sarebbe stato un volo come tutti gli altri l’avevo capito subito, quando avevo letto il posto che la graziosa signorina al check-in mi aveva assegnato: 2C. Che quando mi mettono nelle prime file dell’aereo succedono sempre cose. Ma d’altronde, quand’è che non succedono cose se nella stessa frase ci stanno parole come Ritorno, Palermo, Io?

Davanti a me, nella fila Uno ci sono un bambino di dieci anni, viaggia da solo, un motociclista tatuato di cento chili almeno (lo dirà lui stesso, dopo, che è un motociclista), una signora sui settantanni. E un gatto.
- Ma che bello questo gatticello! Fa la signora quando sale, un poco in ritardo. Di chi è?
- Mio, risponde con gli occhi a cuoricino smiagolante il motociclista tatuato e tatuatore di cento chili (lo dirà lui stesso, che è tatuatore, quest’ammasso di stereotipi ma non troppo).
- E come si chiama? La signora, sempre più incuriosita, tende il dito indice verso la grata da cui emergono solo due occhi giallo-cattiveria.
- Refolo
La signora fa un lieve movimento della testa da sinistra a destra, quasi un pendolo. Si vede che non ha capito bene. Rimane incerta qualche istante, a un passo dal ritirarsi strategico (come quando ti presentano delle persone nuove e le voci si accavallano e non si capisce niente e e così a fine serata, magari, i più ardimentosi chiederanno: Scusa, non ho capito il tuo nome), ma poi si prende di coraggio e chiede: Brufolo?
Il tatuato tatuatore si volta indignato: Ma quale brufolo e brufolo! REFOLO! Vero che ti chiami CIAF CIAF PRRR PRRR Refolo? Il tatuato tatuatore ora è tutto sdilinquito per il gatto che, peraltro, manco lo caca.

Intanto, in tutto questo, non siamo ancora decollati. C’è qualcuno che ancora deve salire sull’aereo. Io li odio quelli che fanno ritardo e li aspettano. Io quando faccio ritardo non mi aspetta mai nessuno e se ne vanno lasciandomi al mio paese. Questa cosa che deve salire gente la so perché intercetto il labiale dei due steward che parlano tra di loro, a pochi metri da me, convinti di essere protetti dalla tendina. No. Ah, e comunque, su questo volo non ci sono hostess, solo steward. E sono tutti del Nord.

Lo ammetto, vi contai una bugia. Il mio posto non era 2C. Il mio posto era 2A.
Continua a leggere

 


Post precedenti

    giovedì 24 aprile 2014
  • EnchantéBenjamin-Isidore-Juveneton-insta La Cité de la Mode et du Design è uno dei luoghi meno parigini e più londinesi della città (senza che nessuno, di qua e di là, si offenda). Negozi di design, street food, il museo de l’Art Ludique (che in questo momento ospita la mostra L’art des super-héros Marvel). E, fino ad agosto, Enchanté, continua...