martedì 17 maggio 2011

Notte buia alla corte di Francia


 

Una settimana fa, io, piazza della Bastiglia, di sera, migliaia di genti, genti festose, allegre, si beve, si balla, si festeggia il trentennale dell’elezione di François Mitterrand, era il 10 maggio ieri, è il 10 maggio oggi, le signorine attorno alla piazza distribuiscono giornali d’epoca, prendete è gratis, c’è un concertone, anche Paris ha il suo concertone e io sto cercando di farmi piacere le canzoni di Yannick Noah, quello che pensavo fosse tennista invece era l’uomo più amato di Francia, 10 milioni di dischi, batto il piede, assieme alla gauche parigina, che è tutta qua, ci sono i ventenni di oggi e quelli di ieri, quelli di oggi ballano a piedi nudi sul marmo, quelli di ieri rimangono in disparte, guardano da lontano, magari le mani ancora sui manubri delle bici, e c’è una bella aria, quasi estate, la polizia è in assetto di guerra ma si annoia e ognuno è qui a dare sostegno e il mio sostegno alla gauche sono io che trovo per terra questo iPhone 4 e lo raccolgo e urlo con la mano a megafono

CONTO FINO A CINQUE POI ME LO PIGLIO UNO DUE TRE QUATT-

ma poi una signora sui sancatàn lo reclama e io faccio l’indovinello Qual è l’immagine di sfondo dell’iPhone?, lei risponde giusto e glielo restituisco lei è felice io sono felice e questo era il mio sostegno alla gauche, e i giorni dopo i giornali Mitterrand di qua, sondaggi di là, ci sa che l’anno prossimo è la volta buona, e insomma la mattina Le Parisien titola DSK ancora primo il grande favorito  per diventare il nuovo messiè le presidà, ma la verità è che da qualche ora la notizia si è già diffusa e il conduttore del tg delle 13 sempre pettinato a modino stavolta ha il ciuffo fuori posto, l’avran buttato giù di corsa, dal letto all’alba, che magari lui ha pensato oddio la rivoluzione, e invece fuocherello, questa doveva essere una settimana diversa, per la gauche, ed eccoci qua, dalla nostalgia al sepavrè, che poi lo sapevano tutti, il segreto di Polichinelle, che a quello ci piacevano le femmine, però ecco beh insomma ma Lesetasunì possono davvero fare così, le manette ce n’era bisogno?, ma come funziona la giustizia in America?, eh, guardatevi The Good Wife e ne riparliamo, e non so, mi fanno tenerezza questi francesi, che cercano di elaborare questa secchiata d’acqua gelida nel solo modo che sanno, cioè parlare, parlano alla tv parlano sui giornali parlano nei bistrot, ieri una signora ha visto che leggevo Libé e mi ha chiesto Ma che ne pensate Voi di questo strano affare e io le ho risposto Abà Ge Pens che non lo so come è andata, aspettiamo i dati definitivi di tutte le circoscrizioni, però Giiz Figlio Mio che corri dietro alle sottane e al sadomaso e la signora annuiva Ouais, volevamo un altro finale per il nostro film, e queste genti, queste genti, proprio loro, ecco vorrei abbracciarmi l’esagono e dirgli Caro Esagono Io Lo So cosa si passa a vedersi su tutti i giornali del mondo in questioni di porcilaia, però poi no, in effetti non è la stessa cosa, no, Sarkozy per esempio non ha detto mezza parola ufficiale, ai suoi, in privato, ha detto solo Ci vuole compostezza e la compostezza non è una cosa che si impara, o ce l’hai o non ce l’hai, e loro ce l’hanno, e questa volta hanno ragione i media italiani, sono finite le parole, o forse son solo finite le menzogne, la Grande Francia è davvero sotto shock.

 


giovedì 5 maggio 2011

Se qualcuno possiede la Formula Segreta per il Caffè Perfetto beh ecco è venuto il momento di tirarla fuori


 

Avvertenza: questo è un post che fa tanto Era Ingenua Della Blogosfera, quindi se siete deboli di cuore e non sopportate i ricordi o gli errevuemme dei vostri amori, non andate avanti con la lettura. Se invece vi piace la nostalgia di quando sui blog si respirava quella sana aria di casereccio, di campagna, che la sera guardavamo il cielo stellato, prego accomodatevi (immaginate una qualsiasi canzone di Adele in sottofondo, grazie).

Premessa del tutto avulsa nel senso che non avrà diretta conseguenza sul resto del post: io il caffè migliore della mia vita non l’ho bevuto a Napoli, dove peraltro ho vissuto e dove peraltro il caffè è una cosa da perderci la ragione, ma l’ho bevuto a Milano, in un bar in centro un po’ scrauso quella volta che andai a Milano per il Telefilm Festival e in quei giorni di noia io ormai dei telefilm mi fregava cazzi e mi fermavo al bar almeno cinque volte al giorno per prendere il caffè più buono del mondo e ormai mi salutavo con simpatia col padrone del bar che secondo me non era manco meridionale cosa che avrebbe potuto giustificare l’anomalia che il caffè più buono del mondo io l’avevo bevuto a Milano.

Dunque che volevo dire, la scintilla di questo post era che stamattina mi sono svegliato, no, dopo una notte mezza insonne in cui mi sono letto mezzo libro di Roth però, lo dico, la colpa è mia che Roth non è certo uno di quelli che fanno venire il sonno, anzi, e se il tuo obiettivo a corto termine è *prendere sonno*, Philip, sto parlando di Philip, al limite anche Jospeph, ma Philip di più, cioè di meno, ecco non è il massimo, allora mi sono svegliato tutto intontito e c’era la caffettiera no, avete presente, che anche se vivo a Parigi la caffettiera non poteva mancare nella mia vita, ecco beh ho realizzato, mentre svitavo, sciacquavo e quelle cose lì, ecco ho capito questa cosa: ho perso il tocco.

Prima ero quello che la gente diceva Tieffemmino vai a fare il caffè tu sai fare le dosi un giorno ci rivelerai la Formula Segreta e io ahah sghignazzavo ma la mia formula era una sola e si chiamava A OCCHIO. Beh, ecco, sapevo che prima o poi mi avrebbe abbandonato e infatti A OCCHIO non è per sempre, cioè navigare a vista può dirti culo per un po’ ma nella vita, se non hai un piano o qualcosa del genere ti finisce come a me: o viene un caffè troppo liquido, o troppo stretto che si chiama velenoh!, oppure una broda puah che ti passa il prio. Ho provato a mettere l’acqua col misurino, il caffè contarlo granello per granello, niente: a me pare di fare sempre le stesse cose eppure sto sempre nell’angoscia di come mai verrà questo caffè. Il che da un lato è ahah divertente che regala un po’ di pepe alla vita che così niente è scontato dall’altro però io mi ritrovo con questa tazzina di vetro piena di una cosa scura che la guardo da sotto e di lato e si vede che ha tutti i crismi dell’imperfezione e io sono insoddisfatto.

Di sicuro non c’entra la regolazione della fiamma che qui a Francia da poco hanno inventato il gas ma io vivo in una casa con il fornello elettrico e prima il caffè mi veniva, anche col fornello elettrico dico, e adesso no, quindi boh, forse devo solo far finta di niente e prima o poi, tac!, senza pensarci mi verrà di nuovo un caffè buono, perché è proprio di caffè che stiamo parlando, anche se magari qualcuno stava pensando ad altro.

 


domenica 1 maggio 2011

Il Concertone del Primo Maggio


 

Quando vivevo a Palermo, gli anni delle menzogne, avevo quindiscianni, il primo maggio lo passavo sintonizzato su Raitre, sperando, semplicemente, di essere uno di quei tanti puntini sudati.

Poi nel 2001 mi sono trasferito a Roma e ovviamente, altri anni e altre menzogne, già non me ne fregava più niente di stare lì in mezzo a fare il puntino. Credo di non aver mai fatto un Concertone tutto filato. Ai miei amici che ci andavano dicevo sempre: voi intanto avviatevi, io arrivo.

E infatti arrivavo, di solito verso il tramonto. Parcheggiavo in una delle traversine di Via Manzoni e poi me la facevo a piedi, inciampando su bottiglie vuote e netturbini annoiati. L’eco della musica  che saliva man mano, gente che pisciava contro i muri, trenini e tarante, stranieri variamente assortiti, gente che non vedevo da anni “Anche tu al concertone?”, e quella generale aria di sospensione delle credulità. Prospettive laterali, a fare il sostenuto, braccia conserte, al limite il piede destro a percuotere, i Subsonica, e i Baustelle, e gli Afterhours, no Vasco mai.

E poco fa, mentre cercavo in tv la bandiera della Sardegna e con mia relativa sorpresa trovavo una bandiera italiana e la scritta Caltavuturo, che poi è un paesino in provincia di Palermo, mi è venuto in mente l’anno scorso, che ancora non sapevo che me ne sarei andato da Roma, ma già qualcosa si era spento. E poi mi è venuto in mente adesso, il pensiero che sto facendo, cioè che in quel viaggio in macchina in realtà stavo dando molte cose per scontate, tipo che in realtà non me ne stavo andando, e che a tornare che ci voleva e invece no, ci vuole eccome. 

 


venerdì 18 marzo 2011

Mio padre ha un nuovo cane ma non sa come chiamarlo


 

Mio padre non ha mai amato i cani. Gli animali, tutti. Per lui amare gli animali significava, fondamentalmente, sedersi a tavola e mangiare cose che prima erano vive e poi non più. Il suo piatto preferito è sempre stato l’agnello arrosto, quello che si mangia il giorno di Nostro Signore Resurretto.

E così, quando io, piccino memmedesimo tieffemmino, andai da lui chiedendogli un cagnolino che tutti i miei amici avevano un cagnolino, la sua risposta fu un lapidario: Abitiamo al quinto piano.

Non bastò andare a supplicare mia madre la quale ammantò il rifiuto di illogiche motivazioni tipo: Non ti compriamo il cagnolino perché il cagnolino poi muore e tu soffri. Il che non mi risparmiò alcuna sofferenza, anzi: peggio. Vissi il trauma dell’abbandono senza nemmeno averlo sperimentato, questo abbandono. Se vuoi ti compriamo il computer, mi dissero. Divenni in breve campioncino condominiale di tetris. Ma chi se ne fregava. Io volevo un cagnolino. La storia, breve, finisce con io che odio i cani e se ce n’è uno nei paraggi ci guardiamo in cagnesco.

L’anno scorso, mio padre. Un suo amico gli avanzava un piccolo cane di non so quale razza e gli ha chiesto: Dai, pigliatelo. Lui, mio padre, forse preso in un momento di debolezza che il Catania era alla sesta sconfitta consecutiva in campionato, si è trovato con questo piccolo cane in giardino. Il piccolo cane aveva già un nome. Il nome di questo piccolo cane era ARON (sì, come il bambino misterioso di Lost e sì, l’uso dell’imperfetto è uno spoiler, anche piuttosto grosso).

Tempo due giorni, e mio padre non c’ha capito più niente. Era tutto preso da ARON. Si è comprato uno stock di magliettine con su scritto I FIDO, è diventato vegetariano e si è tesserato presso la Lega Siciliana per la protezione degli animali, chiedendo di diventare Guardia Zoofila con delega alla Ronde sul Territorio. Insomma, un altro uomo.

Con cane ARON è andato tutto benissimo, mio padre lo ha vaccinato, lo ha portato regolarmente a fare i controlli dal veterinario, lo ha accudito amorevolmente. Ci ha anche presentati, a me e a ARON dico, solo che io odio i cani – d’altronde, con due genitori di quella portata – e quindi con ARON, ma giusto perché era uno di famiglia, c’è sempre stato un reciproco rispetto ma mai nulla di più. Anzi no, ora che ci penso, una volta gli ho anche portato da mangiare. Mezzo chilo di spaghetti al sugo.
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martedì 1 marzo 2011

French Community


 

A quanto pare “l’Ordine degli avvocati ha sospeso la mia licenza. Hanno scoperto che la mia laurea era, uhm, meno che legittima. Quelle colombiane qui non valgono, devo prenderne una in Francia. E non può essere l’allegato di una e-mail”.

Insomma devo tornare a scuola. Avete presente quelle scuole elementari con i banchi etc, che a fine giornata ospitano i corsi serali e, soprattutto, popolari? Ecco. C’è una sola condizione per avere indietro la laurea: devo frequentare il corso di francese.

Voglio Abed nel mio gruppo di studio.

 


lunedì 14 febbraio 2011

Il mestiere più antico del mondo


 

Il mondo si divide in quelli che quando viene la signora delle pulizie se cade una cosa sul pavimento non la raccolgono tanto poi viene la signora delle pulizie e quelli che quando viene la signora delle pulizie puliscono la casa prima, che si vergognano di far vedere alla signora delle pulizie in quale letamaio son capaci di vivere.

Io. Infatti ho appena finito di pulire, a fondo, il piano della cucina che c’erano macchie di caffè probabilmente di chi viveva qui durante l’occupazione tedesca e non volevo che la signora delle pulizie mi giudicasse così, subito, al nostro primo appuntamento.
Sì, sta per venire la signora delle pulizie. È cinese. Poi vi dico se è brava come Natascia di Ucraina che voleva solo un trattore.

 


martedì 8 febbraio 2011

La maglietta con il numero 23 comprata a Piazza Fiume


 

Dieci anni fa, appena arrivato a Roma, frequentavo l’Università a via Salaria, lì vicino, nei pressi di piazza Fiume, c’era questo negozio che vendeva magliette.

Me ne ricordo che ogni mattina ci passavo davanti, prima la targa nel punto in cui avevano ammazzato D’Antona, poi il forno che faceva la pizza bianca più buona di Roma, poi ancora il baretto dove avrei stappato lo spumante da quattro soldi il giorno della laurea che mia madre era tutta contenta e io invece davo sfogo al mio profetico fatalismo “Madre, c’è poco da essere allegri, oggi è l’inizio della fine”, e infine il negozio che vendeva magliette.

Ci passavo ogni mattina e in vetrina c’era questa maglietta. Nera con un numero rosso stampato sopra. Il numero era il 23. Era l’epoca in cui si portavano le magliette con i numeri sopra. Quindi un giorno entrai e la comprai. Che bello. Con quella maglietta ci feci un sacco di cose, ci andai a ballare, ci feci all’amore, ci feci l’esame di politica comparata, ci andai a correre, la usai come pigiama, ci traslocai una dieci cento volte. Finì in fondo all’armadio. Tutte le cose belle finiscono in fondo a qualcosa.

Qualche mese fa, c’è questa mia amica carissima, presente quando qualcuno vi dice la sorella-che-non-ebbi-mai?, ecco, lei, io la chiamai e le dissi “Guarda, questo salto carpiato transalpino a me stesso, che macello, ho un sacco di roba che non posso mica portarmi, la vuoi te?” e lei, la mia amica carissima che lavora in questo centro d’accoglienza, era tutta un fremito “Qua la gente non aspetta altro”. E così le portai, una sera poteva essere settembre, la tangenziale uscita Viale Castrense, il finestrino abbassato, le portai tutta una serie di cose in ottimo stato eh, tipo due giubbotti, alcuni maglioni, dei plaid, due paia di scarpe. In fondo c’era anche la maglietta con il numero 23.

Ieri. “Sai che è bello ma anche un po’ strano vedere gli ospiti del centro con i tuoi vestiti addosso? Per esempio la tua maglietta con il numero 23 rosso ce l’hai presente?, che proprio ieri passava sotto il mio naso indossata da un signore rumeno che sta facendo la radioterapia, Cosmin, si chiama Cosmin.”

 


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    giovedì 9 ottobre 2014
  • The new pornographersBrill_Bruisers_Cover      Anche l’autunno è una stagione come si deve, a patto di ascoltare almeno due volte al giorno Brill Bruisers, il nuovo disco dei New Pornographers: