martedì 24 aprile 2012

Per una Palermo da premio Oscar


 

La cosa bella di Palermo è che Palermo sa sempre regalarti dei più o meno piacevoli Gulp. Sotto elezioni, poi, non ne parliamo.
Prima Mammina, sei pronta?, poi la ricandidatura di Leoluca Orlando Cascio (uno dei più cari amici del football americano italiano e di Hillary Clinton, ricordiamolo).
Oggi, grazie all’Unità, scopro invece che tra i tanti candidati al consiglio comunale c’è anche un faccione bello-nutrito-e-conosciuto: Totò Cascio, Nuovo Cinema Paradiso, Peppuccio Tornatore, ah che belli i vecchi tempi, io mi ricordo, Agnese Nano, la poesia, sì ma qua dobbiamo mangiare.
Totò Cascio, per una Palermo da Oscar. No, mammina, non ero pronto:

 

 

L’Innocenza

 

 

 

 

 

 


mercoledì 14 marzo 2012

Mammina, sei pronta?


 

Palermo, via Libertà. Un enorme cartellone, metrate e metrate, su cui spicca un altrettanto enorme faccione sorridente. Massimo Costa. Un nome, un cognome, un ciuffo sbarazzino e un’asserzione-wannabe-spoiler, Il sindaco di Palermo. Nessun simbolo di partito, nessun colore, niente di niente. Se la politica, e togliamoci pure i se, si misura ormai da quant’è grosso il cartellone-che-fa-della-pubblicità, allora, mi penso mentre cammino, capace che questo Massimo Costa, tra qualche settimana, diventa davvero il nuovo sindaco di Palermo.

 

E infatti. Proprio ieri arriva una notizia che non sorprende nessuno: PDL, UDC e Grande Sud (lo spin-off pidiellino di Micciché) hanno siglato un Patto per sostenere Costa (che dice: la mia è una candidatura inclusiva, non chiudo le porte in faccia a nessuno). Voilà. Ma chi è Massimo Costa? Il provvidissimo Arco mi segnala il video della conferenza stampa di discesa in campo del Costa (“Sì, ho deciso di sacrificare tutta la mia vita per il bene della mia città. Me la sento”). Avete presente il mondo come l’avete finora conosciuto? Dimenticatelo. Niente più sarà come prima, dopo la visione di questo video. Attenzione ai primi due minuti:

 

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martedì 13 marzo 2012

Totuccio! Totuccio!


 

Esco dal portone, le quattro e mezza del mattino. Per strada non c’è nessuno, giusto un po’ di tepore carico di promesse. Cammino qualche centinaio di metri, fino alla stazione dei taxi. Ce n’è solo uno, spento. Mi avvicino, guardo dentro e vedo un signore, il tassista?, che dorme. In quel momento, dall’altra parte della strada deserta, sento un rumore di clacson, doppio, tipo peh peh. Un taxi, ha la luce verde, fermo al semaforo. Mi guardo attorno, solo io riflesso sul vetro della Banque Postale. Mi chiedo se il clacson venga da quel taxi o se, vista l’ora, io me lo sia appena sognato. Il taxi fa un’improvvisa inversione a U e frena di botto proprio davanti ai miei piedi. Un uomo, smilzo, quarantino, mi sorride: Ma non mi avete sentito prima? Poi prende il mio trolley, e mi fa: Dove andate? Orly Sud, gli rispondo.

 

All’uscita numero 15 c’è un bordello della madonna. Italiani! Alcuni parlano fitto fitto del lavoro che non c’è e del fatto che i giovani d’oggi non hanno più alc- Mi vado a sedere nel punto più lontano. Non c’è tempo per leggere il libro che ho in tasca, così scorro col dito pigro la timeline di twitter. Un mio contatto ha appena retwittato una sua intervista fatta a chissà-chi. Penso La gente non ha proprio un cazzo da fare alle cinque del mattino. Faccio un giro, Exki è aperto. La merce è esposta in bella mostra: croissant, pain au chocolat, minestroni fumanti, passato di broccoli, cose così. Penso Boh, e subito dopo invece Oh, se uno ha voglia di farsi una zuppetta coi crostini come colazione prima di prendere l’aereo, pourquoi pas? La signorina all’altoparlante dice il volo è in partenza, vous savez, le solite cose. Mi metto in fila, davanti a me una scolaresca di liceali in viaggio d’istruzione. Penso Certo che i parigini e le parigine hanno sempre questi capelli così vaporosi e sempre in piega anche appena alzati dal letto, ma come fanno? Però, ehi, questa scelta di portare i ragazzi in gita a Palermo, bravi.

 

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domenica 8 gennaio 2012

Un fatto umano, storia del pool antimafia (e di altri mali cristiani, traditori e assassini)


 

25 novembre 1985.  Due studenti del Liceo Classico Giovanni Meli di Palermo, Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella, aspettano l’autobus in via Libertà. All’improvviso, una macchina dei carabinieri che fa da scorta ai giudici Borsellino e Guarnotta viene urtata, chissà come, da un’altra macchina e piomba sulle persone in attesa alla fermata. Biagio muore subito, Giuditta qualche giorno dopo.

 

Avevo rimosso questa storia. Ci ho ripensato leggendo Un fatto umano, storia del pool antimafia di Manfredi Giffone, Fabrizio Longo e Alessandro Parodi.

 

 

Sono stato uno studente del Liceo Classico Meli. Ogni anno, per cinque anni, il 25 novembre, si teneva una messa in ricordo di Biagio e Giuditta. Non è bastato. Dopo tutti questi anni, semplicemente, fatalmente, me ne sono dimenticato. È una cosa che mi succede spesso, di dimenticarmi i fatti di quando ero adolescente. Me ne sono andato, e a volte devo sforzarmi per riportarmi a quello che ero e che sono stato.

 

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giovedì 29 dicembre 2011

Il sale, il pane, lo sfincione


 

Raccontare Palermo è facile. La città offre molteplici spunti di discussione, di riflessione, di polemica. Polemica, soprattutto. Se vuoi comincio, ma se comincio non la finisco più.

 

Per raccontare Palermo, ad esempio, si può cominciare dalla strada. La strada, i rumori, il traffico, le marmitte, il cibo. Tempo fa alcuni amici che erano stati a Palermo non mi dissero, come fanno quasi tutti, Ah Che Bella Città Non Me L’Aspettavo Così Bella. Non mi dissero, come fanno quasi tutti, Ah Che Buoni I Dolci La Cassata E I Cannoli Mangiati A Palermo Sono Un’Altra Cosa. No. Mi chiesero: Scusa ma perché a Palermo ai semafori vendono il sale? Io, che per tutta una vita ero cresciuto con gli ambulanti che bussavano ai finestrini abbanniando TRE PACCHI DI SALE MILLE LIRE, non mi ero mai posto il problema. Scrollai le spalle e risposi: E si vede che il Sale di Palermo è più buono.

 

Tre pacchi di sale mille lire. Mi è tornato in mente ieri, mentre camminavo sul marciapiede che da via Aquileia porta a viale Lazio, e ho visto un signore che trafficava su un’APE parcheggiata in doppia fila e carica di pacchi di sale. Il signore ne ha presi una decina e poi si è infilato tra le macchine incolonnate offrendoli ai guidatori. Ma non urlava, come ai miei tempi. No. Ai miei tempi era Tre pacchi di sale mille lire. Chissà oggi. Avrei voluto avvicinarmi e chiederglielo, ma ero troppo preso da un interrogativo che rimbombava nella mia testa: Già, perché negli altri posti del mondo al semaforo si vendono i fazzoletti e qui invece il Sale?

 

C’è poco da fare, il pane del posto di dove siamo nati e cresciuti è più buono. Non importa dove siamo e saremo stati, quello è il pane. Almeno, per noi vere genti di meridione è così. Gli altri non so e non lo voglio sapere. Il pane. Se mai verrai in visita a Palermo un giorno che è festa di Santi e Santuzze e tutto è chiuso e in giro non c’è nessuno che sono tutti a casa a mangiare, sappi una cosa: il pane a Palermo non manca mai. Non ti stupire dunque se imbocchi un qualsiasi viale o vialone e trovi una macchina, possibilmente una Renò 4, col cofano di dietro spalancato e decine, centinaia di FILONI di pane che sbucano dal portabagagli. Quello è il pane più buono del mondo. Sì, il pane del giorno di festa venduto in mezzo alla strada con le macchine che passano.

 

E ora ti porto nei pressi di una cosa che si chiama sfincione. Forse ne hai sentito parlare, forse no. Foto non te ne mostro. Non rende bene. Come molte delle foto delle cose che si mangiano. Lo sfincione è una cosa semplice che vive di qui e ora. Arrivi, ne prendi un pezzo, lo mangi e te ne vai. Come dici? Ti sembra un po’ esagerato venire a Palermo solo per mangiare lo sfincione? Quante cose non sai. Nessuno può dire di aver realmente vissuto se prima non ha mangiato lo sfincione. Già. Se ci tieni a saperlo, ti dico che lo sfincione per me è pomeriggi di primavera, seduto a fare i compiti, mentre da lontano arrivano echi familiari: Chistu è ‘u sfinciuni, chi ciavuru. Il carretto passava e quell’uomo gridava SFINCIONE. Le madri di famiglia si affacciavano, buttavano il panierino e consavano la merenda per i bambini. Oppure scendevano dal signore che vendeva lo sfincione, pagavano e quello ricominciava i suoi giri. Io credevo che il signore che vendeva lo sfincione col carretto era sempre lo stesso che si girava la città vendendo sfincioni e urlando al megafono Chistu è ‘u sfinciuni. Un giorno scoprii l’amara verità, e cioè che il signore che vendeva lo sfincione non era uno solo, ma cento, mille, tanti. E che il jingle era sempre lo stesso, una specie di franchising dello sfincione, registrato su un nastro sparato a tutto volume. Come l’arrotino, solo che l’arrotino fa altre cose. Ci rimasi male, troppo male. Non la volevo la verità. Io volevo solo continuare a pensare che il signore che vendeva lo sfincione si faceva tutta la città col suo carretto e ogni tanto passava sotto casa mia, mentre facevo i compiti, e gridava Chistu è ‘u sfinciuni, chi ciavuru.

 


venerdì 12 agosto 2011

La signora Cusimano del terzo piano


 
Posteggio a pochi metri dalla scuola elementare. Sempre la stessa. Da dodici anni. Una lettera dell’insegna è caduta. Nessuno l’ha sostituita. Tanto la polvere e lo scuro del tempo fanno lo stesso.
In mano la tessera elettorale, agli occhi gli occhiali da sole. Un passo sicuro, non più incerto. I pantaloncini corti, le converse. Ancora.
Davanti al cancello, un gruppo di pie donne con le mani nelle mani. Sembra stiano pregando. Mi avvicino, incrocio gli occhi di una donna, età indefinita tra i 40 e i 50. Lei sorride. Io penso: ecco, ci risiamo, l’irresistibile fascino di Tieffemme.
Sorrido a mia volta, alzando anche il sopracciglio sinistro. Lei lascia un attimo i due bambini che teneva a bada a stento e si avvicina verso di me.
Un’altra groupie. Che duro mestiere, essere Tieffemme!

- Nooooo! Ma tu sei Tieffemmino! Quando ti ho visto arrivare ho pensato ma io a questo lo conosco! Ma guardati! Sei più maaagro, più aaalto, quaaaanto tempo, vieni qui fatti abbracciaaaar-
(Mi abbraccia)
- Ehm, scusi signora ma io veram-
- Ma coooome? Non mi riconosci? Sono Immacolata! Immacolata, ricordi! La figlia della tua vicina di pianerottolo… Giocavamo assieme…

Ci deve essere un errore. Immacolata era più piccola di me di tre anni. Adesso sembra mia zia, anzi mia nonna.
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lunedì 8 agosto 2011

Il Panellaro


 
Voce del verbo “panelle”: frittelle di farina di ceci, sono una delle specialità gastronomiche da strada palermitane. Nate durante la dominazione araba, risalgono al IX secolo. Preparate con farina di ceci, acqua e sale e l’eventuale aggiunta di prezzemolo, le panelle solitamente si mangiano in mezzo a panini con sesamo, rotondi e morbidi, spesso accompagnate con crocchè di patate.  (wikipedia).panepanelle Pane e panelle. Ci sono le panelle che compri nelle friggitorie, nei negozi, nei bar. E ci sono le panelle che compri dal panellaro.

Panellaro è cristiano che si muove con piccolo trabiccolo su ruote e gira la città. Po’ nomade e po’ stanziale, si ferma sempre in un punto ben preciso. Ogni panellaro infatti ha la sua zona, il suo “territorio”.

Panellaro è un’istituzione. Sta fuori dalle scuole. Fuori dagli uffici. In mezzo alla strada, se ipertrafficata ancor meglio. Panellaro è leggenda. Leggenda più diffusa riguardo panellaro è: panellaro cucina le panelle in una mega padella di olio bollente. Per ravvivare suddetto olio panellaro ha simpatica abitudine di sputarci dentro. Ecco cosa rende panelle di strada così “speciali e irresistibili”: sputazza arraggiata* di panellaro.
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Post precedenti

    lunedì 8 settembre 2014
  • La rivolta delle librerie contro Valérie Trierweilermerci2 François Mitterand, quando era presidente, ha fatto un po’ quello che ha voluto, tra le lenzuola. Cose che in confronto François Hollande è un uomo semplice, leggermente sovrappeso, che cambia montatura degli occhiali ogni quindici anni, senza grosse pretese se non quella di governare la Francia in un periodo molto complicato. Va bene, erano altri continua...