giovedì 12 aprile 2012

Cristina D’Avena festeggia 30 anni di carriera


 

12 aprile 1982 – 12 aprile 2012

 

 

Sembra un necrologio ma no!, non lo è. Cristina D’Avena ci ricorda nei modi che le sono congeniali che ha compiuto 30 anni di carriera (li aveva già festeggiati lo scorso dicembre ma vabbè). 30 anni. Che poi, in un certo senso, ne converrete, è come se li avessimo compiuti noi. Crissy, grazie per il post-it, ma preferivamo non saperlo.

 

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giovedì 22 marzo 2012

Ciao, sono Justine di Primi Baci


 

Se dico Primi Baci, che vi viene in mente?

 

 

Sono dieci-cento-mille storie di ragazzi/ Corre forte questo amore chissà dove arriverà, sicuramente sorriderà (?).  Primi Baci. Che in originale era questa-mosceria-qua:

 

 

Primi Baci, Hélène e i suoi amici. Robe immonde che impestarono gli eterni pomeriggi di italia uno, tra una versione di latino e una telefonata di sgami e controsgami. Robe che c’è gente che non si è più ripresa (i doppiatori! Erano gli stessi che doppiavano le telenovele di mia nonna!).
Dunque Annette, Jerome, Justine. Parliamo di Justine. Che fine ha fatto Justine? Niente, ha sempre una fronte enorme e continua a vestirsi male. Eccola riapparire ieri, al Petit Journal, come un’EPIFANIA. Ciao, sono Justine di Primi Baci:

 


giovedì 22 settembre 2011

Ti ho lasciato delle poesie del cazzo in segreteria


 

 

Alcuni lo troveranno ributtante ma io quando ho saputo che gli Ariem si scioglievano mi stavo spalmando il taramà sul blinì. Il taramà è una salsetta che va molto di moda qui a Transalpinia, salsetta al sapor di pesce variabile, salmone, salmone affumicato o anche trota. Il blinì invece è una *cosa* di forma circolare e di consistenza spugnosa, unthuosa quanto basta per assorbire il taramà. La marca più economica di taramà, quella che compro io, si chiama Blinì. Il che conferisce al tutto una compattezza senza eguali, concorderete.

 

Quando ho saputo che gli Ariem si erano sciolti ho pensato Ma non si erano già sciolti? Tipo quando è morto Gino Latilla e io mi son stupito un po’, il massimo di stupore che ci è concesso: ma non era già morto, il povero Gino? (Ma lo stesso non mi è accaduto con Nilla Pizzi, che infatti secondo me è ancora viva).

 

Poi, mentre chiudevo il vasetto di taramà, ho pensato un pensiero insolente: Natale è molto vicino, quale momento migliore per annunciare lo scioglimento di una band che si era già sciolta ma nessuno ancora lo sapeva? Quarantenni psicolabili che sguazzano nel rimpianto, che la vita non è quella che Michael Stipe ci stava promettendo, ma non importa, non è certo colpa sua. Quella sensazione di chiudere parentesi, mettere punti, andare a capo: ciao, ho pensato di regalarti il best of degli Ariem. Grazie, ma c’è Evedrybody Hurts?

 

La verità è che all’inizio, la prima volta proprio, manco lo sapevamo perché ARIEM. Poi, certo, R.E.M., ma perché quelle iniziali? C’era questo cantante emaciato e con gli occhi tristi (poi, più tardi, ci avrebbero detto che era malato, della stessa malattia di Marco Predolin, solo che non era vero, né di Predolin né del cantante degli Ariem: la gente è cattiva). C’era questo impiegato del catasto con gli occhialetti a fianco del cantante, e altri due. E poi c’erano queste canzoni. Canzoni di cui non capivamo un cazzo, l’Internet non c’era e i libretti a volte avevano solo foto chi se ne frega delle foto. Mio cugino era stato a Londra quell’estate: allora, che dice in quel punto?  Dice che sta soffrendo. Ah.

 

All’inizio pensavamo che gli Ariem avessero fatto la cover della canzone di Ligabue (che bello! ci stimano!) e probabilmente è lì che abbiamo deciso di volere molto bene al Liga. Il merito era di Michael Stipe anche se Michael Stipe non ne sapeva niente.

 

All’inizio, soprattutto, era Losing my religion.

 

C’è questa scena. Losing my religion in sottofondo. Brenda e Dylan stanno limonando di brutto nella decappottabile. A un certo punto si staccano.
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giovedì 15 settembre 2011

David Byrne, Paolo Sorrentino, Glenn Ficarra e John Requa: This must be the song, evidentemente


 

This_Must_Be_the_PlaceL’altro ieri sono andato a vedere This must be the place, l’ultimo film di Paolo Sorrentino. This must be the place è il titolo di una canzone dei Talking Heads, cioè David Byrne, il quale David Byrne non solo cura la colonna sonora del film (assieme a Bonnie ‘Prince’ Billy), ma si produce anche in una interpretazione del pezzo (interno locale: Byrne di bianco vestito al centro del palco, musicisti e coristi che si muovono accennando *Sinuose Coreografie A Tempo*, la macchina da presa che disegna cerchi qua e là in tutta la propria virtuosità, fans in preda all’ebbrezza, la chiusura sul viso di Sean Penn: scena suggestiva di un film che, duole dirlo, per il resto è molto pasticciato, quasi più del trucco sbavato sulla faccia di Cheyenne).

Ieri invece sono andato a vedere Crazy Stupid Love, dei due inseparabili Glenn Ficarra e John Requa. E a un certo punto, mentre Steve Carrell, esterno notte, se ne stava in giardino eccetera, ho fatto un sobbalzo sulla poltrona. Sì, perché all’improvviso è partita la stessa inconfondibile naive melody: This must be the place. Pochi secondi, stavolta, sufficienti a farmi domandare, stupore: ma quante probabilità ci sono di vedere consecutivamente due film che contengono la stessa canzone?
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domenica 11 settembre 2011

L’11 settembre e le serie televisive americane


 

11-settembre-2001Nel 2001, subito dopo l’attacco alle Torri Gemelle, a New York e agli Stati Uniti, i network televisivi e i produttori degli show si trovarono di fronte a una scelta: evitare, nei limiti del possibile, riferimenti diretti alla tragedia e continuare nella propria missione di intrattenimento spensierato, oppure metterla in scena, farla diventare protagonista, testo fondante e non solo pretesto.

Aaron Sorkin e John Wells scelsero la seconda strada*. In pochi giorni, con addosso ancora lo shock e le febbri per quel che era accaduto, scrissero e realizzarono degli episodi non previsti per le rispettive serie: West Wing e Third Watch. Due episodi speciali trasmessi a inizio stagione, necessari. Nel memorabile Isaac and Ishmael Sorkin immaginò un allarme terroristico che costringeva il presidente Bartlet, il suo staff e una scolaresca in visita, a rimanere bloccati alla Casa Bianca. Con In Their Own Words, invece, Wells scelse la strada del documentario, in una sorta di passaggio di testimone tra realtà e finzione: veri poliziotti, veri vigili del fuoco e veri paramedici raccontavano le proprie storie, introdotti dagli attori che interpretavano i personaggi della serie.

Giorni frenetici, complicati. La cerimonia degli Emmy fu rinviata per ben due volte prima di tenersi regolarmente in novembre. Gli altri show, quelli più leggeri in primis, dovettero riscrivere o rivedere gli script. Anche l’evasione doveva avere un limite. Darren Star decise che la quarta stagione di Sex and The city si sarebbe conclusa con I love New York, un omaggio alla “quinta protagonista dello show”. Il terzo episodio dell’ottava stagione di Friends venne completamente riscritto: nella sceneggiatura iniziale Monica e Chandler dovevano prendere un aereo per la luna di miele e c’erano riferimenti scherzosi a un allarme bomba. South Park fu all’altezza della propria fama: il 7 novembre 2001 andò in onda l’episodio intitolato Osama Bin Laden has farty pants.

Elaborato in qualche modo il lutto, nelle stagioni seguenti i racconti televisivi furono segnati da una pioggia di temi legati all’11 settembre: l’amministrazione Bush, l’Afghanistan, il secondo Iraq, il patriottismo, il perdono, la vendetta, la guerra, la morte, le psicosi, le torture. Praticamente nessuna serie ha rinunciato al saccheggio. Opportunità narrativa, frusto luogo comune, sottotesto o gancio ironico, davvero per tutti i gusti: 24**, Alias, Csi, The Unit, Lost***, Grey’s Anatomy, Brothers and sisters, Arrested Development, The Office, J.A.G., Becker, Army Wives, Jericho, Flashforward, Fringe****, i remake di Life from Mars e The Prisoner.

Ma il mutato scenario post 11 settembre è anche condicio sine qua non per alcune serie che altrimenti non avrebbero mai visto la luce. Innanzitutto, come giustamente ricorda questo pezzo, Sleeper Cell (Showtime, 2005/2007) e Rescue me (Fx, 2004/2011). Quest’ultima, in particolare, contiene già nel proprio plot di partenza il legame inscindibile con gli eventi di quel settembre: “The show mainly follows veteran firefighter Tommy Gavin and his ever troublesome family as they deal with real life issues, either with post 9/11 trauma or domestic problems”. Rescue me ha chiuso definitivamente proprio lo scorso 7 settembre, ma gli echi di quel disastro sono ancora forti: “Tommy Gavin and the other first responders of the fictitious firehouse remain stranded, psychologically, almost right where they started 10 years ago, at ground zero.”
E, per rimanere in tema “Eroi in nome della patria”, come non citare Over there (Fx, 2005/2006), creata dal leggendario Steven Bochco (Hill Street Blues) e Chris Gerolmo. Il titolo prende spunto da una canzone sui soldati americani della prima guerra mondiale e si presenta quasi come una smentita ironica di se stesso. L’Iraq, la guerra e l’inferno sono più vicini di quanto gli Americani pensassero: “Over there was the first scripted television series set in a current, ongoing military action involving the United States.”
Non solo drama. Anche alcune serie comedy furono pensate proprio intorno alla ridefinizione dei rapporti con l’altro, ovvero l’Islam. Little Mosque on the Prairie (Canada, Cbc, 2007-in corso) e, soprattutto, Aliens in America (Cw, 2007-2008): se all’improvviso il nemico si presentasse in casa tua, sotto forma di uno strambo pachistano adolescente?

L’11 settembre ci ha dunque lasciato in eredità un catino inesauribile di storie, fuori, dentro e in mezzo allo schermo. Quinta temporada ne ricorda due, in particolare. La storia di David Angell, autore e produttore di show come Cheers e Frasier, che si trovava, assieme alla moglie, sull’American Airlines 11, l’aereo che si schiantò sulla Torre Nord del WTC. Angell stava recandosi a Los Angeles in vista della cerimonia degli Emmy, prevista inizialmente per il 16 settembre. L’altra storia è quella che riguarda Seth Mac Farlane, autore poliedrico di serie quali Family Guy*****, American Dad, The Cleveland Show. Quella mattina MacFarlane avrebbe dovuto prendere lo stesso aereo di Angell. Per fortuna la sera prima si era preso una sbronza colossale, e per fortuna il suo agente gli aveva fornito l’orario sbagliato di decollo dell’aereo. MacFarlane arrivò così all’aeroporto di Boston quando il check-in era ormai chiuso da una decina di minuti. MacFarlane rimase a terra e un’ora dopo l’aereo si schiantò contro la Torre. Quando si dice vivo per miracolo. (MacFarlane avrebbe poi sfruttato la fortuita coincidenza per prendersi abbondantemente gioco sia di Bin Laden che di Bush, tanto per gradire).

11 settembre 2001/11 Settembre 2011. All’epoca, in una sorta di seduta psicanalitica collettiva, ci dicevano e ci dicevamo che dovevamo essere pronti a tutto, e che niente sarebbe più stato lo stesso. Oggi, passati dieci anni, dobbiamo ammetterlo: era vero.

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Note:
* v. Monica Repetto in La tv Usa va alla guerra (Alias, supplemento del Manifesto, 2001)
** Jack Bauer e la tortura, fiumi d’inchiostro
*** Come dimenticare l’inevitabile riflesso di Sawyer-l’americano-medio che, con poca fantasia, accusa l’iracheno Sayid di essere il terrorista responsabile della caduta dell’aereo (invece era solo un gaudente torturatore)
****  Ancora rimpiangiamo il potente e ineguagliato finale della prima stagione: l’Universo Parallelo e le Torri Gemelle Mai Crollate, abbacinante visione filtrata dagli occhi di Olivia Dunham
***** MacFarlane presta la voce, tra gli altri, a Peter e Stewie Griffin

 


venerdì 9 settembre 2011

Per una lira io vendo tutti i sogni miei per una lira ci metto sopra pure lei


 

Le canzoni di Lucio Battisti

Ciao amici. Qualche anno fa, oggi, moriva Lucio Battisti. Io ogni anno faccio un gioco. Decido la mia canzone preferita di Lucio Battisti. Faccio il tabellone con le teste di serie e gli scontri diretti. Le riascolto ogni volta come se mai prima. E alla fine decido. Lo so, è un gioco scemo. Oh, ognuno.
La scelta è sempre complicata, il catalogo è sterminato, sapete. L’anno scorso, alla fine l’aveva spuntata questa (“La solitudine si paga in lacrime e l’ho pagata anch’io”). Quest’anno, senza motivo, al primo posto, con grande distacco, c’è Per una lira, la prima canzone in assoluto scritta da Lucio Battisti. Così racconta lui stesso, giovane e lazialissimo (“Chi è là?”) allo Speciale per voi di Renzo Arbore.
Dunque Per una lira. Non tanto nella “versione del 45 giri“, quanto in quella probabilmente successiva, con un arrangiamento che ancora oggi, lèvate. Ovviamente, come tutte le canzoni di Lucio Battisti, il testo non significa assolutamente niente, e quindi significa tutto. Nel senso che ognuno ci può mettere dentro quello che vuole, che poi secondo me è la forza imperitura delle canzoni di Lucio Battisti: “Amico caro, se c’è qualcosa che non va, se ho chiesto troppo, tu dammi pure la metà”. Va bene. Ciao amici, è settembre, è Lucio Battisti.


 


mercoledì 27 luglio 2011

Selah Sue la cantante fiamminga di tuppo pettinata e di tenda vestita


 

Parigi, forse ve l’hanno detto, non ha il mare. Se Parigi avesse lu mare.

 

Betrand Delanoë è il sindaco di Parigi. Socialista, primo in tante cose, tra cui: fare coming out e je m’en fous, ricevere una coltellata per questioni, ahem, omofobe (l’aggressore spiegò che odiava i politici e in particolare i politici gay: oggi è rinchiuso in un ospedale psichiatrico), inventare la Nuit Blanche che tanto piacque a Veltroni e ai romani ma non ad Alemanno e ad altri romani.

 

Insomma Delanoë, dieci anni fa, appena eletto, giusto per far capire quanto tenesse a quei poveri parigini che già non avevano abbastanza nella città-che-tutto-ha, pensò che non andava bene, questa cosa del mare. E provò a fare qualcosa. Si inventò un evento, Paris Plages, ovvero secchiate e secchiate di sabbia meticolosamente spiaggiate in riva alla Senna, con tanto di ombrelloni, sedieasddraio, bagnini e chi più ne ha più similmetta. A corollario: attività giocose, festose e rigeneranti per grandi e piccini. Certo, il mare è sempre a vista di fantasia, ma vuoi mettere quelle passeggiate, i gelatai, la musica allegra, i centimetri di pelle gentilmente offerti ai turisti-che-fanno-foto-loro-fanno-solo-foto. Un mondo a parte, nemmeno troppo slegato dal traffico umano che mai si ferma: quattro scalini di separazione appena.

 

Sistemato il mare, più o meno, c’era da fare i conti col sole. Ma col sole poco puoi farci. Delanoë lo sapeva, lo sa, o c’è o non c’è. E così, ogni anno, tutto questo catrevàn di macello, di gente, di operai che lavorano alacremente, di gente che soppesa creme abbronzanti senza sapere, realmente, che farsene, insomma siamo sotto questo cielo. E infatti, quest’anno, per celebrare degnamente il decimo anniversario di Paris Plages, il sole ha ben pensato di non farsi vedere. Mai. Ombrelloni chiusi e ombrelli aperti. Qualche spiritoso l’ha ribatezzato Paris Pluie, e infatti i bagnini stanno conserti, i gelatai non hanno bisogno di ghiaccio, le cosce stanno belle rinserrate, chiuse non come le chiese, piene di turisti-che-continuano-a-fare-foto. Poco male, c’è tempo fino al 21 agosto.

 

Ma Paris Plages è anche Hôtel de ville, cioè il municipio, cioè l’ufficio del sindaco. Proprio davanti a quel palazzo così discreto, avran pensato, va bene il sole che non c’è, va bene il mare che, lo confessiamo, neppure, e allora vi diamo la musica. Vi aggrada un festival di quattro giorni con sei artisti ogni sera divisi anche per temi (Paris Capitale du monde, Paris Electro-cite, Paris au feminin, Paris rock)? Bòn, si può fare di meglio ma sì, abauì, va bene.

 

 

Selah Sue è nata nel 1989 in un posto, là, buttato da qualche parte, e che si chiama Louvain, nella Belgicca fiamminga. Selah Sue è bionda cenere, in realtà si chiama Sanne Putseys e si è scelta un nome d’arte coi fiocchi. Selah Sue. I francesi non sanno ancora bene come comportarsi con lei, stanno lì, guardinghi, come gli utenti di Google+, a vedere il da farsi. Cioè, lei è di Belgio, ma che facciamo, la consideriamo roba nostra, come Stromae, o no? L’anno prossimo glielo diamo un premio alle Victoires? Vediamo, dipende, intanto ascoltiamola.

 



Selah Sue è bionda cenere, dicevamo, e tiene i capelli raccolti in un gigantesco tuppo (crocchio, come lo chiamate voi non siculofoni?) che ricorda una qualsiasi delle donne dell’altro secolo. Ha indosso un vestito che prima, evidentemente, era una tenda a pois neri su fondo bianco. Ai piedi due scarponcini con tacchi coraggiosi, alla voce una strana cosa fatta di soul e altre etichette che è meglio lasciar da parte. Selah Sue si muove sul palco come se fosse sola davanti allo specchio della sua cameretta, dà le spalle al pubblico, tiene il filo del microfono, ancheggia, a metà tra la ragazzina che era e la donna affermata che ancora non è. Il suo primo vero album è del 2010 e si chiama Raggamuffin, da cui il singolo-biglietto da visita, ha fatto un duetto con Cee Lo Green e, diciamolo, il meglio di sè lo dà con Black Part Love (durante l’esecuzione della quale il famoso tuppo si allenta puntualmente, e piovono ciocche). Selah Sue.

 

 

Il tempo tiene, è clemente, nel senso che non piove a catinelle ma a pisciatedda di acidduzzo. Le genti, le giacche a vento, i pic-nic, gli ambulanti che passano con i secchi pieni di ghiaccio e birre. Simulazioni di estati. Ma intanto si è fatta sera, tutti in piedi che arriva Catherine Ringer, già tante cose, musicista, cantante, attrice in capolavori del cinema come Quella porcacciona di mia moglie ma, sopratuttto, solista dei Rita Mitsouko. Cioè leggenda catrevàn. Provate a urlare Rita Mitsouko in una piazza piena di francesi ravensburger 0-99 e il était une fois la famosa finesse française: anche Parigi, per una notte, da signora impomatata si trasforma in ragazzina profumiera tutta poivre. Come adesso. Catherine Ringer, partono le note di C’est comme ça e niente, non si capisce più niente. Gli italiani, noi, li vedi che si guardano attorno, occhi sbarrati e confratella ammirazione. Donne e uomini di ogni età, specie sui cinquanta, che ne avevano trenta, qualcosa più, qualcosa meno, calvizie e pinguedini gettate oltre l’ostacolo. Si balla e poi niente, il libanese da asporto di Rue Rambuteau sta chiudendo, ehi ce lo fai un kebab?, ma abbiamo spento i fornelli!, ma chi se ne fotte, dai, siamo a Parigi, siamo belli siamo giovani e facci ‘sto cazzo di kebab, c’est comme ça, ah la la la.

 

 

 


Post precedenti

    lunedì 8 settembre 2014
  • La rivolta delle librerie contro Valérie Trierweilermerci2 François Mitterand, quando era presidente, ha fatto un po’ quello che ha voluto, tra le lenzuola. Cose che in confronto François Hollande è un uomo semplice, leggermente sovrappeso, che cambia montatura degli occhiali ogni quindici anni, senza grosse pretese se non quella di governare la Francia in un periodo molto complicato. Va bene, erano altri continua...