giovedì 1 settembre 2011
È agosto, un giorno qualsiasi. Sono le 15h50. Arrivo a Torino Porta Susa. Il binario è il 5. O il 6. Non importa. Tra poco meno di due ore devo prendere il treno per Paris Gare de Lyon. Ho del tempo da perdere. Un panino, una pisciatina, insomma le solite cose, mica grosse pretese. Sono carico come un mulo. I bagagli, normali. E poi una valigiona da venti chili chilo più chilo meno, piena di libri. Mi ero detto Tanto, devo prendere il treno. Esco dal binario. La scala, che non è mobile, mi porta in un corridoio in cui tutto è grigio e freddo come un ospedale che qualcuno non ha finito di costruire. Mi imbatto in un cartello. Il cartello fa segni strani, tipo Exit, Corso Inghilterra, cose così. E poi frecce. Frecce a destra, frecce a sinistra, frecce circolari, frecce a muzzo, frecce a cazzo. Seguo la freccia vicina alla parola Exit. Io sono abituato che le stazioni del mondo hanno i binari poi esci dai binari c’è un atrio, uno slargo, uno spiazzo, un cazzo, qualsiasi cosa. Torino Porta Susa no, Torino Porta Susa è speciale.
Alla fine della scala, un’altra, che non è mobile, manco questa, vengo sbalzato, io, le valigie e i libri, da un’ondata di caldazza come se tutte le casalinghe di Torino avessero dimenticato il forno acceso dal 1974. Esco fuori e scopro che l’Exit altro non era che una volgarissima Uscita Su Strada Tipo Metro. Faccio dieci metri a destra. Niente. Altri dieci a sinistra. Niente. Sono su Corso Inghilterra? Chi può dirlo. In giro non c’è un’anima. Il tabellone di una farmacia dice 41. 41 gradi. Di Torino Porta Susa manco l’ombra. Forse sono finito in un universo parallelo. L’universo in cui Torino Porta Susa non esiste. Non sarebbe male. Ma purtroppo non c’è alcun universo parallelo. Torno sui miei passi. Scendo la scala e trovo un ascensore. Chiamo l’ascensore. Entro nell’ascensore. Nell’ascensore ci sono tre tasti: il tasto 0 e il tasto -1 e il tasto APRILEPORTE. Pigio il tasto -1. Nell’ascensore c’è fresco. Meglio, il sudore mi si appiccica con più affetto alla polo. Esco dall’ascensore. Sono al binario. Il binario è quello da cui sono sceso poco fa. Possibile? Mi sento un puntino inseguito da un cursore, tipo Pac-man. Ma io non sono Pac-man. Ci fosse qualcuno a cui chiedere, chiederei. Di solito nelle stazioni c’è sempre qualcuno a cui chiedere. Ma a Torino Porta Susa No, Torino Porta Susa è speciale. Non c’è nessuno a cui chiedere. La verità è che Torino Porta Susa sembra caduta nel buco di culo del mondo. E io ci sono dentro con tutte le scarpe.
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Tag: ebbene sì sono polemico, i viaggi di tfm, postcards from italy, quel confine sottile, riscritture, Torino Porta Susa
domenica 31 luglio 2011
Diciamo che questo post è una specie di visione, di flashforward, di salto in avanti. Non esiste. In questo momento non sono qui, ma altrove, sperabilmente in qualche luogo ameno di qualche isola a casaccio buttata lì a galleggiare nel Mediteranneo.
Mesi faticosi, complicati e inturciuniati. Ed era solo l’anteprima. Dopo qualche anno a sperimentare i famosi agosti in città – che belle, le città ad agosto, te le godi tutte per te: cazzate – finalmente ciao. La vedete la manina che saluta dal finestrino? La cosa interessante è che non ne voglio sapere niente. Il ‘ne’ sta per tutto, ovviamente.
Però il blog non può rimanere in siccità per un periodo lungo – è scritto nel regolamento – e quindi approfitto dei salti temporali e dei prodigi tecnologici: ho preparato una serie di remix speciali di cose già scritte in passato. Una bella rispolverata e voilà, come nuove. E poi altre cose inedite, mescolate. Se vi capiterà di leggere o rileggere, bene. Altrimenti a poi, prima o poi. TFM torna uguale preciso? Con qualche novità? Completamente tirato a lucido? Chi lo sa. E non fate quella faccia lì, no: non posso anticiparvi niente, altrimenti che cliffhanger di stagione sarebbe?
State bene.
Tag: Compleanni, i viaggi di tfm
lunedì 11 luglio 2011
Che vi devo dire. Niente. Nessuna sensazione specifica, perlomeno tra quelle che hanno dignità di lemma. Qualcosa che si avvicina all’indifferenza? Forse. Sicuro una cosa neutra. Roma, sto parlando di Roma, sta là, c’è, c’è stata, ci sarà, no matter i nostri miserevoli accidenti. Non è cambiata, e d’altronde era facile immaginarlo. Verrebbe da dire: pare di non essermene mai andato. E invece sì. Un anno, dieci anni.
Mi muovo con certezza, volto angoli, giro curve. La sicurezza di percorsi incistati con il sudore e con la fatica. Cammino per cinquine di chilometri senza accorgermi del caldo, come non fossi io. Unica deroga: tengo lo zainetto con il dito indice, sospeso nel vuoto, come un sacchetto della spesa, una cosa che tra cinque minuti svuoterò, piegherò, metterò da parte. Al mercatino dell’usato, l’anno scorso, lasciai quel che poteva essere lasciato, ora sono qua, esattore di me stesso, che ne è stato delle mie cose?, le abbiamo vendute, in tutto ti dobbiamo trentasette euro e cinquanta, ecco qua, firma tutti i fogli, grazie, ciao, noi siamo sempre aperti, eh? Non mancherò.
Non penso a quel settembre, non penso ai modi, ai toni, all’accerchiamento, alla necessità, alle urgenze, alle frette. Non penso a quel che poteva essere eccetera, così era, così è stato, così sarà. Mi scopro pacificato, quasi sereno, eppure quando passo davanti a una vetrina non mi volto a guardare me stesso riflesso. Tiro dritto.
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Tag: cose di mondo, cose di roma, Flow, i viaggi di tfm
venerdì 8 luglio 2011
Che non sarebbe stato un volo come tutti gli altri l’avevo capito subito, quando avevo letto il posto che la graziosa signorina al check-in mi aveva assegnato: 2C. Che quando mi mettono nelle prime file dell’aereo succedono sempre cose. Ma d’altronde, quand’è che non succedono cose se nella stessa frase ci stanno parole come Ritorno, Palermo, Io?
Davanti a me, nella fila Uno ci sono un bambino di dieci anni, viaggia da solo, un motociclista tatuato di cento chili almeno (lo dirà lui stesso, dopo, che è un motociclista), una signora sui settantanni. E un gatto.
- Ma che bello questo gatticello! Fa la signora quando sale, un poco in ritardo. Di chi è?
- Mio, risponde con gli occhi a cuoricino smiagolante il motociclista tatuato e tatuatore di cento chili (lo dirà lui stesso, che è tatuatore, quest’ammasso di stereotipi ma non troppo).
- E come si chiama? La signora, sempre più incuriosita, tende il dito indice verso la grata da cui emergono solo due occhi giallo-cattiveria.
- Refolo
La signora fa un lieve movimento della testa da sinistra a destra, quasi un pendolo. Si vede che non ha capito bene. Rimane incerta qualche istante, a un passo dal ritirarsi strategico (come quando ti presentano delle persone nuove e le voci si accavallano e non si capisce niente e e così a fine serata, magari, i più ardimentosi chiederanno: Scusa, non ho capito il tuo nome), ma poi si prende di coraggio e chiede: Brufolo?
Il tatuato tatuatore si volta indignato: Ma quale brufolo e brufolo! REFOLO! Vero che ti chiami CIAF CIAF PRRR PRRR Refolo? Il tatuato tatuatore ora è tutto sdilinquito per il gatto che, peraltro, manco lo caca.
Intanto, in tutto questo, non siamo ancora decollati. C’è qualcuno che ancora deve salire sull’aereo. Io li odio quelli che fanno ritardo e li aspettano. Io quando faccio ritardo non mi aspetta mai nessuno e se ne vanno lasciandomi al mio paese. Questa cosa che deve salire gente la so perché intercetto il labiale dei due steward che parlano tra di loro, a pochi metri da me, convinti di essere protetti dalla tendina. No. Ah, e comunque, su questo volo non ci sono hostess, solo steward. E sono tutti del Nord.
Lo ammetto, vi contai una bugia. Il mio posto non era 2C. Il mio posto era 2A.
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Tag: cose di sicilia, i viaggi di tfm, quel confine sottile, storie di noi brava gente
martedì 5 luglio 2011
Non ho mai avuto un trasporto particolare per i treni. Vengo da Palermo. I treni mai furono un’opzione molto praticata. Navi e corriere, piuttosto. Le rare volte, vie crucis, sofferenze e niente in cambio: quel Palermo-Venezia del 2000, sogno di molte notti perigliose, e in genere quella sensazione di Fine Pena Mai.
Ma poi le cose cambiano e sui treni ho poi fatto viaggi molto degni. Uno scintillante Oporto-Lisbona, un Parigi-Londra liscio come la Manica. E così, tra cose che capitano e cose che si scelgono, per questo Gran Ritorno in Italia si parte dalla gare de Lyon (la mia preferita, ha quell’orologio, quel Senso che trascende), è un’ora in cui tutto è ancora pieno di possibilità, anche un inedito scollinar, due o tre paia d’ore e poi coincidenze, come la vita.
Ed è una specie di soglia invisibile, quella che superiamo, all’improvviso, appena in ritardo da pensare Ma quando è successo?, e dal silenzio, dalla compostezza, dalle telefonate rispettose che ci lasciano fuori, tra un vagone e l’altro, ecco, dal rigore e altre cose a rima, si passa al Caos, a cellulari che sguazzano nel trash di suonerie purtroppo probabili e conversazioni piene di vocali aperte che non si e ci risparmiano, a un generalizzato senso di Anarcoide Euforia che non nasconde niente, nemmeno il solito esito di non colpevolezze. Italia, prossima fermata, Bardonecchia.
Tutto è slabbrato tirato e smollato, liquido e immobile, non credo di essere pronto ma non mi sto ponendo la questione, se proprio. Ancora qualche rigurgito francofono, Torino Porta Susa c’è pieno di frecce che si ritorcono contro, corso Inghilterra è un lago di sole buttato in fronte a chi non lo sapeva e intanto l’uomo con divisa e fischietto dice Sì, questo è il treno per Porta Nuova. Un intramuscolo di non necessità, nello specifico e in generale, questa specie di Piccola Termini che mi sento un poco in imbarazzo per chi ha deciso così, mi è sembrato di vedere un calco. Il resto è quel libro di Lethem che prendo e che poi lascio sull’altare della serendipity, le facce di Littizzetto e Chiambretti, giochiamoci i jolly, piante e negozi che odorano di Centovetrine e una pagina voltata molto in fretta, altri treni.
Tag: Bardonecchia, getting into the swing, i viaggi di tfm
venerdì 31 dicembre 2010
Un anno fa, più o meno oggi, confine austro-slovacco. Questione di emergenze, trovare la stazione, per esempio, un treno da prendere, istruzioni in lingue senza appello, gente di Bratislava generosa.
Poi una mattina, giorni e giorni di nevicate, era Berlino, me la stavo prendendo, come si può prendere una città in un febbraio che dura pochi giorni, e me la prendo tutta, con visione prona ai piedi della Storia: io, che, scivolo, davanti, al Muro di Berlino, e cado, in avanti, verso destra, di fianco, proteggere i beni, innanzitutto, poi, sorridere, da terra, occhi al cielo.
Scena successiva. Il cielo è azzurro. I calzoni sono corti e il tempo tanto, da perdere, ma non è tempo perso, Budapest è accaldata, inciampo in una birra fredda e un televisore con la luce del sole pomeridiano che ci sbatte contro, ma si vede quel tanto che basta per urlare di sorpresa con Francesca Schiavone, giorni di soddisfazione.
Roma. Questo magone. Che mi sorprendo, ora, adesso, ancora, devo andare da Mel a vedere se hanno i libri usati, devo andare da Panorama. Roma. Questo magone, io che corro in questo parco pieno di gente e moscerini, cielo e polvere, corro la musica, respiro forte, devo andare, me ne devo andare: da fuori si vede questo ragazzo non più ragazzo che si chiude la porta alle spalle e sale in macchina e si volta un’ultima volta e poi finisce che non si volta più.
A Parigi che giorno è? Il giorno non se lo ricorda, capitelo. Viene fuori da una ventiquattrore di guida ginocchia al petto, è sera, ottobre, le famose ottobrate parigine senza ascensori e questo trasloco di cose viene così come sta venendo, lui si ferma a metà del quinto piano a piedi senza ascensore, poggia per terra la scatola, si siede sui gradini, guarda fuori, il cielo buio, qualche luce di qualche torre, si asciuga il sudore come può, come capita, si fuma una sigaretta anche se non ha mai fumato in vita sua e poi ricomincia: tutto quello che vi hanno detto sulle baguette non è vero. Un incipit, volendo.
Questo blog. Il 2010. Scrivi troppo. Scrivi troppo poco. Lost. Mi fai ridere. Mi fai piangere. Mi fai pena. X factor. Non guardo la tv ma i tuoi post sì. Ma chi ti credi di essere? Uno dei pochi blog di cui leggo anche i commenti. Ma insegnati l’italiano! Ma lo sai che ormai parliamo come TFM evah, ovah, a Francia, genti, siriusli, Shondona? TFM, allora, ti sbrighi a scrivere quel post? Niente, volevo sapere la tua opinione: ma secondo te Barbara Carfagna del tg1 è sorella di Mara Carfagna? Una cosa è certa, sei riuscito a fare un bordello assurdo la settimana di ferragosto: non è da tutti. Secondo me te la tiri troppo. Secondo me te la tiri troppo poco. Ma ancora Splinder? Non vedo l’ora che Sanremo. Per colpa tua mi sogno tutte le notti Kalinda. Sì, ma datti una calmata. Ah ma infatti dicevo io che uno come te non poteva non scriverne. No, guarda, tutto, ma Fabio Fazio no. Ah, e questa classifica fa schifo, chi sono questi Non voglio che Clara? Sei il solito finto snob radical chic! Ah, questa classifica fa schifo, gli Arcade Fire non si portano più da due anni! Vero che non chiuderai mai questo blog, vero, eh, VERO?
M’ero preparato il discorsetto di fine anno, con i ringraziamenti a tutti voi, ma ci sarebbero troppe cose da dire, quindi non dico niente. Tanto, chi vuole, tra le righe, come sempre. Oh, statemi bene e tante care cose, non mancherò, anche a lei e famiglia.
Gente, see you in another life.
Traghetto track: The black keys – Everlasting light
“When I get sad, I stop being sad and be awesome again. True story”.
Tag: 7 post per 7 commenti, Blog e social network, Capidanni, i viaggi di tfm, privato, quel confine sottile, storie di noi brava gente
martedì 21 dicembre 2010
“Ma perché non occupiamo la sala? Facciamo bordello come i napoletani!”
Aeroporto di Orly, ore 16. Una signora, palermitana, in onore alle comuni ascendenze borboniche (ma poi: quali napoletani? Tutti o alcuni? Nessuno le seppe, al termine di questa storia).
E mi faccio questa bella dormita di manco due ore, altra doccia, la seconda, in poche ore, finché ce n’è, asciugo con l’asciugacapelli i capelli e anche le scarpe fraciche di neve dell’alba, esco, prendo un panino, lo mangio mentre scendo le scale della Rer, un pezzo anche sopra la Rer, mai mangiare sulla Rer, l’odore della Rer seppellisce tutto e poi se lo porta via, anche il sapore di questo panino che non finisco, sprofondo sul sedile, direzione Antony e poi l’Orlyval che il bus è meglio di no.
Sì, eccomi qua. Di nuovo all’aeroporto. Io e il mio zainetto. La valigia, boh, la valigia senza lucchetto, boh, da qualche parte, freezata nel limbo di questo eterno viaggio, uno tra tanti, viaggi cancellati, corretti, soldi buttati, scorciatoie, vedete quanto vi voglio bene?, e se non sono aerei ci sono almeno treni. Sì, i treni. Ma solo quelli francesi che hanno anche i maggiordomi.
Orly Sud. Sono qui da mezzora. La signora, palermitana, sessantanni, circa, urla con foga, molta. Penso a uno scherzo, ma poi le facce, le genti, annuiscono, la proposta della signora -okkupazione!- è serissima. Parte anche un timido applauso. Ma siamo ancora in autogestione: non ci sono leader. Masaniella è persa chissà dove, forse stanca di fare la donna col megafono. Non ci sono leader, in compenso gruppi. Anzi, gruppetti. Sembra si conoscano tutti. Sorrisi. Prossimità. Mi sento come quando il primo giorno di scuola in quarta ginnasio arrivai in ritardo e tutti erano già amici di tutti e io no, io ero arrivato in ritardo, un passo indietro, in seconda fila, un ritardo che sarebbe rimasto lì, per anni, per sempre.
“Dice che il nostro aereo ancora non c’è. Qua prima delle nove non si parte”. “Se si parte”. Le poche informazioni, vere o meno non importa, arrivano a ondate, messaggeri improvvisati arrivano da chissà dove, improbabili avanscoperte tra le fila del nemico. Dibattiti. Accuse. Lamenti. “Non gliene frega niente!” “Mia moglie è incinta!” “Io sto qua da stamattina alle quattro!” “Io dalle tre!”. Qualcuno, giovani, erasmus, vagano per la sala cercando dei fogli e una penna per raccogliere delle firme: facciamo la class action!
E poi ci sono gli altri. Quelli che stanno.
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Tag: cose di francia, cose di sicilia, i viaggi di tfm, quel confine sottile, storie di noi brava gente, Transalpino a me stesso
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