lunedì 2 aprile 2012

E come niente ti ritrovi a pucciare le tagliatelle bolonnaise nel capuchino


 

L’altro giorno a un certo punto m’è venuta una voglia assurda di vedere la partita della Juve che quest’anno la Juve ogni volta che l’ho vista o ha pareggiato o ha giocato male o tutti e due e invece dall’Italia mi dicono Che Bella Questa Juve, Come Gioca Bene Questa Juve e io boh. Insomma ero in giro nei pressi del solito quinto, ho cercato il parchetto del Comune dove so che c’è il wifi, e però il parchetto era chiuso e così mi sono appoggiato alla ringhiera tenendo il braccio alto che c’era più campo, poi ho digitato PARTITA JUVE PARIGI e niente, mi è spuntato questo posto di Rue des écoles. Che uno dice Rue des écoles, ma Rue des écoles è lunga, la prendi da Saint Michel scavalchi tutti i cinemini e il punto in cui è morto Roland Barthes e la via ancora non è finita, insomma il bistrot era alla fine dall’altra parte, quasi in capo a Jussieu.

 

Sono entrato, non c’era quasi nessuno. Un tipo vestito coi jeans stretti la giacca stretta e le scarpe a punta si è sporto dal bancone e mi ha detto Buongiorno. Erano le 8 e mezza di sera. Ho pensato Ma guarda tu questo damerino. Gli ho detto Scusate, dice che fate la partita della Juve, è vero? Lui ha detto Sì, la Giuv, ben sicuro. Però vi prevengo, in effetti, abbiamo dei problemi con la cucina, a bere quanto ne volete ma a mangiare purtroppo no. Io ho fatto la faccia di quello che a pranzo aveva mangiato solo un tramezzino di Monoprix. Il damerino mi ha anticipato: Se volete qua vicino, a poco presso, c’è un turco, o un greco, potete prendervi quel che volete e mangiarlo qui, per me nessun problema. Ci ho pensato e ho detto: Va bene, intanto dammi una birrazza arraggiatona che c’ho sete che a Parigi fa caldo quando non deve fare caldo e fa freddo quando non deve fare freddo (che, detto tra noi, mi pare la migliore sintesi meteorologica che qualcuno abbia mai fatto di questo posto, e l’ho fatta io!).

 

Sono andato a sedermi al tavolino, ho poggiato la Leffe e ho fatto un rutto-ma-silenzioso. Sul maxischermo le immagini dello scambio dei gagliardetti. In tutto il locale c’era solo una coppia di signori sui 40-45 anni. Francesi. Guardavano lo schermo e ridevano. Dalle casse vicino allo schermo non usciva l’audio vero, ma una canzone dei Rolling Stones. Ho pensato Vabbè adesso il damerino spegne la radio, c’è la partita e siamo tre in tutto il locale, cazzo! No, non l’ha fatto. Dopo gli Stones, è partita una spataffiata di sudamericano, poi mitigata da un provvido ritorno ai Procol Harum e J’aime regarder les filles. A volte penso che vorrei aprirmi un bar solo per capire come funziona la cosa della musica da mettere in diffusione: io non l’ho mai capita la logica che ci sta dietro, fanno le compilation?, attaccano coi cavetti l’iPod con la funzione shuffle?, o forse non c’è nessuna logica, è solo una logica del cazzo (e comunque se io mi aprissi un bar, il Bar Di TFM, farei le compilation mascherandole in modo che non si capisce che è una compilation).

 

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martedì 13 marzo 2012

Totuccio! Totuccio!


 

Esco dal portone, le quattro e mezza del mattino. Per strada non c’è nessuno, giusto un po’ di tepore carico di promesse. Cammino qualche centinaio di metri, fino alla stazione dei taxi. Ce n’è solo uno, spento. Mi avvicino, guardo dentro e vedo un signore, il tassista?, che dorme. In quel momento, dall’altra parte della strada deserta, sento un rumore di clacson, doppio, tipo peh peh. Un taxi, ha la luce verde, fermo al semaforo. Mi guardo attorno, solo io riflesso sul vetro della Banque Postale. Mi chiedo se il clacson venga da quel taxi o se, vista l’ora, io me lo sia appena sognato. Il taxi fa un’improvvisa inversione a U e frena di botto proprio davanti ai miei piedi. Un uomo, smilzo, quarantino, mi sorride: Ma non mi avete sentito prima? Poi prende il mio trolley, e mi fa: Dove andate? Orly Sud, gli rispondo.

 

All’uscita numero 15 c’è un bordello della madonna. Italiani! Alcuni parlano fitto fitto del lavoro che non c’è e del fatto che i giovani d’oggi non hanno più alc- Mi vado a sedere nel punto più lontano. Non c’è tempo per leggere il libro che ho in tasca, così scorro col dito pigro la timeline di twitter. Un mio contatto ha appena retwittato una sua intervista fatta a chissà-chi. Penso La gente non ha proprio un cazzo da fare alle cinque del mattino. Faccio un giro, Exki è aperto. La merce è esposta in bella mostra: croissant, pain au chocolat, minestroni fumanti, passato di broccoli, cose così. Penso Boh, e subito dopo invece Oh, se uno ha voglia di farsi una zuppetta coi crostini come colazione prima di prendere l’aereo, pourquoi pas? La signorina all’altoparlante dice il volo è in partenza, vous savez, le solite cose. Mi metto in fila, davanti a me una scolaresca di liceali in viaggio d’istruzione. Penso Certo che i parigini e le parigine hanno sempre questi capelli così vaporosi e sempre in piega anche appena alzati dal letto, ma come fanno? Però, ehi, questa scelta di portare i ragazzi in gita a Palermo, bravi.

 

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martedì 5 luglio 2011

Uil arraiv in Bardonecchia


 

Non ho mai avuto un trasporto particolare per i treni. Vengo da Palermo. I treni mai furono un’opzione molto praticata. Navi e corriere, piuttosto. Le rare volte, vie crucis, sofferenze e niente in cambio: quel Palermo-Venezia del 2000, sogno di molte notti perigliose, e in genere quella sensazione di Fine Pena Mai.

Ma poi le cose cambiano e sui treni ho poi fatto viaggi molto degni. Uno scintillante Oporto-Lisbona, un Parigi-Londra liscio come la Manica. E così, tra cose che capitano e cose che si scelgono, per questo Gran Ritorno in Italia si parte dalla gare de Lyon (la mia preferita, ha quell’orologio, quel Senso che trascende), è un’ora in cui tutto è ancora pieno di possibilità, anche un inedito scollinar, due o tre paia d’ore e poi coincidenze, come la vita.

Ed è una specie di soglia invisibile, quella che superiamo, all’improvviso, appena in ritardo da pensare Ma quando è successo?, e dal silenzio, dalla compostezza, dalle telefonate rispettose che ci lasciano fuori, tra un vagone e l’altro, ecco, dal rigore e altre cose a rima, si passa al Caos, a cellulari che sguazzano nel trash di suonerie purtroppo probabili e conversazioni piene di vocali aperte che non si e ci risparmiano, a un generalizzato senso di Anarcoide Euforia che non nasconde niente, nemmeno il solito esito di non colpevolezze. Italia, prossima fermata, Bardonecchia.

Tutto è slabbrato tirato e smollato, liquido e immobile, non credo di essere pronto ma non mi sto ponendo la questione, se proprio. Ancora qualche rigurgito francofono, Torino Porta Susa c’è pieno di frecce che si ritorcono contro, corso Inghilterra è un lago di sole buttato in fronte a chi non lo sapeva e intanto l’uomo con divisa e fischietto dice Sì, questo è il treno per Porta Nuova. Un intramuscolo di non necessità, nello specifico e in generale, questa specie di Piccola Termini che mi sento un poco in imbarazzo per chi ha deciso così, mi è sembrato di vedere un calco. Il resto è quel libro di Lethem che prendo e che poi lascio sull’altare della serendipity, le facce di Littizzetto e Chiambretti, giochiamoci i jolly, piante e negozi che odorano di Centovetrine e una pagina voltata molto in fretta, altri treni.

 


lunedì 27 giugno 2011

La lusinga, la baldanza, il fio, lo scoramento, i calzoni corti, Parigi quando mi disse Fidati di me


 

io quelli che dicono non m’importa del tempo non guardo le previsioni del tempo non ne parlo in ascensore chi se ne fotte, io grande ammirazione, che così io non sarò mai, io sono chi al mattino scosta la tenda e, a seconda, son bestemmine o bestemmioni e comunque no, ho cambiato idea: o mentono o mentono. non ci credo, alle cose che mi dicono di loro. che vuol dire che non si curano del tempo?, e se per un mese nuvolaglia e pioggiaglia? no, io sì, mi è successo, mi è appena successo. conseguenze dell’umor, nascere di domenica, in mezzo all’estate, in mezzo al giorno, e poi vivere in fornaci di scirocco e tritolo.

mi dissero, i corvi, all’epoca, atènto stai atènto, il centro europa, mettiti la maglia della salute. invece no, quell’anno fu un anno magnifico, le ottobrate parevano estati in allegato, l’inverno fu assenza di guanti e cianfrusaglie varie, marzo parente a giugno. era printemps, dicevano alla télé, ma già andavamo a correre e facevamo i pique-nique sulla senna, la senna al tramonto, corpi nudi, i battelli, i turisti ciao ciao con la manina. il tempo degli acciacchetti, delle sciocche calamite all’indietro, di là da venire, e venne, dopo averci illuso di buonumore e quel che ci stava dentro. facemmo piani, piani di piacere, prima del dovere, mandarli all’aria. legge mai abbastanza elusa, le mosche nel pugno, niente programmi, niente immagini, poi ti svegli scosti la tenda una due cento mille volte, ah sì, è così?

di questo giugno che scappa, urla e porquoi, feste delle musiche e feste dei cinema, feste sempre feste ma che cazzo c’avranno da festeggiare, oggi parigi mi pareva londra, una quantità di genti ejettate a flusso continuo da negozi metro parchi palazzi mostre cortei sogni stramazzi e strapazzi, rivoli di minzioni su rue rivoli, urla, altre urla, e se parigi è così piccola io mi prendo per mano e mi porto con me, genti di pasque e pasquette che ci fai qui, no che ci fai tu qui, attori in tournée, esami che mai mai smettono, domani facciamo la festa, ognuno porta qualcosa tu cosa porti, fisso il vuoto, penso a me in quinta elementare, la fanta, sì la fanta, michelle williams mi guarda dalla locandina di western, le dico ciao michelle, ma belle, très bien ensemble, mi raccomando, all’esame ho alzato la mano ho detto Mi Sa Che C’è Un Errore Di Stampa, la storia finisce con maria lourdes che chiama l’applauso ed è tutta una stima di bene, bill callahan con quella voce poteva solo finire a cantare, but i’ll find a better word, someday, il 91 non passa, volevamo riprenderci la bastiglia ci siamo presi i chilometri in diagonale, croci disegnate e mal portate, i pattinatori pazzi di notre dame, sarah manezza nella marezza, questioni di inciampo, ci spaccia i catrevandis come suoi ma vu sucati un pruno, un nano all’improvviso ci affianca, sul suo monopattino su misura, ci sorpassa e sorride, vince lui, lui e la pioggia fina fina, che ricomincia, ma dura poco, infatti stavamo tutti dietro la linea bianca, piede pronto a partire, in attesa dello sparo, lo sparo liberi tutti, il était une fois il cache cache, e ora mannònt per strada, petti e cosce e sudori caldi, sudori freddi, l’erba è verde, oggi per la prima volta in vita mia ho messo un paio di calzoni corti, domani la canicule, i beur vendono l’acqua dentro i pezzi di ghiaccio, tre euro merci, ti guardo dritto in faccia, in fondo agli occhi, non te lo dico più, ma la verità è che mon coeur ne bat plus quand je te vois, mon corps ne bouge plus quand j’entends ta voix, parigi, dai, statti un poco ferma che ti faccio una foto: j’suis fou de toi.

 


venerdì 3 giugno 2011

Ma chi sei, Boris Becker?


 

Undici anni, qualcosa in più, chiesi a mio padre Pà, il judo mi fa cacare, voglio iscrivermi a tennis. Mio padre, che già vedeva in me un campioncino di judo, judo chissà perché poi, mi ci aveva iscritto di peso, a judo, fece la faccia a labbrino, disse Vediamo, Poi Vediamo. Quel Vediamo era una specie di porta spalancata sui miei futuri passanti incrociati di rovescio. Mi misi a camurrìa. Un attimo prima di farsi portare il cervello dal mio Allora Pà, avevi detto Vediamo, hai Visto?, mi guardò dall’alto in basso: Se dopo due mesi ti lamenti o vuoi cambiare di nuovo sport, ti pigghio a vastunate. Anche io ti voglio bene papà, pensai.

Il circolo era vicino casa, ed era il secondo circolo più prestigioso tra i tre di tutta la città. La retta annuale era molto elevata, ma d’altronde avevo undici anni, portavo già la riga di lato, non fumavo, non bevevo, non mi drogavo, ero quello che in gergo si dice un bambino modello.
Al momento di mettere la firma sull’assegno mio padre mi lanciò un’occhiata assassina che non scordai per il resto dei miei giorni. Ma io feci finta di niente, tutto impomatato nella mia tuta acetata azzurro cielo con bardature di giallo e bianco e, soprattutto, i miei polsini diadora al polso. Il vero è che io tutto quel casino l’avevo piantato per potermi mettere i polsini senza sembrare uno scemo. Che io i polsini diadora li portavo già nella vita di tutti i giorni ma a scuola effettivamente erano un filo fuori contesto. E i miei compagni, diciamolo, non erano così intelligenti da non farmelo notare. Su un campo da tennis nessuno si sarebbe accorto dei miei polsini diadora, persi tra decine di polsini diadora sui campi pieni di polsini diadora. Questo il mio piano, non faceva una grinza.

La prima lezione, il primo giorno, era settembre. Il maestro, un uomo alto un metro e mezzo, abbronzatissimo e con gli occhiali da sole, il Nick Bollettieri di San Vito Lo Capo, ci fece schierare tutti in fondo al campo per fare il discorsetto di inizio anno. Eravamo una trentina. Un silenzio tombale. Prima di cominciare il maestro disse due cose. La prima cosa fu A fine anno facciamo un torneo con gli altri circoli, non mi fate fare figure di merda. La seconda cosa, invece, fu: Ehi tu, tu con quei polsini diadora, chi sei, Boris Becker?

Non indossai più un polsino in tutta la mia vita.

 


domenica 3 aprile 2011

Non porti più i calzini bella bionda


 

Lo dicono al telegiornale, niente fa media, in questi giorni, forse più avanti, tra qualche mese, quando sommeremo il passato al passato, e i numeri torneranno indietro, una resa di stupore e di vetri che si levano e finestre che si aprono e tutto assume un unico sapore suono senso: esibizione.

La luce, non più improvvisamente così forte, molto forte incredibilmente vicino, una luce che si rifrange sui muri e torna indietro, di rimpallo, sugli occhi, e le dita tese sulla fronte, non a scrutare l’orizzonte, ma riflesso inconsapevole: proteggersi, da cosa? E se qui la mano a visiera una volta era più rara della gente senza pensieri, ora sono giorni senza pensieri e di mano a visiera, tra le strade, un sorridi generale sempre meno eccezione, che non fa in tempo a diventare noia, che lo sanno, lo sappiamo, come funziona: adesso.

E la città si trasforma in un flashmob, un buzz di felicità impazzimenti e giardini tirati a festa, amici che fanno i cruciverba nei tavolini all’aperto, gente infante che impara a camminare, muscoli e gambe lisce che si risvegliano, infradito tirati a lucido, erotismi per tutti i gusti, il gelato da queste parti lo appoggiano, e devi sbrigarti, veloce, come questa pallina da tennis che rimbalza da parte a parte, seduti sulle sedie verdi da secoli, o in piedi, di lato, di fronte, a guardare questi due amici che giocano, uno più tecnico l’altro più fisico, la vita è sempre Federer contro Nadal, e gli spettatori aumentano, che i due amici ci danno dentro, e ogni punto è sudato, a colpi di Putain e Ta guele, ma sono Putain e Ta guele d’amicizia, sulle sedie verdi, all’indietro, jeans stretti che giocano a curve, dolcevita sempre ton sur ton, si applaude, infine, e infine, arrivano due signori di mezza età, che l’ora è scaduta, e le sedie si svuotano e si torna indietro.

Fino a questo sabato di notte e di cammino, lungo un fiume che fa isola, sui gradini, con le gambe penzoloni, dall’alto, prospettive d’euforia, note giamaicane, annacamenti vari, una brezza che non fa breccia, al primo piano un certo Mathieu sta compiendo trent’anni, dalle finestre aperte arrivano voci su musiche, e c’è un foglio scritto a mano, scritto da Mathieu, dice che c’è festa, volendo, e grazie per la nostra comprensione, di chi passa, di chi sta, ma non ti scusare Mathieu, non è notte di dormire, questa.

 


venerdì 18 marzo 2011

Mio padre ha un nuovo cane ma non sa come chiamarlo


 

Mio padre non ha mai amato i cani. Gli animali, tutti. Per lui amare gli animali significava, fondamentalmente, sedersi a tavola e mangiare cose che prima erano vive e poi non più. Il suo piatto preferito è sempre stato l’agnello arrosto, quello che si mangia il giorno di Nostro Signore Resurretto.

E così, quando io, piccino memmedesimo tieffemmino, andai da lui chiedendogli un cagnolino che tutti i miei amici avevano un cagnolino, la sua risposta fu un lapidario: Abitiamo al quinto piano.

Non bastò andare a supplicare mia madre la quale ammantò il rifiuto di illogiche motivazioni tipo: Non ti compriamo il cagnolino perché il cagnolino poi muore e tu soffri. Il che non mi risparmiò alcuna sofferenza, anzi: peggio. Vissi il trauma dell’abbandono senza nemmeno averlo sperimentato, questo abbandono. Se vuoi ti compriamo il computer, mi dissero. Divenni in breve campioncino condominiale di tetris. Ma chi se ne fregava. Io volevo un cagnolino. La storia, breve, finisce con io che odio i cani e se ce n’è uno nei paraggi ci guardiamo in cagnesco.

L’anno scorso, mio padre. Un suo amico gli avanzava un piccolo cane di non so quale razza e gli ha chiesto: Dai, pigliatelo. Lui, mio padre, forse preso in un momento di debolezza che il Catania era alla sesta sconfitta consecutiva in campionato, si è trovato con questo piccolo cane in giardino. Il piccolo cane aveva già un nome. Il nome di questo piccolo cane era ARON (sì, come il bambino misterioso di Lost e sì, l’uso dell’imperfetto è uno spoiler, anche piuttosto grosso).

Tempo due giorni, e mio padre non c’ha capito più niente. Era tutto preso da ARON. Si è comprato uno stock di magliettine con su scritto I FIDO, è diventato vegetariano e si è tesserato presso la Lega Siciliana per la protezione degli animali, chiedendo di diventare Guardia Zoofila con delega alla Ronde sul Territorio. Insomma, un altro uomo.

Con cane ARON è andato tutto benissimo, mio padre lo ha vaccinato, lo ha portato regolarmente a fare i controlli dal veterinario, lo ha accudito amorevolmente. Ci ha anche presentati, a me e a ARON dico, solo che io odio i cani – d’altronde, con due genitori di quella portata – e quindi con ARON, ma giusto perché era uno di famiglia, c’è sempre stato un reciproco rispetto ma mai nulla di più. Anzi no, ora che ci penso, una volta gli ho anche portato da mangiare. Mezzo chilo di spaghetti al sugo.
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    giovedì 9 ottobre 2014
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