martedì 24 aprile 2012

Per una Palermo da premio Oscar


 

La cosa bella di Palermo è che Palermo sa sempre regalarti dei più o meno piacevoli Gulp. Sotto elezioni, poi, non ne parliamo.
Prima Mammina, sei pronta?, poi la ricandidatura di Leoluca Orlando Cascio (uno dei più cari amici del football americano italiano e di Hillary Clinton, ricordiamolo).
Oggi, grazie all’Unità, scopro invece che tra i tanti candidati al consiglio comunale c’è anche un faccione bello-nutrito-e-conosciuto: Totò Cascio, Nuovo Cinema Paradiso, Peppuccio Tornatore, ah che belli i vecchi tempi, io mi ricordo, Agnese Nano, la poesia, sì ma qua dobbiamo mangiare.
Totò Cascio, per una Palermo da Oscar. No, mammina, non ero pronto:

 

 

L’Innocenza

 

 

 

 

 

 


venerdì 8 luglio 2011

Io, la vecchia che si cacò, suo marito Muto, il gatto Refolo, il bimbo decenne, il tatuatore di cento kg: tornando a casa, cose


 

Che non sarebbe stato un volo come tutti gli altri l’avevo capito subito, quando avevo letto il posto che la graziosa signorina al check-in mi aveva assegnato: 2C. Che quando mi mettono nelle prime file dell’aereo succedono sempre cose. Ma d’altronde, quand’è che non succedono cose se nella stessa frase ci stanno parole come Ritorno, Palermo, Io?

Davanti a me, nella fila Uno ci sono un bambino di dieci anni, viaggia da solo, un motociclista tatuato di cento chili almeno (lo dirà lui stesso, dopo, che è un motociclista), una signora sui settantanni. E un gatto.
- Ma che bello questo gatticello! Fa la signora quando sale, un poco in ritardo. Di chi è?
- Mio, risponde con gli occhi a cuoricino smiagolante il motociclista tatuato e tatuatore di cento chili (lo dirà lui stesso, che è tatuatore, quest’ammasso di stereotipi ma non troppo).
- E come si chiama? La signora, sempre più incuriosita, tende il dito indice verso la grata da cui emergono solo due occhi giallo-cattiveria.
- Refolo
La signora fa un lieve movimento della testa da sinistra a destra, quasi un pendolo. Si vede che non ha capito bene. Rimane incerta qualche istante, a un passo dal ritirarsi strategico (come quando ti presentano delle persone nuove e le voci si accavallano e non si capisce niente e e così a fine serata, magari, i più ardimentosi chiederanno: Scusa, non ho capito il tuo nome), ma poi si prende di coraggio e chiede: Brufolo?
Il tatuato tatuatore si volta indignato: Ma quale brufolo e brufolo! REFOLO! Vero che ti chiami CIAF CIAF PRRR PRRR Refolo? Il tatuato tatuatore ora è tutto sdilinquito per il gatto che, peraltro, manco lo caca.

Intanto, in tutto questo, non siamo ancora decollati. C’è qualcuno che ancora deve salire sull’aereo. Io li odio quelli che fanno ritardo e li aspettano. Io quando faccio ritardo non mi aspetta mai nessuno e se ne vanno lasciandomi al mio paese. Questa cosa che deve salire gente la so perché intercetto il labiale dei due steward che parlano tra di loro, a pochi metri da me, convinti di essere protetti dalla tendina. No. Ah, e comunque, su questo volo non ci sono hostess, solo steward. E sono tutti del Nord.

Lo ammetto, vi contai una bugia. Il mio posto non era 2C. Il mio posto era 2A.
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giovedì 7 luglio 2011

Felicità è la Vespa in tre, qualcuno in piedi, qualcuno assittato


 

C’è una scena che a Palermo si ripete, estate dopo estate, anno dopo anno, immutabile attraversamento di abitudini, costumi, incoscienze.
La scena vede una Vespa marciare tutta borbottante per le vie della città o della provincia, a fianco dei villini di villeggiatura.
La Vespa solitamente è guidata dal Papà, in costume, magari a petto nudo. Dietro è seduta la Mamma, in costume ma anche con un castigato pareo che magari copre e non copre le gambe, e magari le braccia attorno al torace di suo marito, ma non troppo, che fa caldo.
E poi, ciliegina in fundo, il figlioletto o la figlioletta, cinquenne in media, in piedi, proprio addosso al manubrio, con i capelli scompigliati dal vento e un sorriso innocente che andare in Vespa, in piedi, mentre Papà tiene tutto sotto controllo, è come stare sulle giostre.

E poi vabbè, nessuno dei tre indossa il casco, e la polizia municipale se li vede ci batte pure le mani, ma che c’entra, mica vogliamo giocare a indignazione?

 


lunedì 9 maggio 2011

Peppino Impastato.


 

La prima immagine siamo nel 1998 e sono io che entro nell’aula magna della Facoltà di Scienze della Comunicazione a Palermo, in via Pascoli. In realtà la facoltà è di Scienze della Formazione e noi studenti di Comunicazione non abbiamo una sede tutta nostra e di volta in volta seguiamo le lezioni in vari punti della città, nomadi a Piazza Florio, nomadi a via Aquileia e nomadi a via Pascoli, appunto. Nell’aula magna, ad anfiteatro, bella, ci sto entrando per un esame di Sociologia, terribile, la prima volta scappo che dei sette libri del programma mi pare non saperne niente, la seconda, il mese dopo, non rispondo all’appello e la terza infine mi siedo, che altrimenti devo partire militare. Ma la prima volta, indietro, la prima volta che entro nell’aula magna c’è un dettaglio che mi colpisce, una targa, una scritta, marrone su fondo marrone, si legge a malapena. La scritta dice: Aula Peppino Impastato. È un nome che non mi dice niente, non so chi sia. Non c’è scritto nient’altro. Solo Peppino Impastato. Forse qualcuno ammazzato dalla mafia, penso. Che a Palermo, ho vent’anni, l’ho capito come funziona, non ci vuole molto, c’è questa cosa delle coscienze, coscienze da lavarsi, pensieri da voltare pagina, sguardi da distogliere. Un nome, una scritta, una targa, una via, un aeroporto. Un’aula universitaria. Peppino Impastato.

La seconda immagine siamo nel 2000 e sono io che arrivo al Festival di Venezia. Nell’aria, ricordo, appena metto piede al Festival di Venezia, il sole è alto, il cielo azzurro, il vento tanto, nell’aria, non so perché, gli U2 e With or without you, ma tranquilli, non sta succedendo niente di epico, anche perché la prima persona che incrocio è Vittorio Sgarbi e la seconda è Mereghetti quello del dizionario. E proprio quel giorno c’è la proiezione de I cento passi e io purtroppo non ho i biglietti per entrare che ero curioso di vedere questo film che parlava di Peppino Impastato quello dell’aula universitaria, quello ammazzato dalla mafia e di cui non si sapeva niente, tranne che era stato ammazzato dalla mafia, ma nessuno lo diceva, a Palermo, chissà perché, che era stato ammazzato dalla mafia. Come se fosse una cosa di cui vergognarsi. Rimango fuori, e intanto leggo il giornale, e il giornale dice Oggi a Venezia verrà presentato I cento passi. E io sono a Venezia, sono qui, a pochi metri da quello che dice il giornale, e sono fuori, aspetto che esca la gente, voglio almeno vedere le facce, penso.

E la terza immagine infine siamo nel 2001, ancora non avevo detto Tu Palermo non mi basti dei miei sogni che ne hai fatto me li hai chiusi in un cassetto, sto parcheggiando la mia Panda in una viuzza di Cinisi, chiudo la serratura, la controllo una seconda volta e una terza, stasera c’è una proiezione pubblica de I cento passi, sto per entrare in teatro, degli uomini seduti sul marciapiede giocano a carte, li guardo, un attimo, e poi entro, mi siedo e Claudio Fava fa un discorso, parla di Peppino Impastato, siamo a Cinisi, a pochi metri dalle cose, da quello che dice Fava, da quello che sappiamo, eppure siamo fuori, una specie di bolla piena di senza senso, e non riesco a togliermi questa sensazione di dosso, di tutta questa gente che è venuta fin qui credendo di stare nelle cose per poi rimanere fuori, mi agito, improvvisamente penso che non voglio avere niente a che fare con quest’altro rito pubblico di pulizia delle coscienze, non c’entro niente, e voglio andarmene, perché sono venuto?, voglio andarmene, e lo faccio, prima della fine, costringo due persone alla mia sinistra ad alzarsi, e me ne vado, esco dal teatro e ritrovo la mia Panda e rimetto in moto e faccio l’autostrada all’incontrario, il finestrino abbassato che è già estate, alla mia destra la montagna, alla mia sinistra il mare, e questo è uno degli ultimi ricordi che ho di Palermo.

 


venerdì 18 marzo 2011

Mio padre ha un nuovo cane ma non sa come chiamarlo


 

Mio padre non ha mai amato i cani. Gli animali, tutti. Per lui amare gli animali significava, fondamentalmente, sedersi a tavola e mangiare cose che prima erano vive e poi non più. Il suo piatto preferito è sempre stato l’agnello arrosto, quello che si mangia il giorno di Nostro Signore Resurretto.

E così, quando io, piccino memmedesimo tieffemmino, andai da lui chiedendogli un cagnolino che tutti i miei amici avevano un cagnolino, la sua risposta fu un lapidario: Abitiamo al quinto piano.

Non bastò andare a supplicare mia madre la quale ammantò il rifiuto di illogiche motivazioni tipo: Non ti compriamo il cagnolino perché il cagnolino poi muore e tu soffri. Il che non mi risparmiò alcuna sofferenza, anzi: peggio. Vissi il trauma dell’abbandono senza nemmeno averlo sperimentato, questo abbandono. Se vuoi ti compriamo il computer, mi dissero. Divenni in breve campioncino condominiale di tetris. Ma chi se ne fregava. Io volevo un cagnolino. La storia, breve, finisce con io che odio i cani e se ce n’è uno nei paraggi ci guardiamo in cagnesco.

L’anno scorso, mio padre. Un suo amico gli avanzava un piccolo cane di non so quale razza e gli ha chiesto: Dai, pigliatelo. Lui, mio padre, forse preso in un momento di debolezza che il Catania era alla sesta sconfitta consecutiva in campionato, si è trovato con questo piccolo cane in giardino. Il piccolo cane aveva già un nome. Il nome di questo piccolo cane era ARON (sì, come il bambino misterioso di Lost e sì, l’uso dell’imperfetto è uno spoiler, anche piuttosto grosso).

Tempo due giorni, e mio padre non c’ha capito più niente. Era tutto preso da ARON. Si è comprato uno stock di magliettine con su scritto I FIDO, è diventato vegetariano e si è tesserato presso la Lega Siciliana per la protezione degli animali, chiedendo di diventare Guardia Zoofila con delega alla Ronde sul Territorio. Insomma, un altro uomo.

Con cane ARON è andato tutto benissimo, mio padre lo ha vaccinato, lo ha portato regolarmente a fare i controlli dal veterinario, lo ha accudito amorevolmente. Ci ha anche presentati, a me e a ARON dico, solo che io odio i cani – d’altronde, con due genitori di quella portata – e quindi con ARON, ma giusto perché era uno di famiglia, c’è sempre stato un reciproco rispetto ma mai nulla di più. Anzi no, ora che ci penso, una volta gli ho anche portato da mangiare. Mezzo chilo di spaghetti al sugo.
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giovedì 23 dicembre 2010

Ventotto gradi? Maveeeeero mi dici? ‘Ncacomu!


 

Oggi sono andato in farmacia che mi dovevo comprare l’Autan. Stanotte infatti non ho chiuso occhio. C’erano due zanzare scassaminchia. Forse non ve l’ho detto mai, io sono uno di quelli che le zanzare mi vedono ed è tutto un succhia succhia generale. Comunque colpa mia: sono entrate perché ho lasciato la finestra aperta. Sì, stanotte ho dormito con la finestra aperta.

Insomma stavo in farmacia. C’era un fottìo di gente. La fila arrivava fino a fuori del negozio. Mamààà! Tutti a comprare l’Autan o il sciroppo per la tosse, come si chiama? Vabbè, com’è come non è a un certo punto entra una signora, salta tutti e va dritta dritta dalla signorina farmacista e ci fa:
- Scusi posso chiedere se c’avete una cosa?
- E che llo chiede a mme, signora, a lloro deve chiederlo!

(Loro saremmo noi, gente in fila)

- Sì ma io devo chiedere solo se c’è una cosa. E se poi non c’è cheffà mi faccio la fila per niente?
- Ho capiiiiito perfattamante ma che cci vuole a chiedere alllle pessone che stanno in fila? Per me signora lei può fare quello che vvuole ma poi le pessone giustamente se la prendono con me se lei passa avanti a tutti e io che c’entr-
- Ma quale passare avanti e passare avanti! Allora c’ha la testa dura, signorina! Io voglio solo sapere se c’è questa cosa, se lei mi dice che c’è io mi metto in fila e faccio la fila ma se non c’è me ne torno a casa mia. Allora, c’è o non c’è?
- Senta signora è una questione ddi principio, o lei chied-

AMUNI’ AVADDURARE ANCORA ASSAI ‘STU TEATRINO?

Un vecchietto si sta facendo misurare la pressione da un’altra dottoressa. Gran pezzo di sticchio, tra parentesi. Non mi pare molto logico farsi misurare la pressione da un pezzo di sticchio, io dico.
Vabbè, sta per finire a schifìo, ma poi la signora piglia la borsa e
- TALE’ FORSE E’ MEGLIO CHE ME NE VADO CHE QUA NON SONO GRADITA!
- ECCO BRAVA

(Abbiamo trasmesso: GETTARE VOCI A PALERMO).

Poi io e il mio Autan ce ne siamo andati da Cammarata Sport a comprare un bello costume di quelli a boxer ma no larghi! e manco stretti! quelli mezzo mezzo. Dice che domani a Mondello aprono la stagione balneare. Però al Telegiornale di Sicilia hanno detto che forse piove. Secondo me pure, quando si butta vento di scirocco di questa portata poi piove sempre.

 


martedì 21 dicembre 2010

Salto carpiato rovesciato transalpino, coefficiente di difficoltà: 21 ore, the eternal summer of the endless trip


 

“Ma perché non occupiamo la sala? Facciamo bordello come i napoletani!”

Aeroporto di Orly, ore 16. Una signora, palermitana, in onore alle comuni ascendenze borboniche (ma poi: quali napoletani? Tutti o alcuni? Nessuno le seppe, al termine di questa storia).

E mi faccio questa bella dormita di manco due ore, altra doccia, la seconda, in poche ore, finché ce n’è, asciugo con l’asciugacapelli i capelli e anche le scarpe fraciche di neve dell’alba, esco, prendo un panino, lo mangio mentre scendo le scale della Rer, un pezzo anche sopra la Rer, mai mangiare sulla Rer, l’odore della Rer seppellisce tutto e poi se lo porta via, anche il sapore di questo panino che non finisco, sprofondo sul sedile, direzione Antony e poi l’Orlyval che il bus è meglio di no.

Sì, eccomi qua. Di nuovo all’aeroporto. Io e il mio zainetto. La valigia, boh, la valigia senza lucchetto, boh, da qualche parte, freezata nel limbo di questo eterno viaggio, uno tra tanti, viaggi cancellati, corretti, soldi buttati, scorciatoie, vedete quanto vi voglio bene?, e se non sono aerei ci sono almeno treni. Sì, i treni. Ma solo quelli francesi che hanno anche i maggiordomi.

Orly Sud. Sono qui da mezzora. La signora, palermitana, sessantanni, circa, urla con foga, molta. Penso a uno scherzo, ma poi le facce, le genti, annuiscono, la proposta della signora -okkupazione!- è serissima. Parte anche un timido applauso. Ma siamo ancora in autogestione: non ci sono leader. Masaniella è persa chissà dove, forse stanca di fare la donna col megafono. Non ci sono leader, in compenso gruppi. Anzi, gruppetti. Sembra si conoscano tutti. Sorrisi. Prossimità. Mi sento come quando il primo giorno di scuola in quarta ginnasio arrivai in ritardo e tutti erano già amici di tutti e io no, io ero arrivato in ritardo, un passo indietro, in seconda fila, un ritardo che sarebbe rimasto lì, per anni, per sempre.

“Dice che il nostro aereo ancora non c’è. Qua prima delle nove non si parte”. “Se si parte”. Le poche informazioni, vere o meno non importa, arrivano a ondate, messaggeri improvvisati arrivano da chissà dove, improbabili avanscoperte tra le fila del nemico. Dibattiti. Accuse. Lamenti. “Non gliene frega niente!” “Mia moglie è incinta!” “Io sto qua da stamattina alle quattro!” “Io dalle tre!”. Qualcuno, giovani, erasmus, vagano per la sala cercando dei fogli e una penna per raccogliere delle firme: facciamo la class action!

E poi ci sono gli altri. Quelli che stanno.
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    giovedì 9 ottobre 2014
  • The new pornographersBrill_Bruisers_Cover      Anche l’autunno è una stagione come si deve, a patto di ascoltare almeno due volte al giorno Brill Bruisers, il nuovo disco dei New Pornographers: