martedì 18 ottobre 2011

Tristi disappunti per italiani abitanti a Francia: Nutella e pasta Barilla ne sont pas la même chose


 

aparisMa poi questi italiani transalpini a se stessi dovranno pure incontrarsi, e dimenticarsi di quel sottobosco chiamato ‘nasali’, e spalancare finalmente a piacimento quelle benedette vocali, senza che qualcuno arricci fronti, aggrotti nasi e via disprezzando.
E poi, dopo che si incontrano, e parlano del più e del meno, del cinema e dell’affanno a stare dietro a tutti questi film che escono ogni semaine, e del tempo e di già lalàna, e di Repubblica oui o Repubblica pas, e l’hai visto a Canal+ cos’hanno detto di noi, ma noi chi?, ma il figlio di quei due alla fine è nato?, ma chi se ne frega, tanto l’anno prossimo rivince preciso, insomma

sei lì, in un qualche bistrot a Ménilmontant o chissà, e a un certo punto, finiti i devoirs, on s’amuse con l’evergreen tra gli evergreen: il cibo. Ma mica le solite litanie sul caffè (ohh da quanto sto qua mai bevuto un caffè come da noi, infatti cari, non so come dircelo, noi qui non siamo da noi) o sulle pizzerie che si spacciano per italiennes ma in realtà dietro c’è gente di Bolivia o di Egitto. No, c’è una tutto sommato new entry che italiani espatrioti si trovano d’accordo che più d’accordo non si può:

La pasta Barilla e la Nutella Ferrero qui, a Francia, hanno un sapore diverso 

(Ohhh stupore)
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giovedì 6 ottobre 2011

Gli zombie sobri che leggono camminando (o camminano leggendo)


 

Il mondo si divide chiaramente in:

 

 

a) quelli che leggono e
b) quelli che leggono camminando (o camminano leggendo: se ci sono sfumature di senso trovatele voi)

 

Divisione per fortuna sproporzionata. Di solito mondo è posto discutibile in cui vivere, e gente altrettanto, ma in questo caso no. Quelli che leggono camminando, quanti sono? L’uno per cento? Il due per cento? Comunque troppi. Certamente trasversali. Capitali del mondo, cela va sans dire. A Petralia Sottana mai visto uno camminare leggendo. Ma a Petralia Sottana sono stato una sola volta in vita mia.

 

Ok, dicevo. Loro, li vedi uscire dalla metro e percorrere questi lunghi corridoi, e poi salire le scale, sempre con gli occhi sulle pagine, e poi fuori all’aria aperta, sui marciapiedi. Degli zombie dall’ossimoro incistato: zombie sobri. Loro vanno dritti, a prescindere, e riescono a evitare pali, gradini, buche nel terreno. Sono salvi e sfruttano al doppio il tempo che han dato loro. Io quelli che leggono camminando li odio, forse perché tutte quelle cose assieme non riesco a farle. Se cammino, cammino. Al limite guardo le figure. Se leggo, leggo. E se ci sono le figure, pure quelle.

 

C’è un’ipotesi, però, in base alla quale io potrei forse non odiare quelli che leggono camminando. E cioè che essi facciano finta. Che si sparino le pose. Un modo per reclamare attenzione, you know, facendo finta che non gliene importa. La gente è capace di molto. Allora, in quel caso, no, non li odio. Io quelli che si sparano le pose mi divertono, li sgamo subito, a volte gli faccio buh!, loro si spaventano ma poi sfodero uno dei miei sorrisi e loro si calmano, sanno che io so, ma capiscono subito che io non nacqui spione. Con me stanno al sicuro. Però, ora che ci penso, non è che io posso pure accollarmi i processi alle intenzioni in positivo. Che me frega, che me ne cale. Per cui, bòn, se uno legge camminando legge camminando. Punto. E ogni volta che vedo uno che legge camminando ecco, io, penso sempre a quanto sarebbe moralmente ineccepibile fargli un bello sgambetto. Così, per vedere l’effetto che fa.

 

 


mercoledì 7 settembre 2011

Feticci parigini: la pecetta gialla sui libri usati di Gibert Joseph e Gibert Jeune


 

Devo dire che non ho ben seguito il dibattito sull’introduzione della legge che prevede il tetto massimo del 15% agli sconti sui prezzi dei libri. (Un giorno torno dalle vacanze e trovo le varie timeline che fibrillano di genti tra l’invasato e il furibondo che stanno comprando libri a pacchi di centinaia per approfittare degli ultimi giorni di sconti al 30% o anche di più. Tipo le svendite e lo Svuota Tutto dei negozi di tappeti).

 

 

Ma se proprio devo dire la mia, credo che il problema non sia tanto la percentuale di questo o quello sconto, quanto piuttosto il prezzo dei libri in copertina. L’Italia è uno dei paesi in cui i libri costano di più. Se ci sono battaglie da fare vanno fatte in questa direzione, tutto il resto viene dopo, ma sempre dopo. Perché questi benedetti libri debbono costare così tanto? Ne abbiamo già scritto in passato. (Altri esempi: Le Correzioni su Amazon Italia e su Amazon Francia. La Metafisica dei tubi su Amazon Italia e su Amazon Francia) (Sconti o non sconti, siete bravi in matematica?)

 

Ora, anche in Francia, se non erro, c’è una legge che fissa i tetti degli sconti. Ma in Francia, per esempio, ed è quello che manca in Italia, è possibile scegliere. Vogliamo misurare la qualità della vita in base al concetto di Scelta? (No, magari un’altra volta). Scelta significa poter trovare lo stesso libro o nuovo di pacca o usato in buone condizioni. Uno di fianco all’altro. Presso i rivenditori on line e presso le librerie.

 

Comunque, chi ha detto Libreria? A Parigi libreria fa rima con Gibert Jeune e Gibert Joseph (entrambi su Boulevard Saint-Michel, Joseph ha anche la succursale nel tredicesimo). E Gibert a Parigi fa rima con Pecetta Gialla. Quella strisciolina che sta sul fianco del libro e che, quando c’è, festa grande alla corte di Francia. Significa, la pecetta gialla, che, passati quei pochi mesi fisiologici dall’uscita di una novità, capace che tu il libro lo trovi a prezzo notevolmente più basso. Nel caso dei classici, o libri vecchi, che già costano poco, molto poco (è questo il vero grande nodo: in Francia certi libri te li tirano dietro!), allora, se per giunta trovi la pecetta gialla capace che entri con dieci euro e te ne esci con cinque libri nella sacchetta. (Ci sono libri in ottimo stato che costano 0,80 centesimi! Non so se!). Ora, ci frega qualcosa se quando sfogliamo il libro davanti al naso con gli occhi chiusi sentiamo odore di colla nuova o di polvere antica? A ciascuno il suo. Ma intanto, viva la pecetta gialla.

 

 

(Vi lascio con un gioco facile facile. Chiudete gli occhi. Fatto? Bene. Immaginatevi la Feltrinelli più grande della vostra città. Fatto? Bene. Immaginatevi che la metà dei libri esposti siano usati. E che questi libri usati abbiano tutti una pecetta gialla a segnalarla. Fatto? Avete ben immaginato la pecetta gialla, tipo quella della foto qui sopra? Benissimo. Ecco quello che provo io quando entro da Gibert Joseph).

 

 

 


lunedì 5 settembre 2011

La mattina la colazione al bancone al bar anzi no al panificio


 

aparisQui il concetto di colazione al bar non esiste. Bar come bancone. Che tu entri, un caffè capo!, bevi con risucchio, ciao, grazie, ma grazie di cosa?, alla prossima.

Cioè, in effetti esiste. Ma non è nell’uso e nei costumi. Qualcuno sì. Tipo, sotto casa mia, ma proprio sotto casa mia, che esco dal portone, ecco c’è un bistrot che fa il caffè al bancone. Un euro. È pure buono (non è vero che il caffè all’estero fa schifo. Non sempre, almeno. E se è buono non è mica detto che siano emigrati di meridione, anzi. Piuttosto arabi, o di quei pizzi là). Solo che il punto è che questo bistrot sotto casa mia apre alle 15. Dalle 15 alle 22 fa l’happy hour a 1euro50. Infatti c’è sempre un botto di Gente Che Tracanna. Ma parlavamo di caffè.

La colazione al bar al bancone la mattina. Tolti Starbucks, Pomme de Pain, La Brioche Dorée, che rimane? I bistrot, appunto. E tocca sedersi. Ti sei mai seduto a un bistrot parigino a fare la colazione? Minimo minimo ti partono cinque euro. Tenendoti basso. Come dici? In banlieue? Non lo so, non ci vado in banlieue, ci potrei anche andare, con la faccia che mi ritrovo dieci minuti e mi fanno amico, ma no, sono pigro.

E comunque, anche se ti siedi, non tutti hanno il cornetto. E che colazione è, senza il cornetto? Addirittura, io questa cosa non l’ho mai capita, alcuni bar, una specie di tacito accordo intercommerciale, tu ti puoi accattare il cornetto da una parte e te lo porti nella bustina al bistrot. Ordini il caffè e intanto sbocconcelli il cornetto. Magari mentre leggi Libé o che so io.

Tasto cornetto, tasto dolente? Dipende.
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lunedì 11 luglio 2011

D’altronde è una sera d’estate in piazzetta a Monti


 

Che vi devo dire. Niente. Nessuna sensazione specifica, perlomeno tra quelle che hanno dignità di lemma. Qualcosa che si avvicina all’indifferenza? Forse. Sicuro una cosa neutra. Roma, sto parlando di Roma, sta là, c’è, c’è stata, ci sarà, no matter i nostri miserevoli accidenti. Non è cambiata, e d’altronde era facile immaginarlo. Verrebbe da dire: pare di non essermene mai andato. E invece sì. Un anno, dieci anni.

Mi muovo con certezza, volto angoli, giro curve. La sicurezza di percorsi incistati con il sudore e con la fatica. Cammino per cinquine di chilometri senza accorgermi del caldo, come non fossi io. Unica deroga: tengo lo zainetto con il dito indice, sospeso nel vuoto, come un sacchetto della spesa, una cosa che tra cinque minuti svuoterò, piegherò, metterò da parte. Al mercatino dell’usato, l’anno scorso, lasciai quel che poteva essere lasciato, ora sono qua, esattore di me stesso, che ne è stato delle mie cose?, le abbiamo vendute, in tutto ti dobbiamo trentasette euro e cinquanta, ecco qua, firma tutti i fogli, grazie, ciao, noi siamo sempre aperti, eh? Non mancherò.

Non penso a quel settembre, non penso ai modi, ai toni, all’accerchiamento, alla necessità, alle urgenze, alle frette. Non penso a quel che poteva essere eccetera, così era, così è stato, così sarà. Mi scopro pacificato, quasi sereno, eppure quando passo davanti a una vetrina non mi volto a guardare me stesso riflesso. Tiro dritto.
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giovedì 7 luglio 2011

Felicità è la Vespa in tre, qualcuno in piedi, qualcuno assittato


 

C’è una scena che a Palermo si ripete, estate dopo estate, anno dopo anno, immutabile attraversamento di abitudini, costumi, incoscienze.
La scena vede una Vespa marciare tutta borbottante per le vie della città o della provincia, a fianco dei villini di villeggiatura.
La Vespa solitamente è guidata dal Papà, in costume, magari a petto nudo. Dietro è seduta la Mamma, in costume ma anche con un castigato pareo che magari copre e non copre le gambe, e magari le braccia attorno al torace di suo marito, ma non troppo, che fa caldo.
E poi, ciliegina in fundo, il figlioletto o la figlioletta, cinquenne in media, in piedi, proprio addosso al manubrio, con i capelli scompigliati dal vento e un sorriso innocente che andare in Vespa, in piedi, mentre Papà tiene tutto sotto controllo, è come stare sulle giostre.

E poi vabbè, nessuno dei tre indossa il casco, e la polizia municipale se li vede ci batte pure le mani, ma che c’entra, mica vogliamo giocare a indignazione?

 


martedì 24 maggio 2011

Quelli che se una cosa non serve più la poggiano sul marciapiede, quelli che se la prendono e quelli che mai al mondo


 

aparisSe nelle vostre vite avete passato del tempo a Parigi, Francia vi sarete accorti che in molti quartieri, anche residenziali, vige curiosa abitudine: la gente, quando non ha più bisogno dei propri complementi d’arredamento o oggetti di casa, tipo mobili, sedie, lampade, frigoriferi, lavatrici, financo materassi, ecco invece di buttarli nei cassonetti o chiamare la municipale, semplicemente li appoggia sul marciapiede. Sì, sul marciapiede. Stiamo parlando di oggetti in buono stato, mica rotti o rovinati come al reparto occasioni dell’Ikea (se esiste qualcuno nel mondo che vi ha mai comprato qualcosa, secondo me non esiste).

Dicevamo le poltrone sul marciapiede. A quel punto i passanti osservano, scannerizzano, soppesano e, se una cosa è di loro gradimento, se la portano a casa. In caso contrario, la lasciano dove l’hanno trovata. Tanto prima o poi qualcuno che se la piglia c’è. Anche una lavatrice: true story, l’ho visto con i miei due occhi. E dobbiamo ammettere che si tratta di un metodo infallibile. Zero fatica, zero sbattimenti.

Io, e qui possiamo tranquillamente dividere il mondo a metà tra quelli che prendono gli oggetti in mezzo alla strada e quelli che no, ecco io no, non ce la faccio. Anche se, per esempio, dovessi inciampare in un oggetto che mi serve realmente e disperatamente, che ne so, un forno, o uno scaldacervicali. Niente, resisto alla tentazione e amen. Forse è solo una deformazione di quel che faccio nella vita, ma ecco io quando vedo un oggetto usato ho bisogno di sapere a chi appartiene, che storia c’è dietro, quanti figli ha, se è gente allergica ai latticini, cose così. C’è gente invece che si è arredata casa in questo modo. Li invidio. Si fanno pochi problemi. Un poco di amuchina e via.

Tipo, che ne so, quando una squadra di calcio che ha vinto lo scudetto non ha più bisogno di un centrocampista dall’eloquio moderato e allora lo poggia sul marciapiede, tra una lavastoviglie e una libreria billy. A quel punto, stai tranquillo, arriva un’altra squadra che se lo piglia al volo, anche usato e di terza mano. Io, se non si fosse capito, non l’avrei mai fatto, ma chi sono io per giudicare?

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Il mondo si divide anche in:
Quelli che palpeggiano i libri e poi non li rimettono al loro posto
La signora delle pulizie e quelli che puliscono prima
Gli sbirciatori e gli sbirciati sui mezzi pubblici.

 


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    giovedì 24 aprile 2014
  • EnchantéBenjamin-Isidore-Juveneton-insta La Cité de la Mode et du Design è uno dei luoghi meno parigini e più londinesi della città (senza che nessuno, di qua e di là, si offenda). Negozi di design, street food, il museo de l’Art Ludique (che in questo momento ospita la mostra L’art des super-héros Marvel). E, fino ad agosto, Enchanté, continua...