giovedì 12 gennaio 2012

5 film francesi qui ont fait l’année 2011


 

 

Dalla solita, grande e abbondante cesta di film francesi pesco questi cinque: The Artist, Polisse, La guerre est déclarée, Intouchables, L’Apollonide. I film del 2011 per pubblico e critica. Ah, ci sono anche due attori italiani, ma non ve li dico subito, così vi leggete il post per intero.

 

1) The Artist, Michel Hazanavicius. Sicuramente lo conoscete. In Italia sono tutti pazzi per questo film. O quasi. Qui su suolo esagonale, al momento dell’uscita, non è che abbia proprio cassé la baraque. E anche dopo. A fine anno il film non è stato acclamato, come forse qualcuno si aspettava, dalla riviste di cinema-per-fighetti-che-ne-sanno. In effetti, è una storia che tutti già sappiamo, prima ancora di vederla. Non è un film che cambia la storia del cinema, perché ormai nessun film cambia la storia del cinema. Diciamo che è un film d’atmosfera, di sorrisino compiaciutino sulle labbra dall’inizio alla fine. E poi c’è John Goodman (“Oh, pare nato per fare film del genere!”). La febbre, perché di febbre parliamo, è invece scoppiata man mano che il film macinava terreno in terra americana. Nomination ai Golden Globes, probabile presenza agli Oscar. I telegiornali e i giornali francesi hanno dedicato molto più tempo e spazio a parlare della possibilità che la Francia possa tornare in cima al mondo che del film in sé. E ciò ha finito per dare molto valore aggiunto al film, che però quello resta. Piuttosto, va sottolineato il Signor Percorso fatto da Jean Dujardin. Protagonista di Un gars, une fille (in Italia Love Bugs) storica short-comedy, ha poi fatto il salto nel cinema grazie ad Hazanavicius che lo volle in Oss 117, parodia dei film di 007 (in quel film c’era anche Bérénice Bejo). Poi il premio come migliore attore a Cannes e il mondo ai suoi piedi. Gli farei vincere l’Oscar solo per chiamare il mattino dopo Fabio De Luigi e Emilio Solfrizzi.

 

Continua a leggere

 


mercoledì 21 dicembre 2011

Le idi di marzo e quel che poteva essere


 

 

 

George Clooney è proprio uno bravo, che si impegna, che mette sempre del giudizio in quello che fa: l’ambasciatore umanitario, il fidanzato di donne sopra le righe che lo fanno finire sui giornali, i film. Prendiamo Le Idi di Marzo: regista, attore, sceneggiatore, produttore, capocuoco. Tutto a modino, l’incipit, lo svolgimento, la fine, i chiaroscuri, i dialoghi, il cast (su Ryan Gosling però giudizio sospeso: una scena ti pare l’attore più bravo del mondo, quella dopo Ehi, ma questo chi ce l’ha portato qua?).

 

Nessuna sbavatura, controllo totale delle cose filmiche. Le Idi Di Marzo è una macchina molto potente e confortevole: ci sali sopra e bòn, sai dove ti porterà, non devi manco cambiare le marce. Molti hanno parlato di Grande Cinema Americano Di Una Volta. La Politica, il Bene e il Male, il Conflitto Morale. Certo. Ma, diciamolo, se questo film fosse uscito una quindicina d’anni fa, le vene nei polsi le avremmo sentite meglio (sì, coi se e coi ma si resta surplace, andiamo avanti).

 

Il punto è che il cinema americano, certo cinema americano, di cui Clooney è degnissimo rappresentante, negli ultimi anni ha dimenticato, o finge di non sapere, che la televisione ha recuperato molto terreno. E quindi, se il cinema, oggi, decide di raccontare storie e temi che le serie, sto parlando delle serie, in qualche modo hanno già trattato, e anche meglio, ecco, forse è il caso di tenerne conto, e cercare nuove strade, nuovi modi. È il caso, questo caso, del retroscena politico, ma gli esempi sono molti, specie negli ultimi tempi. Stiamo passando dal dire “questa serie televisiva sembra un film” a “questo film sembra una serie televisiva”. Confronti certo iniqui che però producono valore o disvalore, a seconda dei casi e dei pregiudizi. La televisione ha tutto il tempo che vuole per raccontare le cose (e a volte non basta), il cinema deve e può portarci dove non siamo stati mai. Certamente non in quell’ennesima cucina, di notte, con il puro Stephen e il governatore Morris che giocano al gatto e al topo.

 


martedì 1 novembre 2011

In Time, il nuovo film con Justin Timberlake e Leonard di The Big Bang Theory


 

IntimefairuseIo Justin Timberlake se lo incontrassi gli direi: Sì, Justin, lo so, te l’hanno fatta credere, però per favore puoi dedicarti solo alla carriera di cantante che come attore, francamente, fai pena? Poi lascerei passare qualche secondo: No, dai, scherzavo, come attore sei meglio.

Lo scorso weekend è uscito negli Usa In Time, film di Andrew Niccol con appunto Justin Timberlake (in Francia esce il 23 novembre, in Italia non so, speriamo cambino la locandina qua a sinistra, arrestateli). Incassi tiepidi, giudizi anche, malgrado le polemiche. Direte: ma che vuoi da noi? E invece sì, o no, o non so, aspettate. Ultimamente il cinema americano fa questa cosa di prendere gli attori delle serie e metterli a pacchi tutti assieme in una specie di crossoverone gigante. Non si sa se lo facciano perché sono più bravi, perché portano più spettatori, o solo perché hanno finito i piccioli. Ad ogni modo. Scorrendo il cast di ‘sta cosa che si chiama In Time, pare che ce l’abbiano proprio con voi, laddove per voi intendo proprio Voi, che avete sacrificato la vostra vita sociale sull’altare di Gomiso:

Amanda Seyfried cioè Sarah di Big Love
Johnny Galecki cioè Leonard di The Big Bang Theory (!)
Olivia Wilde cioè Thirteen di House
Matt Bomer cioè Coso di White Collar
Vincent Kartheiser cioè Odioso Pete di Mad Men

Giusto per citare i primi. Comunque, qui c’è un montato di quattro minuti, ma non so cosa succede che dopo dieci secondi caddi in narcolessi. Non ne voglio sapere niente.

 


venerdì 7 ottobre 2011

Drive, Nicolas Winding Refn, A real hero, Nightcall


 

drive
Dunque Drive. Se c’è un film per cui vale la pena mettere l’accento sull’espressione mise en scène, questo è certamente Drive. E i francesi, che ne sanno, a Cannes hanno ben pensato di assegnare proprio questo premio a Nicolas Winding Refn (se sei uno dei Sapùti, nei giorni scorsi hai pronunciato la frase “Eh ma io lo conoscevo già dai tempi di Bronson“: ammettilo, l’hai fatto).

 

Non cadrò nella facile tentazione del parallelo Macchina/Film per parlare delle capacità di gestione filmica di NWR. No. Rimane però che la prima mezzora del film è di rara ‘potenza’ e ‘tenuta’: il merito è esattamente di quella e quelle cose che chiamiamo regia.
Poi forse qualcosa si perde. Per esempio non sono molto convinto che il modo in cui il protagonista ci viene presentato, ovvero un Muto Automa il cui attributo identitario è il ‘senza’, abbia il tempo necessario per maturare quella decisione tutta emotiva che costituisce il turning point dello script. Ma questa è un’altra storia. Stavamo parlando d’altro.

 

NWR riesce a costruire un impasto visivo, di colori, di punti di vista, di silenzi, di squarci epici e questo basta (molto aiuta l’uso del ralenty. Il ralenty è un discrimine efficace per capire con chi abbiamo a che fare: NWR sa quel che sta facendo). Avercene, di film così. Nota di colore: Bryan Cranston, Christina Hendricks, Ron Perlman. Vederli sfilare, così, uno dietro l’altro, ecco, fa sentire tipo orgogliosi (loro! sono! amici! miei!).

 

Infine, ma non infine, musica. Anzi, colonna sonora. La prima cosa che viene in mente, fuori dal cinema, in quel boulevard improvvisamente pieno di vento, è trovare un modo paralegale per procurarsela. (Buono. Così si resta nelle cose e nelle teste). A Real Hero + Nightcall.

 

(Avrete apprezzato lo sforzo di non nominare Prezzemolo Biondo.Tra dieci giorni qui esce il film di Clooney. Dai, basta).

 


sabato 17 settembre 2011

Crazy stupid love: no, in questo post non si parla della neo-instant-star Ryan Gosling ma di Kevin Bacon


 

leididimarzoLa vita a volte è così. Quando sei piccolo ti prendono al Mickey Mouse Club (il ventilatore! Le casacche da setta paranoica!) e mentre gli altri tuoi amichetti Christina, Britney e Justin hanno un successo planetario, tu no. Diventi attore, ti costruisci una solida carriera con film importanti ma di nicchia, vieni nominato ai Golden Globes, ma niente, la fama non arriva. Per non farti mancare niente avvii anche un progetto musicale indierock ma la verità è che: Ryan Gosling chi? Poi bastano pochi mesi a cavallo tra il 2010 e il 2011, e le cose iniziano a girare per il verso giusto. Il resto del mondo si accorge di te (a casa sua già lo sapevano), le socialsfere italiane non fanno che parlare di quell’attore biondino, di Drive, film culto ancora prima di essere visto, dell’ultimo film di Clooney, Le Idi Di Marzo, del festival di Venezia. Chi lo vede per la prima volta e decide per il Win for Life (donne, teen, cougar, milf, gestrici di tumblr, sto parlando di voi), chi si smarca subito e lo sminuisce per partito preso (“bah, pessimo attore”: giochino dell’Internet più vecchio di geocities), chi giustamente puntualizza di averlo notato in tempi non sospetti (Matteo B. Bianchi e Simona Siri, per esempio, tutti e due dai tempi di Lars una ragazza tutta sua, film cui peraltro accennavamo l’altro ieri).

Su questo blog Gosling lo abbiamo incrociato lo scorso febbraio. Ma eravamo presi da Michelle Williams. Non poteva essere altrimenti (Michelle ha fatto il Percorso, anzi lei È il Percorso From Teen Drama To Heaven per eccellenza). Il film era Blue Valentine (il Per Sempre Giovane Indie direbbe: Film imperfetto ma vibrante, avercene) (Io da par mio non ammetterò mai che mi è piaciuto, e men che meno di aver sperato che Lui si voltasse verso di Lei, alla fine). Nel film Gosling suona l’ukulele. Avremmo dovuto capirlo subito. L’ukulele!

Ryan Gosling è anche il coprotagonista di Crazy Stupid Love.
Continua a leggere

 


giovedì 15 settembre 2011

David Byrne, Paolo Sorrentino, Glenn Ficarra e John Requa: This must be the song, evidentemente


 

This_Must_Be_the_PlaceL’altro ieri sono andato a vedere This must be the place, l’ultimo film di Paolo Sorrentino. This must be the place è il titolo di una canzone dei Talking Heads, cioè David Byrne, il quale David Byrne non solo cura la colonna sonora del film (assieme a Bonnie ‘Prince’ Billy), ma si produce anche in una interpretazione del pezzo (interno locale: Byrne di bianco vestito al centro del palco, musicisti e coristi che si muovono accennando *Sinuose Coreografie A Tempo*, la macchina da presa che disegna cerchi qua e là in tutta la propria virtuosità, fans in preda all’ebbrezza, la chiusura sul viso di Sean Penn: scena suggestiva di un film che, duole dirlo, per il resto è molto pasticciato, quasi più del trucco sbavato sulla faccia di Cheyenne).

Ieri invece sono andato a vedere Crazy Stupid Love, dei due inseparabili Glenn Ficarra e John Requa. E a un certo punto, mentre Steve Carrell, esterno notte, se ne stava in giardino eccetera, ho fatto un sobbalzo sulla poltrona. Sì, perché all’improvviso è partita la stessa inconfondibile naive melody: This must be the place. Pochi secondi, stavolta, sufficienti a farmi domandare, stupore: ma quante probabilità ci sono di vedere consecutivamente due film che contengono la stessa canzone?
Continua a leggere

 


lunedì 12 settembre 2011

La faccia di Nanni Moretti quando il conduttore dice “E adesso ascoltiamo Baxter Dury”


 

La copertura del Festival di Venezia da parte dei media francesi è stata ridicola (hanno quasi dato più spazio a Deauville, per dire).
Mi sono a lungo interrogato sui motivi di questa scelta sì singolare:
a) Di Cannes ce n’è uno tutti gli altri son nessuno
b) Una debolezza intrinseca di Venezia, che ormai è in zona retrocessione e sente il fiato sul collo dei festival nordamericani
c) Il solito odio transalpino reciproco specchio riflesso gnè gnè

Tentatissimo di rispondere la c). Ma la verità è che no, cari italiani, i francesi non ci odiano per partito preso. Anzi. Quando c’è da illuminarsi d’immenso per la Botte (lo stivale, così ci chiamano) lo fanno, eccome. Esempio.

nanniNanni Moretti. (Lo so, con Nanni Moretti è facile). (E vabbè, allora facciamo i distinguo e non parliamo più di niente).
La settimana scorsa è finalmente uscito in tutte le sale francesi Habemùs Papàm. Per l’occasione i soliti tendenziosi giornali italiani hanno parlato di Ciclone Moretti A Parigi. No, di più.

Nanni Moretti su Allociné. Nanni Moretti su Télérama. Nanni Moretti su Libération. Fosse solo questo. La cinémathèque française gli ha dedicato una retrospettiva, dal 5 al 25 settembre, con l’intera opera omnia di Nannì. All’anteprima, tenutasi proprio alla cinémathèque, bagno di folla e ovazioni a pioggia: emigrati, pizzaioli, antellò, gente incinta che siccome era senza biglietto si è presentata con un’enorme torta sacher e l’hanno fatta entrare (true story), ma soprattutto loro: i francesi. Nannì è arrivato con molto ritardo, visibilmente dispiaciuto e infastidito (“Scusate, non sono mai in ritardo, credevo che un traffico del genere esistesse solo a Roma”) ma presto rinfrancato dalla presenza in sala di tre nipoti di Carl Jung. All’inizio Nannì ha pensato potesse essere uno scherzo, poi ha spiegato ai celebri eredi di stare tranquilli, il suo psicanalista di Habemus Papam non è junghiano. Risate.

Come faccio a sapere queste cose visto che non ero presente all’anteprima?
Continua a leggere

 


Post precedenti

    sabato 1 marzo 2014
  • El Clásico PSG-OM In occasione del big match Paris Saint-Germain vs Olympique Marseille, Canal + ha realizzato un piccolo video con vari gruppi di supporter in giro per le due città. Da segnalare: le melodie del tifo sono le stesse a ogni latitudine; l’accento marsigliese, sempre consolatorio per chi, come noi, non avrà mai la pronuncia parigina perfetta continua...