Critica

giovedì 5 gennaio 2012

Il Tredicesimo Apostolo e la levitazione (di Canale 5)


 

Bastava dunque la solita fiction di preti per far levitare un network alla deriva, in crisi di ascolti e di identità? Il tredicesimo Apostolo, Il prescelto: 7 milioni e il 27%. Boom. Canale 5 si risveglia piena di salute, come non accadeva da troppo tempo oramai. E lo fa grazie a un prodotto di buona qualità, firmato Pietro Valsecchi e Taodue, con due protagonisti bravi, seri e preparati: Claudia Pandolfi e soprattutto Claudio Gioè, ormai ufficialmente il Beppe Fiorello di Canale 5, garanzia di ascolti e di professionalità, troppo poco celebrato da stampa e gente di settore (Claudio Gioè: palermitano, La Meglio Gioventù, Squadra Antimafia, Il Capo dei Capi, per dire).

 

Ma lo fa soprattutto ribaltando il paradigma tutto Chiesa, Santi e Buoni Sentimenti imperante nella testa dei dirigenti televisivi italiani. Il Tredicesimo Apostolo parte da un assunto di base (Volete i preti? E noi ve li diamo) ma va a pescare là dove di solito non batte mai il sole della consuetudine e del già visto. C’è un prete (gesuita) che indaga, è vero, ma le sue ricerche scavano nel paranormale, nel mistero, nelle domande continuamente irrisolte, e che continuano a generarsi anche al di là della singola risoluzione di puntata: bambini che levitano, fenomeni di necrosi, elettromagnetismo, lacrimazioni di sangue, suicidi. Il Tredicesimo Apostolo, the dark side of Don Matteo.

 

 

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mercoledì 16 novembre 2011

Perché non possiamo più fare a meno di Masterchef, anche se non sappiamo cucinare manco un uovo bollito


 

Confraternite del Baccalà, Sante Inquisitrici, Rane Morte, gente che piange perché qualcuno gli ha detto Fai Schifo Vattene, gente che quando cucina si inventa storie di Mozzarelle Che Accolgono, gente che pronuncia profezie che si autoavverano tipo “Non vorrei essere la Stronza della situazione”, gente che ri-piange perché il bromance con Carlo Cracco è finito e non ritorna più: Masterchef oggi ha probabilmente toccato vertici irripetibili di splendore televisivo. Ci fosse stato anche Alberico Sei Il Mio Nemico forse avrebbe raggiunto la Perfezione (o forse no, saremmo andati in overload, come quando impazzisce la maionese).

 

 

Eppure. Noi che una volta vennero a pranzo degli amici e volevamo fare un risotto ma non avevamo né cipolla né dado né niente, solo il riso e, tanto per non fare il risotto solo di riso ci mettemmo il ketchup aperto di due settimane che stava in frigo, noi che una volta scolammo i tortellini in brodo perché c’era troppo brodo ma poi erano troppo asciutti e siccome in credenza avevamo un vasetto di pesto saclà glielo rovesciammo ‘ncoppa, ecco: perché ci piace così tanto Masterchef?

 

Semplice. Perché Masterchef è l’unico talent in cui non possiamo fingerci espertoni di solfeggio e intonazione (“ecco, l’ha presa alta”) e, non potendo sapere davvero chi è più bravo, non ci rimane che andare a Odio e Vaffanculo. Perché a Masterchef non c’è mai consolazione e i giudici se c’è da dire Mi Fai Pena dicono Mi Fai Pena e trattano i concorrenti, è il caso di dirlo, a pesci in faccia. Perché a Masterchef tutto è già successo e non c’è televoto. Perché a Masterchef c’è il montaggio che rende tutto meraviglioso. Perché Masterchef è fatto ad arte, cioè artefatto, come quei meravigliosi a parte con i concorrenti che rivivono dopo quello che è successo prima, fingendo spudoratamente di non sapere come è andata a finire. Perché Masterchef, dunque, è talmente e dichiaratamente falso da risultare Ipervero.

 

Masterchef-non-ce-n’è.

 

(Nella foto qui sotto, Joe Bastianich prima) (Sì lo so, non ci si crede, ma tocca crederci).

 

 

 

 


martedì 15 novembre 2011

Numeri mostruosi per Fiorello e Il più grande spettacolo dopo il weekend: esiste davvero un problema di “scrittura”?


 

Il più grande spettacolo dopo il weekend: 10 milioni di spettatori e il 39% di share. Le chiacchiere stanno a zero? No.

fiorello
Numeri impressionanti, in valori assoluti persino superiori a quelli di dieci anni fa. Certo, la concorrenza allora era diversa, e oggi è quello che è (malgrado insospettabili doti di resistenza: il GF perde solo il 3% rispetto a lunedì scorso). Numeri anzi mostruosi, simili a quelli registrati un anno fa da Vieni via con me. Volendo tirare una linea, in questo anno che ha sancito la fine delle generaliste così come ce le ricordavamo: il pubblico scappa, quando c’è da scappare, ma non ha perso la voglia di ritrovarsi attorno al fuocherello dell’Evento, a prescindere dalla qualità, vera, presunta, immaginata, certificata. Basta, e conta, anche solo la Promessa di un Momento da Vivere Tutti Assieme. Accontentiamoci.

 

 

A proposito. Parliamo della social tv, di quell’attitudine a guardare la televisione attaccati a una tastiera. Fiorello stesso, forte della propria insana passione per Twitter, ha deciso di stuzzicare e coccolare l’interazione con la rete buttando hashtag come ami. E ha fatto centro. Molto discorso. E che discorso. Più che in altre circostanze la statusfera, ricettacolo di autori televisivi-che-non-sapevano-di-non-esserlo, si è trasformata nella ormai sfinita curva contro curva: Che noia vs Che bravo. Tutto molto a priori, come si usa adesso. E senza troppe misure. Tra i leitmotiv che rimbalzavano da un retweet a un like, profonde riflessioni attorno alla “scrittura” del programma (chi ieri sera non ha cianciato di “trovate autoriali” alzi la mano). Scrittura nel senso di mancanza: Fiorello è bravo, sì, ma non c’è scrittura. Scrittura nel senso di sciatteria: Fiorello è bravo, sì, ma “la partita a tennis con le padelle, siriusli?”. Dunque: scritto poco o scritto male? Ci fosse una Matematica dei Testi Televisivi, avremmo la risposta. Ma in un mondo chiamato Ricezione in cui il metro è fatto di Gusto Personale (“Quella battuta sulla Santanché faceva pena” “A me è piaciuta”: e ‘sti cazzi) ma anche di Processo alle Improvvisazioni (“Bello lo sketch con la Hunziker, si vede che Fiorello dà il meglio di sè quando improvvisa!” “AHEM, veramente era il momento più ‘scritto’ della serata”) ecco, cosa rimane? 

 

Il più grande spettacolo dopo il weekend è ovviamente un programma scritto. Rispetto alle intenzioni dichiarate (“Torniamo al Varietà”), persino un programma scritto bene, in grado di alternare momenti di spettacolo molto diversi tra loro, comprese esibizioni musicali ripetute (e tutti conosciamo il sottotesto del concetto “Musica in tv”). La scrittura c’è, eccome. In tempi come questi, in cui guardare la tv è diventato più un esercizio di resistenza (a cosa, poi?) e la macrotag è ormai “Buttarla in Vacca, Sempre”, verrebbe da dire: grasso che cola. Ma sarebbe da pigri, paragonare questo “show del lunedì sera” al precipitato di insipienza che ci circonda. Piuttosto Il più grande spettacolo dopo il weekend ha denotato, in varie fasi, un eccesso di “intenzioni”, di “testi”, nel senso di macchinosità percepita, sia all’interno dei blocchi che tra un blocco e l’altro, malgrado l’impegno del conduttore nel fluidificare il tutto. Cose da mettere in conto, alla prima puntata, ma che possono aver prodotto quell’alterna caduta di attenzione che qualcuno volgarmente ha chiamato ‘noia’.

 

Dicevamo il conduttore. La scelta di puntare solo sul carisma e sulla ‘presenza’ di Fiorello per legare lo spettacolo si mantiene nel solco dei successi ripetuti dei precedenti one-man-show. Ma, forse, provare a immaginarsi una Cornice, uno Sfondo, uno Scenario più di ‘sostanza’, avrebbe potuto rappresentare quel cambio di passo fondamentale per soddisfare l’hype pazzesco della vigilia. Si prenda la scintilla provocata dalla sigla di chiusura, cantata da una Giorgia Todrani in versione ’60s. Se è vero che lo Spirito del Tempo ci racconta di retromanie e nostalgie per ciò-che-non-abbiamo-mai-vissuto, forse sarebbe stato davvero detournante provare a seguire con convinzione e fino in fondo quell’ispirazione, tramite la riscrittura di un passato in bianco e nero condiviso da tutti, da innervare poi con l’innegabile capacità di Fiorello di stare dentro l’attualità. Forse ora ragioneremmo su numeri simili ma faremmo analisi diverse. Forse.

 

Ad ogni modo, si è scelta la tradizione-a-metà di ‘Fiorello e i suoi amici in tv’. Il compromesso. Accettiamolo. In certi momenti, tra macerie e buio pesto all’orizzonte, è necessario non solo rallentare ma anche fare un salto indietro per andare a ritrovare certezze, valori, orgogli, appartenenze. D’accordo. A patto, però, che a certa gente non venga mai più in mente di ricandidarsi.

 


martedì 25 ottobre 2011

Il finale già scritto del Grande Fratello 12: “Anche quest’anno proveremo ad emozionarvi”


 

Grande Fratello 12×01. Tag: emozione.

 

 

AlessiaEmozione. Parola, lemma, mucchietto di sillabe pronunciato in ogni suo ordine di posto da una vaporosa Alessia Marcuzzi (meno peso piuma del solito, forse merito dell’abbassamento di voce, finalmente qualcuno su Canale 5 che non Butta Voci A Muzzo, anche se alla fine la #Pinella getta l’epiglottide oltre l’ostacolo).

 

 

Dunque emozione, emozioni, emozionare, emozionarsi, madò come sono emozionata, e chi l’avrebbe mai detto, calcola che ancora non ci credo. Amici, anche quest’anno proveremo ad emozionarvi. Tutto Fa Emozione, verrebbe da dire, e in effetti cosa c’è di meglio di un Evergreen del genere per riscaldare una minestra che sa di rancido già al primo sorso con risucchio?
(Voci incontrollate parlano di una durata, apocalisse permettendo, fino a Maggio 2012. Un’emozione infinita, c’è un palinsesto da allattare).

 

Da poco, qui in Francia, è terminato Secret Story (Endemol), variazione estiva sul tema Big Brother. Concorrenti chiusi in una casa, nomination, televoti, eliminazioni. Tutto uguale? No. Diversa è la cornice.
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venerdì 7 ottobre 2011

Il fallimento di Star Academy: l’hype alla rovescia, il pregiudizio a prescindere, il Team Sfiga


 

StaracSi potrebbero dire molte cose sul naufragio totale di Star Academy. Alcune le abbiamo già scritte: un format fuori tempo; un ‘racconto di puntata’ aperto (che andrebbe sostenuto con una maggiore soapizzazione degli ingredienti, non a caso funziona ancora nei reality relazionali), invece di un racconto chiuso (che ha mostrato di essere socialmente accettato in ambito ‘talent musicale’); errori di programmazione (in un momento storico in cui nessun programma di intrattenimento supera più i quattro milioni, piazzano SA la serata di Don Matteo, l’unico prodotto che fa ancora i numeri di cinque anni fa: complimenti); concezione della musica in tv ferma a un decennio che, qualcuno si ostina a non rendersene conto, non esiste più.

Eppure ci sono altri motivi che hanno impedito a Star Academy di reggere, malgrado uno spettacolo (ho detto spettacolo) discreto per lunghi tratti del prime time (in alcuni casi superiori a X Factor, puro meccanismo). Questi motivi hanno a che fare (anche) con le nuove modalità di consumo della televisione (cioè fuori dai confini del televisore), un consumo potenziato da quantità variabili di extra-discorso.

Il punto, cruciale, è che prima, molto prima che Star Academy andasse in onda, molti avevano già deciso che Star Academy avrebbe fatto questa tragica fine: la delusione per il trasloco di X Factor e l’indignazione per il Giovedì Usurpato a Santoro (fattori esterni che incredibilmente sono entrati nel calderone), l’eredità negativa di Operazione Trionfo, l’estenuante ricerca del cast di supporto (la montagna ha infine prodotto dei topolini), la saturazione del genere talent.
In un contesto che pretende da te, Nuovo Spettatore Aumentato, la velocità nel decidere da che parte stare, dentro o fuori, la risposta non poteva che essere: fuori. Aggiungiamoci la tendenza virale a seguire l’onda, in questo caso negativa, ecco che i primi distinguo (non lo guarderò mai) hanno avuto un effetto moltiplicatore che poi hanno agito sul comportamento. Il classico pregiudizio che si avvera. Ecco quindi sentenze feroci, pareri confusi, spesso in fotocopia, spesso basati sul gusto personale, spesso mal argomentati o sostenuti dalla solita esiziale e tautologica autosufficienza: ecco, l’avevo detto io.
Un meccanismo ovviamente rovesciabile in positivo, e applicabile a tutto ciò che viene deciso prima, in un altrove virtuale fatto di hype (non vedo l’ora), promesse (avrò quello che merito) e affinità (devo stare dalla Parte Giusta): un gruppo musicale indie (I Cani), una serie televisiva (New Girl), un film (Drive). (Citando solo esempi recenti).

Ed eccolo, infine, il senso di tutta questa socialità. L’appartenenza innanzitutto. (Come il primo giorno di scuola. Preciso). Bisogna stare nel Team Del Win. Ma bisogna essere bravi, e fare in fretta, basta un attimo e ti ritrovi nel Team Star Academy, il Team Sfiga. Non sia mai.

 


    lunedì 8 settembre 2014
  • La rivolta delle librerie contro Valérie Trierweilermerci2 François Mitterand, quando era presidente, ha fatto un po’ quello che ha voluto, tra le lenzuola. Cose che in confronto François Hollande è un uomo semplice, leggermente sovrappeso, che cambia montatura degli occhiali ogni quindici anni, senza grosse pretese se non quella di governare la Francia in un periodo molto complicato. Va bene, erano altri continua...