Autofiction

giovedì 11 aprile 2013

L’aggeggio anti-taccheggio


 

Lo scorso gennaio, durante i saldi, comprai una giacca primaverile. Tornai a casa, la riposi nell’armadio e bon.

 

Ieri. Tiro fuori la giacca dall’armadio tutto contento perché finalmente posso mettermi la mia giacca nuova primaverile. Un attimo prima di uscire la indosso, ma mi accorgo che c’è uno spuntone. Qui, all’altezza del costato. La signorina del negozio si dimenticò di togliere l’aggeggio anti-taccheggio, quel coso tondo di plastica durissima che a un certo punto hanno deciso di mettere nei vestiti per evitare che i ladri si fregassero la roba. Bon, faccio spallucce, la indosso di nuovo e rimango fermo immbile. Da un lato vorrei fregarmene e uscire subito con la mia giacca nuova, dall’altro non ci riesco proprio. Lo spuntone si vede, dai, si vede. Non posso mica andare in giro così. Mi guardo allo specchio. La mia nuova giacca primaverile che comprai quattro mesi fa è diventata ufficialmente un problema. Un grosso problema. 

 

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giovedì 2 febbraio 2012

Ma dopo tutto chi se ne fotte


 

La prima volta che ho sentito parlare dei blog ho pensato: Che sciocchezza, LOL. Era il 2001, il concetto di LOL ancora non era stato inventato e soprattutto, anche volendo, non avrei potuto avere un blog. Vivevo a Roma, sulla Cassia. Studente fuorisede per molte coincidenze catapultato in quasi campagna. Palazzina a due piani, attorno solo verde, alberi, galli la mattina e silenzio la sera, sempre. Ero molto più vicino allo svincolo per Viterbo che ai Parioli. E infatti ci andavo spesso, a Viterbo. Bella Viterbo, c’era un posto dove facevano la pizza al metro, chissà se esiste ancora. Per andare in facoltà o prendevo la macchina o aspettavo il 223, che non passava mai. Quindi la Cassia, e quindi il contratto Infostrada con un modem da dividerci in tre, io e i due coinquilini. Dividersi un modem, dividersi Internet è un concetto che fa sorridere, come l’idea di mia nonna che lavava le lenzuola a mano. Tipo. Eppure era così. Dividersi un modem, dividersi Internet ai tempi in cui una foto normale ci metteva mezzora a caricarsi, figuriamoci i siti zozzi con tutte-quelle-cose-da-tirare-fuori. Dividersi un modem, la sera, tutti a casa, nervosi, un blog-ma-figuriamoci, hai finito?, allora questo modem, facciamo i turni di divisione del modem. I turni, capite? Un inferno. A volte mi chiedo come abbiano fatto milioni di studenti fuorisede a dividersi milioni di modem e milioni di internet senza ammazzarsi ogni giorno. Però si litigava, eccome, c’era quest’atmosfera di sciarra perenne. Sì, eravamo sempre sciarrati. Andai via, l’ultimo giorno, calcolando scientemente il momento in cui non ci sarebbe stato nessuno. Finì a manco guardarsi int’a faccia. D’altronde le storie della gente costretta a vivere assieme tra le stesse mura e gli stessi bidet sono così, non finiscono bene. Mai.

 

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giovedì 1 settembre 2011

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate a Torino Porta Susa


 

SusaÈ agosto, un giorno qualsiasi. Sono le 15h50. Arrivo a Torino Porta Susa. Il binario è il 5. O il 6. Non importa. Tra poco meno di due ore devo prendere il treno per Paris Gare de Lyon. Ho del tempo da perdere. Un panino, una pisciatina, insomma le solite cose, mica grosse pretese. Sono carico come un mulo. I bagagli, normali. E poi una valigiona da venti chili chilo più chilo meno, piena di libri. Mi ero detto Tanto, devo prendere il treno. Esco dal binario. La scala, che non è mobile, mi porta in un corridoio in cui tutto è grigio e freddo come un ospedale che qualcuno non ha finito di costruire. Mi imbatto in un cartello. Il cartello fa segni strani, tipo Exit, Corso Inghilterra, cose così. E poi frecce. Frecce a destra, frecce a sinistra, frecce circolari, frecce a muzzo, frecce a cazzo. Seguo la freccia vicina alla parola Exit. Io sono abituato che le stazioni del mondo hanno i binari poi esci dai binari c’è un atrio, uno slargo, uno spiazzo, un cazzo, qualsiasi cosa. Torino Porta Susa no, Torino Porta Susa è speciale.

Alla fine della scala, un’altra, che non è mobile, manco questa, vengo sbalzato, io, le valigie e i libri, da un’ondata di caldazza come se tutte le casalinghe di Torino avessero dimenticato il forno acceso dal 1974. Esco fuori e scopro che l’Exit altro non era che una volgarissima Uscita Su Strada Tipo Metro. Faccio dieci metri a destra. Niente. Altri dieci a sinistra. Niente. Sono su Corso Inghilterra? Chi può dirlo. In giro non c’è un’anima. Il tabellone di una farmacia dice 41. 41 gradi. Di Torino Porta Susa manco l’ombra. Forse sono finito in un universo parallelo. L’universo in cui Torino Porta Susa non esiste. Non sarebbe male. Ma purtroppo non c’è alcun universo parallelo. Torno sui miei passi. Scendo la scala e trovo un ascensore. Chiamo l’ascensore. Entro nell’ascensore. Nell’ascensore ci sono tre tasti: il tasto 0 e il tasto -1 e il tasto APRILEPORTE. Pigio il tasto -1. Nell’ascensore c’è fresco. Meglio, il sudore mi si appiccica con più affetto alla polo. Esco dall’ascensore. Sono al binario. Il binario è quello da cui sono sceso poco fa. Possibile? Mi sento un puntino inseguito da un cursore, tipo Pac-man. Ma io non sono Pac-man. Ci fosse qualcuno a cui chiedere, chiederei. Di solito nelle stazioni c’è sempre qualcuno a cui chiedere. Ma a Torino Porta Susa No, Torino Porta Susa è speciale. Non c’è nessuno a cui chiedere. La verità è che Torino Porta Susa sembra caduta nel buco di culo del mondo. E io ci sono dentro con tutte le scarpe.
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    giovedì 9 ottobre 2014
  • The new pornographersBrill_Bruisers_Cover      Anche l’autunno è una stagione come si deve, a patto di ascoltare almeno due volte al giorno Brill Bruisers, il nuovo disco dei New Pornographers: