Roba buona

giovedì 24 aprile 2014

The importance of being showrunner: Nic Pizzolatto e un paio di cose sulla seconda stagione di True Detective


 

Quando uno showrunner televisivo americano viene accolto in Europa da grandi ovazioni e consensi di pubblico, le reazioni sono grossomodo due: l’assunzione immediata del proprio ruolo, ovvero lo yankee più o meno disinvolto che fa il proprio irresistibile show di battute e serietà (Terence Winter e Vince Gilligan, ad esempio); oppure il mantenimento di una certa distanza, vuoi per carattere (David Simon), vuoi per marcare la propria differenza rispetto a questi europei sì bizzarri, o vuoi perché magari la sera prima ti eri ubriacato in una bettola di Pigalle e sei talmente rallentato da dover fissare per due ore un punto qualsiasi nel vuoto per mantenere la concentrazione.

 

 

Nic+Pizzolatto+MMC
Pizzolatto è quello a sinistra

 

 

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giovedì 31 ottobre 2013

The Good Wife a punteggio pieno


 

Ci sono serie televisive che migliorano di stagione in stagione perché sono riuscite a costruire un’impalcatura talmente solida che, a un certo punto, possono permettersi il lusso di decidere i tempi e i modi  della propria libertà creativa senza sottostare, apparentemente, ai dettami dei classici racconti televisivi. Nessuno potrà loro rimproverare nulla, perché nulla è lasciato al caso, e perché tutto non può che andare come deve andare. Il cammino è tracciato, e bisogna solo attendere che si compia il destino a tripla mandata di Autore, Personaggio e Spettatore. Come una bomba a orologeria perfettamente congegnata, l’esplosione sarà puntuale e deflagrante. Non come quei telefilm da quattro soldi in cui l’eroe riesce a staccare il filo rosso (o quello blu?) a un secondo dalla fine. No, le serie che migliorano di stagione in stagione sanno che c’è un tempo per la paziente e maniacale semina dei conflitti, e un tempo per il raccolto, al termine del quale termini come sovrabbondanza, o forse dovremmo dire perfezione, non sono certo stati inventati a caso.

 

 

A Florrick

 

 

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mercoledì 30 ottobre 2013

I piani per il sabato sera (restare in casa ad abbuffarmi di serie tv)


 

C’erano una volta degli innocenti ragazzini che guardavano telefilm come Il mio amico Ultraman alle tre del pomeriggio e oggi si sono trasformati in “zombie affamati di tv, accumulatori seriali senza scrupoli che non escono mai dalla propria stanza”. Cosa è successo nel frattempo?

 

Un certo Nico Morabito parla oggi su minima&moralia di una malattia imbarazzante che coinvolge un po’ tutti noi gente perbene: il binge viewing, ovvero l’abbuffata, in questo caso, di serie televisive. Il pezzo, già uscito sul n.14 di Link. Idee per la televisione, Vizi Capitali, si trova qui.

 

 

***

 

 

Serial Writers, il libro che intervista i migliori showrunner del mondo
Link 14, Vizi capitali
Link 12, Insert coin/Game Over

 

 

 


giovedì 11 aprile 2013

L’aggeggio anti-taccheggio


 

Lo scorso gennaio, durante i saldi, comprai una giacca primaverile. Tornai a casa, la riposi nell’armadio e bon.

 

Ieri. Tiro fuori la giacca dall’armadio tutto contento perché finalmente posso mettermi la mia giacca nuova primaverile. Un attimo prima di uscire la indosso, ma mi accorgo che c’è uno spuntone. Qui, all’altezza del costato. La signorina del negozio si dimenticò di togliere l’aggeggio anti-taccheggio, quel coso tondo di plastica durissima che a un certo punto hanno deciso di mettere nei vestiti per evitare che i ladri si fregassero la roba. Bon, faccio spallucce, la indosso di nuovo e rimango fermo immbile. Da un lato vorrei fregarmene e uscire subito con la mia giacca nuova, dall’altro non ci riesco proprio. Lo spuntone si vede, dai, si vede. Non posso mica andare in giro così. Mi guardo allo specchio. La mia nuova giacca primaverile che comprai quattro mesi fa è diventata ufficialmente un problema. Un grosso problema. 

 

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martedì 20 marzo 2012

Dorando Pietri, l’uomo che vinse la maratona ma non ottenne la vittoria


 

Uno pensa alle fiction di Raiuno, alle solite fiction di Raiuno. E invece.

 

 

Dorando Pietri, Il sogno del maratoneta. C’è un primo livello, fatto di una Figura Eroica e della Bontà che si porta dietro. Poi ci sono le difficoltà, evidentemente molte per poter rendere conto al meglio di tutte queste location in giro per il mondo, Carpi, Londra, New York. E c’è di necessità virtù. Il Sogno del Maratoneta decide di fare i conti con i paletti narrativi e produttivi e li risolve una volta per tutte. Qui non stiamo facendo verità, e allora, sai che c’è? Finzione!

 

La lingua degli attori, il trucco, il parrucco, i silenzi, il décor. Tutto è spudoratamente adulterato, costruito. No, non posticcio. Si sceglie una strada, e la si segue fino in fondo. Messa in scena, regia. Vien da pensare a certi allestimenti teatrali, con quei fondali spogli, minimi, evocativi. Nuova York, Nuova York in fondo non è altro che un cortiletto come un altro dove Luciana cammina sudata, femminilità esagerata e conseguenze solo alluse, manichini tatuati ai lati, muti come è giusto che siano. Tableaux vivants. Luci, chiaroscuri, movimenti di macchina, tutto a restituire la follia di un mondo che non tornerà più. Un mondo lento, dove c’è gente che corre e gente che, nell’altro continente, aspetta di avere notizie. Dorando ha vinto? Sì, ha vinto! Ma come sta? Sta male! Il cuore! Ma che dici? Sei sicuro? No, aspetta, si è ripreso! E ora dov’è Dorando? È lì, sotto l’albero! Dorando, Dorando!

 

Personaggi immobili, che prendono vita dal fondo dipinto. Personaggi presi di lato, di traverso. Inquadrature strette, parziali, a compensare mancanze. Il cattivo ora ha rapito il bambino, e detta la sue condizioni, seduto, che tu sia maledetto. Alle sue spalle, in piedi, paralizzati, Dorando e Luciana. Dorando: farò tutto quello che vuoi. Sono fermi, ma tremano, capite? Li vediamo, i loro sentimenti, non ce li stanno dicendo! Su Raiuno, siamo su Raiuno! E chi se ne frega degli standard di questa televisione che forse non ci merita, chi se ne frega se poi cambiano canale, qua stiamo mostrando la storia di un piccolo uomo che corre. E allora vediamola, questa corsa, tutta. E ascoltiamola, questa lettera che lei, l’altra, ha mandato dall’America, leggiamola tutta, per intero. La Storia, con le sue Ellissi strozzate dentro una carrozza. Ma anche con questa inusitata aderenza tra tempo e modo del racconto, roba da spalancare gli occhi fino a perderci il senno. Fino a Dorando che scende in trincea, scarta i morti viventi e, infine, trova Pericle, l’eterno nemico. “Com’è l’America?”, gli chiede quello. “È grande, troppo”.

 

Dorando Pietri, Il sogno del maratoneta, per quando i soliti incolti esclameranno: Ah, la fiction italiana!

 

 


mercoledì 15 febbraio 2012

Sanremo 2012, il delirio di Celentano distoglie l’attenzione dal vuoto abissale della Rai


 

“Succedono tutte quest’anno, ma come è possibile? Quella c’ha il torcicollo ed è ricoverata in ospedale, adesso si blocca la giuria, ditemi se possiamo andare avanti oppure no” (Gianni Morandi, alla fine della seconda esibizione).

 

 

1. Noi che nel 2012 volevamo solo cantare le canzoni

 

Dopo i patimenti degli ultimi mesi l’Italia, Scalza, Infreddolita Ma Liberata aveva solo un desiderio: scaldarsi-tutta-assieme davanti al caminetto per una serata come quelle di una volta ascoltando canzoni sceme, scovando improbabili plagi, dando voti a destra e a muzzo, sfottendo la vallette, contando le gaffes. Non ha avuto niente di tutto questo. Davanti al caminetto c’è rimasta (oltre 12 milioni e mezzo e il 49%) ma, come direbbe qualcuno, Retweet Is Not Endorso.
L’Italia Liberata è rimasta là, pietrificata di angoscia per la deriva poraccio-situazionista che nessuno, men che meno Gianni Morandi (“Io non sono un presentatore”), poteva arginare: lo sbarco sulla Luna; i cazzi, i mazzi e le parolacce (“Mamma, copriti le orecchie” “No, me ne vado a letto”); sistema audio che malfunziona; il cantante Pupo (“Sì, anni fa mi comprai il quarto posto a Sanremo spendendo 75 milioni di lire di schedine Totip”) che ripete a pappagallo le strofe Consulta e Referendum mentre sullo sfondo C’era un ragazzo che faceva le coreografie di Brian e Garrison; cristiani, musulmani e giudei; prediche e predicozzi; Luca e Paolo che fanno i DaDaDa di se stessi; il ritorno delle 2 broke girls; l’Epifania di una Canalis che improvvisamente risorge dalle ceneri della propria insipienza donando tre-secondi-tre di Vero Splendore Squarcia Cupezze (“Elisabetta! Vieni a salvarci!”) prima di un ritorno sulla terra chiamata inadeguatezza; le Rassicuranti e Nutrienti Mammelle di Belèn; il tilt della giuria e la Deroga Speciale che una generica “Rai” stabilisce per non penalizzare nessuno; bombe e sparatorie (finte) sull’Ariston. Insomma, una Sconclusione Totale che ha lasciato l’Italia Liberata all’addiaccio e con una sensazione di amaro in bocca: queste canzoni fanno schifo.

 

2. Il Festival di Sanremo è un programma televisivo

 

 

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giovedì 2 febbraio 2012

Ma dopo tutto chi se ne fotte


 

La prima volta che ho sentito parlare dei blog ho pensato: Che sciocchezza, LOL. Era il 2001, il concetto di LOL ancora non era stato inventato e soprattutto, anche volendo, non avrei potuto avere un blog. Vivevo a Roma, sulla Cassia. Studente fuorisede per molte coincidenze catapultato in quasi campagna. Palazzina a due piani, attorno solo verde, alberi, galli la mattina e silenzio la sera, sempre. Ero molto più vicino allo svincolo per Viterbo che ai Parioli. E infatti ci andavo spesso, a Viterbo. Bella Viterbo, c’era un posto dove facevano la pizza al metro, chissà se esiste ancora. Per andare in facoltà o prendevo la macchina o aspettavo il 223, che non passava mai. Quindi la Cassia, e quindi il contratto Infostrada con un modem da dividerci in tre, io e i due coinquilini. Dividersi un modem, dividersi Internet è un concetto che fa sorridere, come l’idea di mia nonna che lavava le lenzuola a mano. Tipo. Eppure era così. Dividersi un modem, dividersi Internet ai tempi in cui una foto normale ci metteva mezzora a caricarsi, figuriamoci i siti zozzi con tutte-quelle-cose-da-tirare-fuori. Dividersi un modem, la sera, tutti a casa, nervosi, un blog-ma-figuriamoci, hai finito?, allora questo modem, facciamo i turni di divisione del modem. I turni, capite? Un inferno. A volte mi chiedo come abbiano fatto milioni di studenti fuorisede a dividersi milioni di modem e milioni di internet senza ammazzarsi ogni giorno. Però si litigava, eccome, c’era quest’atmosfera di sciarra perenne. Sì, eravamo sempre sciarrati. Andai via, l’ultimo giorno, calcolando scientemente il momento in cui non ci sarebbe stato nessuno. Finì a manco guardarsi int’a faccia. D’altronde le storie della gente costretta a vivere assieme tra le stesse mura e gli stessi bidet sono così, non finiscono bene. Mai.

 

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    giovedì 9 ottobre 2014
  • The new pornographersBrill_Bruisers_Cover      Anche l’autunno è una stagione come si deve, a patto di ascoltare almeno due volte al giorno Brill Bruisers, il nuovo disco dei New Pornographers: