Roba buona

martedì 20 marzo 2012

Dorando Pietri, l’uomo che vinse la maratona ma non ottenne la vittoria


 

Uno pensa alle fiction di Raiuno, alle solite fiction di Raiuno. E invece.

 

 

Dorando Pietri, Il sogno del maratoneta. C’è un primo livello, fatto di una Figura Eroica e della Bontà che si porta dietro. Poi ci sono le difficoltà, evidentemente molte per poter rendere conto al meglio di tutte queste location in giro per il mondo, Carpi, Londra, New York. E c’è di necessità virtù. Il Sogno del Maratoneta decide di fare i conti con i paletti narrativi e produttivi e li risolve una volta per tutte. Qui non stiamo facendo verità, e allora, sai che c’è? Finzione!

 

La lingua degli attori, il trucco, il parrucco, i silenzi, il décor. Tutto è spudoratamente adulterato, costruito. No, non posticcio. Si sceglie una strada, e la si segue fino in fondo. Messa in scena, regia. Vien da pensare a certi allestimenti teatrali, con quei fondali spogli, minimi, evocativi. Nuova York, Nuova York in fondo non è altro che un cortiletto come un altro dove Luciana cammina sudata, femminilità esagerata e conseguenze solo alluse, manichini tatuati ai lati, muti come è giusto che siano. Tableaux vivants. Luci, chiaroscuri, movimenti di macchina, tutto a restituire la follia di un mondo che non tornerà più. Un mondo lento, dove c’è gente che corre e gente che, nell’altro continente, aspetta di avere notizie. Dorando ha vinto? Sì, ha vinto! Ma come sta? Sta male! Il cuore! Ma che dici? Sei sicuro? No, aspetta, si è ripreso! E ora dov’è Dorando? È lì, sotto l’albero! Dorando, Dorando!

 

Personaggi immobili, che prendono vita dal fondo dipinto. Personaggi presi di lato, di traverso. Inquadrature strette, parziali, a compensare mancanze. Il cattivo ora ha rapito il bambino, e detta la sue condizioni, seduto, che tu sia maledetto. Alle sue spalle, in piedi, paralizzati, Dorando e Luciana. Dorando: farò tutto quello che vuoi. Sono fermi, ma tremano, capite? Li vediamo, i loro sentimenti, non ce li stanno dicendo! Su Raiuno, siamo su Raiuno! E chi se ne frega degli standard di questa televisione che forse non ci merita, chi se ne frega se poi cambiano canale, qua stiamo mostrando la storia di un piccolo uomo che corre. E allora vediamola, questa corsa, tutta. E ascoltiamola, questa lettera che lei, l’altra, ha mandato dall’America, leggiamola tutta, per intero. La Storia, con le sue Ellissi strozzate dentro una carrozza. Ma anche con questa inusitata aderenza tra tempo e modo del racconto, roba da spalancare gli occhi fino a perderci il senno. Fino a Dorando che scende in trincea, scarta i morti viventi e, infine, trova Pericle, l’eterno nemico. “Com’è l’America?”, gli chiede quello. “È grande, troppo”.

 

Dorando Pietri, Il sogno del maratoneta, per quando i soliti incolti esclameranno: Ah, la fiction italiana!

 

 


mercoledì 15 febbraio 2012

Sanremo 2012, il delirio di Celentano distoglie l’attenzione dal vuoto abissale della Rai


 

“Succedono tutte quest’anno, ma come è possibile? Quella c’ha il torcicollo ed è ricoverata in ospedale, adesso si blocca la giuria, ditemi se possiamo andare avanti oppure no” (Gianni Morandi, alla fine della seconda esibizione).

 

 

1. Noi che nel 2012 volevamo solo cantare le canzoni

 

Dopo i patimenti degli ultimi mesi l’Italia, Scalza, Infreddolita Ma Liberata aveva solo un desiderio: scaldarsi-tutta-assieme davanti al caminetto per una serata come quelle di una volta ascoltando canzoni sceme, scovando improbabili plagi, dando voti a destra e a muzzo, sfottendo la vallette, contando le gaffes. Non ha avuto niente di tutto questo. Davanti al caminetto c’è rimasta (oltre 12 milioni e mezzo e il 49%) ma, come direbbe qualcuno, Retweet Is Not Endorso.
L’Italia Liberata è rimasta là, pietrificata di angoscia per la deriva poraccio-situazionista che nessuno, men che meno Gianni Morandi (“Io non sono un presentatore”), poteva arginare: lo sbarco sulla Luna; i cazzi, i mazzi e le parolacce (“Mamma, copriti le orecchie” “No, me ne vado a letto”); sistema audio che malfunziona; il cantante Pupo (“Sì, anni fa mi comprai il quarto posto a Sanremo spendendo 75 milioni di lire di schedine Totip”) che ripete a pappagallo le strofe Consulta e Referendum mentre sullo sfondo C’era un ragazzo che faceva le coreografie di Brian e Garrison; cristiani, musulmani e giudei; prediche e predicozzi; Luca e Paolo che fanno i DaDaDa di se stessi; il ritorno delle 2 broke girls; l’Epifania di una Canalis che improvvisamente risorge dalle ceneri della propria insipienza donando tre-secondi-tre di Vero Splendore Squarcia Cupezze (“Elisabetta! Vieni a salvarci!”) prima di un ritorno sulla terra chiamata inadeguatezza; le Rassicuranti e Nutrienti Mammelle di Belèn; il tilt della giuria e la Deroga Speciale che una generica “Rai” stabilisce per non penalizzare nessuno; bombe e sparatorie (finte) sull’Ariston. Insomma, una Sconclusione Totale che ha lasciato l’Italia Liberata all’addiaccio e con una sensazione di amaro in bocca: queste canzoni fanno schifo.

 

2. Il Festival di Sanremo è un programma televisivo

 

 

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giovedì 2 febbraio 2012

Ma dopo tutto chi se ne fotte


 

La prima volta che ho sentito parlare dei blog ho pensato: Che sciocchezza, LOL. Era il 2001, il concetto di LOL ancora non era stato inventato e soprattutto, anche volendo, non avrei potuto avere un blog. Vivevo a Roma, sulla Cassia. Studente fuorisede per molte coincidenze catapultato in quasi campagna. Palazzina a due piani, attorno solo verde, alberi, galli la mattina e silenzio la sera, sempre. Ero molto più vicino allo svincolo per Viterbo che ai Parioli. E infatti ci andavo spesso, a Viterbo. Bella Viterbo, c’era un posto dove facevano la pizza al metro, chissà se esiste ancora. Per andare in facoltà o prendevo la macchina o aspettavo il 223, che non passava mai. Quindi la Cassia, e quindi il contratto Infostrada con un modem da dividerci in tre, io e i due coinquilini. Dividersi un modem, dividersi Internet è un concetto che fa sorridere, come l’idea di mia nonna che lavava le lenzuola a mano. Tipo. Eppure era così. Dividersi un modem, dividersi Internet ai tempi in cui una foto normale ci metteva mezzora a caricarsi, figuriamoci i siti zozzi con tutte-quelle-cose-da-tirare-fuori. Dividersi un modem, la sera, tutti a casa, nervosi, un blog-ma-figuriamoci, hai finito?, allora questo modem, facciamo i turni di divisione del modem. I turni, capite? Un inferno. A volte mi chiedo come abbiano fatto milioni di studenti fuorisede a dividersi milioni di modem e milioni di internet senza ammazzarsi ogni giorno. Però si litigava, eccome, c’era quest’atmosfera di sciarra perenne. Sì, eravamo sempre sciarrati. Andai via, l’ultimo giorno, calcolando scientemente il momento in cui non ci sarebbe stato nessuno. Finì a manco guardarsi int’a faccia. D’altronde le storie della gente costretta a vivere assieme tra le stesse mura e gli stessi bidet sono così, non finiscono bene. Mai.

 

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giovedì 2 febbraio 2012

Ma dopo tutto chi se ne fotte


 

La prima volta che ho sentito parlare dei blog ho pensato: Che sciocchezza, LOL. Era il 2001, il concetto di LOL ancora non era stato inventato e soprattutto, anche volendo, non avrei potuto avere un blog. Vivevo a Roma, sulla Cassia. Studente fuorisede per molte coincidenze catapultato in quasi campagna. Palazzina a due piani, attorno solo verde, alberi, galli la mattina e silenzio la sera, sempre. Ero molto più vicino allo svincolo per Viterbo che ai Parioli. E infatti ci andavo spesso, a Viterbo. Bella Viterbo, c’era un posto dove facevano la pizza al metro, chissà se esiste ancora. Per andare in facoltà o prendevo la macchina o aspettavo il 223, che non passava mai. Quindi la Cassia, e quindi il contratto Infostrada con un modem da dividerci in tre, io e i due coinquilini. Dividersi un modem, dividersi Internet è un concetto che fa sorridere, come l’idea di mia nonna che lavava le lenzuola a mano. Tipo. Eppure era così. Dividersi un modem, dividersi Internet ai tempi in cui una foto normale ci metteva mezzora a caricarsi, figuriamoci i siti zozzi con tutte-quelle-cose-da-tirare-fuori. Dividersi un modem, la sera, tutti a casa, nervosi, un blog-ma-figuriamoci, hai finito?, allora questo modem, facciamo i turni di divisione del modem. I turni, capite? Un inferno. A volte mi chiedo come abbiano fatto milioni di studenti fuorisede a dividersi milioni di modem e milioni di internet senza ammazzarsi ogni giorno. Però si litigava, eccome, c’era quest’atmosfera di sciarra perenne. Sì, eravamo sempre sciarrati. Andai via, l’ultimo giorno, calcolando scientemente il momento in cui non ci sarebbe stato nessuno. Finì a manco guardarsi int’a faccia. D’altronde le storie della gente costretta a vivere assieme tra le stesse mura e gli stessi bidet sono così, non finiscono bene. Mai.

 

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venerdì 20 gennaio 2012

La Nuova Cosa di J.J. Abrams: Alcatraz, l’orizzontale e il verticale


 

Approcciarsi ogni volta a La Nuova Cosa di J.J. Abrams (sostituisci a ‘cosa’ ‘una serie’, ‘un film’, quel che ti pare) è come quando su Facebook quel tuo compagno del liceo ti invita all’evento ‘PIZZATA NOSTALGIA Parteciperai Sì No Forse’. E tu sei lì a soppesare pro e contro finché non decidi di non decidere: intanto vediamo chi ci va, e sfogli una a una le foto di quelli che una vita fa credevi fossero la tua vita e invece no. Sono invecchiati bene, sono invecchiati male, hanno messo su la pancia?

 

ALCATRAZ 1×01 “Pilot” e 1×02 “Ernest Cobb” (SPOILER: Hugo è sempre uguale).

 

 

- Ehi Michael ti va di scrivere le musiche per la mia Nuova Cosa?
- Ok J.J, come le vuoi?
- Uhm, vediamo, c’è un’isola, c’è Hugo, ci sono i salti nel tempo, EHM tipo LOST, che ne dici?
- Non so, magari poi la gente pensa che non so fare altro
- Ma se hai vinto Emmy Grammy e Oscar, piantala
- Sì ma la gente non ha memoria, si ricorda solo di quello che gli conviene
- Dai, non scassare la minchia, piglia un poco di scarti che hai nel cassetto, incrocia qualche pianola, qualche violino ed ecco le Nuove Musiche della Nuova Cosa
- Insomma, come fai tu con gli script
- Bravo, l’ho sempre detto che sei uno sveglio. Comunque, senti qua. Io ti do carta bianca, ma ti chiedo solo una cosa: fai QUELLA MUSICA cripissima che facevi sempre a Lost alla fine degli episodi quando uno che credevamo morto in realtà era vivo ma intrappolato nel FUMO di un FUMO NERO. Intesi?
- Ok, ogni tuo volere è un ordine

 

 

 

Seguono dettagli:

 

 

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mercoledì 18 gennaio 2012

La Classifica dei miei 15 film del 2011


 

E che ti devo dire. Il 2011, lo sai, è l’anno-che-mi-sono-trasferito-qui. Sono cambiate molte cose, soprattutto il mio rapporto con il cinema. Con l’andare al cinema. La tessera Ugc flat, la possibilità di scelta moltiplicata per mille sale, decine di film in uscita ogni settimana, centinaia di reprise. Un oceano di cose che improvvisamente diventano reali: impulsi, azioni, reazioni, sempre, comunque, quando mi pare. Credo di non essere mai andato così spesso al ginematò come in questo 2011. Con tutti gli effetti collaterali del caso, tipo sapere che là fuori c’è sempre qualcosa che aspetta, tipo che se aumentano le possibilità il tempo invece no, è sempre quello, tipo lo scarto algoritmico tra quello che voglio (tutto) e quello che posso avere (molto meno di tutto). (Dici che sembra una querimonia? No, ci mancasse, altrimenti me ne stavo al paesello).

 

E poi è cambiato il rapporto con i film, nel senso di film in lingua originale. Basta con la dipendenza dalla programmazione del Metropolitan di via del Corso, basta con le rughette della fronte a fine proiezione Eh Ma Chissà Com’era L’Originale In Farsi. No, qui le famiglie di doppiatori di padri, figli, cugini, ex premiate ditte non esistono. O meglio, ci sono anche i film doppiati, ma sono l’eccezione, te li devi andare a cercare con la lente d’ingrandimento sul Pariscope, e se lo fai ti meriti i film doppiati (male, i film doppiati sono sempre doppiati male, anche quando sono doppiati bene).

 

I miei 15 film del 2011

 

Dal Gran Cestone ho pescato i film usciti su suolo francese nel 2011 quindi c’è qualcosa che magari hai visto nel 2010 e qualcosa che magari vedrai nel 2012. A freddo qualche film non sarebbe in classifica, ma qua non stiamo parlando del freddo, stiamo parlando del caldo: ci sono film che ti entrano in testa e non se ne vanno, passano i giorni le settimane i mesi. Madamigelle e madamigelli, 15 film ci sono riusciti più di altri. Eccoli (3+12)

 

 

Seguono dettagli:

 

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domenica 15 gennaio 2012

Aki Kaurismäki, Le Havre e Little Bob, “una delle cinque voci del rock di tutti i tempi”


 

L’altro giorno sono stato al mio cinema d’essai preferito. Il mio cinema d’essai preferito è proprio un cinema d’essai, ed è il mio preferito perché vi succedono cose curiose, le classiche spigolature da raccontare agli amici la sera che vai a berti una birra a Oberkampf. Una volta, per esempio, sono passato davanti al mio cinema d’essai preferito e c’era attaccato un pizzino che diceva: Vogliate scusarci, ma oggi il cinema sarà chiuso perché dobbiamo girare una scena di un film con Romain Duris ambientato negli anni ’50. Proprio così: negli anni ’50. Ecco. Comunque, il film che ho visto è questo:

 

 

A questo punto, prima ancora di cominciare, le Natàlie Aspesi o i Curzii Maltese di tutto il mondo potrebbero scrivere: un film che riconcilia con la vita e quelle robe lì. Va bene, per stavolta sono d’accordo. Se conosci Aki Kaurismäki d’altronde lo sai. Gli hanno chiesto: il personaggio di questo film si chiama Marcel Marx, Le Havre fu ai tempi una roccaforte comunista, sarà mica che Le Havre è un film comunista? E lui ha risposto: No, è un film socialista. Aki Kaurismäki è fatto così, è uno che dice e fa cose meravigliose senza voler dire e voler fare cose meravigliose. Per esempio: Marcel Marx era già il personaggio di un suo film del 1992, La Vie de Bohème. A un certo punto, in Le Havre, Marcel dice: sai, io in passato ho fatto la vie de bohème. Ecco, io per cose del genere esco fuori di testa. Oppure: scusa Aki ma come l’hai scritto questo film francese tu che sei finlandese? Niente, l’ho scritto in finlandese e poi l’ho fatto tradurre in francese. O ancora. Jean-Pierre Léaud, cioè Truffaut cioè Antoine Doinel cioè il bimbo dei Quattrocento Colpi-il-finale-più-finale-del-cinema, ecco, lui, in Le Havre interpreta un personaggio ormai vecchio, andato, il cui hobby è fare lo spione e denunciare *proprio* bambini rifugiati in pericolo di arresto. Aki, perché hai fatto ça? Niente, volevo mostrare come il mondo è capace di trasformarvi in persone crudeli. Ah bòn.

 

Ma tra le altre cose meravigliose che fa Aki Kaurismäki, e sappiate che mi sto tenendo malgrado la tentazione di continuare all’infinito parlando per esempio del mio attore francese preferito che è Jean-Pierre Darroussin, c’è anche quella di farmi conoscere Roberto Piazza aka Little Bob, icona rock-punk francese e anche inglese degli anni ’80. Dice, e chi è Little Bob, sarà mica il figlio illegittimo di Antonio Ciacci Little Tony e Roberto Satti Bobby Solo? No, è lui. Sì, lui.

 

 

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Post precedenti

    mercoledì 9 maggio 2012
  • A Maggio il mondo è belloBW      Sarà un bel Souvenir La La La La - Che poi, non sai mai se, mentre scatti le foto, ti perdi i momenti, o se non te li perdi proprio perché scatti le foto. Ad ogni modo, qualche scatto dalla settimana più rossa, Le temps des Cerises, il Primo Maggio dei Sindacati continua...