Roba buona

giovedì 11 aprile 2013

L’aggeggio anti-taccheggio


 

Lo scorso gennaio, durante i saldi, comprai una giacca primaverile. Tornai a casa, la riposi nell’armadio e bon.

 

Ieri. Tiro fuori la giacca dall’armadio tutto contento perché finalmente posso mettermi la mia giacca nuova primaverile. Un attimo prima di uscire la indosso, ma mi accorgo che c’è uno spuntone. Qui, all’altezza del costato. La signorina del negozio si dimenticò di togliere l’aggeggio anti-taccheggio, quel coso tondo di plastica durissima che a un certo punto hanno deciso di mettere nei vestiti per evitare che i ladri si fregassero la roba. Bon, faccio spallucce, la indosso di nuovo e rimango fermo immbile. Da un lato vorrei fregarmene e uscire subito con la mia giacca nuova, dall’altro non ci riesco proprio. Lo spuntone si vede, dai, si vede. Non posso mica andare in giro così. Mi guardo allo specchio. La mia nuova giacca primaverile che comprai quattro mesi fa è diventata ufficialmente un problema. Un grosso problema. 

 

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martedì 20 marzo 2012

Dorando Pietri, l’uomo che vinse la maratona ma non ottenne la vittoria


 

Uno pensa alle fiction di Raiuno, alle solite fiction di Raiuno. E invece.

 

 

Dorando Pietri, Il sogno del maratoneta. C’è un primo livello, fatto di una Figura Eroica e della Bontà che si porta dietro. Poi ci sono le difficoltà, evidentemente molte per poter rendere conto al meglio di tutte queste location in giro per il mondo, Carpi, Londra, New York. E c’è di necessità virtù. Il Sogno del Maratoneta decide di fare i conti con i paletti narrativi e produttivi e li risolve una volta per tutte. Qui non stiamo facendo verità, e allora, sai che c’è? Finzione!

 

La lingua degli attori, il trucco, il parrucco, i silenzi, il décor. Tutto è spudoratamente adulterato, costruito. No, non posticcio. Si sceglie una strada, e la si segue fino in fondo. Messa in scena, regia. Vien da pensare a certi allestimenti teatrali, con quei fondali spogli, minimi, evocativi. Nuova York, Nuova York in fondo non è altro che un cortiletto come un altro dove Luciana cammina sudata, femminilità esagerata e conseguenze solo alluse, manichini tatuati ai lati, muti come è giusto che siano. Tableaux vivants. Luci, chiaroscuri, movimenti di macchina, tutto a restituire la follia di un mondo che non tornerà più. Un mondo lento, dove c’è gente che corre e gente che, nell’altro continente, aspetta di avere notizie. Dorando ha vinto? Sì, ha vinto! Ma come sta? Sta male! Il cuore! Ma che dici? Sei sicuro? No, aspetta, si è ripreso! E ora dov’è Dorando? È lì, sotto l’albero! Dorando, Dorando!

 

Personaggi immobili, che prendono vita dal fondo dipinto. Personaggi presi di lato, di traverso. Inquadrature strette, parziali, a compensare mancanze. Il cattivo ora ha rapito il bambino, e detta la sue condizioni, seduto, che tu sia maledetto. Alle sue spalle, in piedi, paralizzati, Dorando e Luciana. Dorando: farò tutto quello che vuoi. Sono fermi, ma tremano, capite? Li vediamo, i loro sentimenti, non ce li stanno dicendo! Su Raiuno, siamo su Raiuno! E chi se ne frega degli standard di questa televisione che forse non ci merita, chi se ne frega se poi cambiano canale, qua stiamo mostrando la storia di un piccolo uomo che corre. E allora vediamola, questa corsa, tutta. E ascoltiamola, questa lettera che lei, l’altra, ha mandato dall’America, leggiamola tutta, per intero. La Storia, con le sue Ellissi strozzate dentro una carrozza. Ma anche con questa inusitata aderenza tra tempo e modo del racconto, roba da spalancare gli occhi fino a perderci il senno. Fino a Dorando che scende in trincea, scarta i morti viventi e, infine, trova Pericle, l’eterno nemico. “Com’è l’America?”, gli chiede quello. “È grande, troppo”.

 

Dorando Pietri, Il sogno del maratoneta, per quando i soliti incolti esclameranno: Ah, la fiction italiana!

 

 


mercoledì 15 febbraio 2012

Sanremo 2012, il delirio di Celentano distoglie l’attenzione dal vuoto abissale della Rai


 

“Succedono tutte quest’anno, ma come è possibile? Quella c’ha il torcicollo ed è ricoverata in ospedale, adesso si blocca la giuria, ditemi se possiamo andare avanti oppure no” (Gianni Morandi, alla fine della seconda esibizione).

 

 

1. Noi che nel 2012 volevamo solo cantare le canzoni

 

Dopo i patimenti degli ultimi mesi l’Italia, Scalza, Infreddolita Ma Liberata aveva solo un desiderio: scaldarsi-tutta-assieme davanti al caminetto per una serata come quelle di una volta ascoltando canzoni sceme, scovando improbabili plagi, dando voti a destra e a muzzo, sfottendo la vallette, contando le gaffes. Non ha avuto niente di tutto questo. Davanti al caminetto c’è rimasta (oltre 12 milioni e mezzo e il 49%) ma, come direbbe qualcuno, Retweet Is Not Endorso.
L’Italia Liberata è rimasta là, pietrificata di angoscia per la deriva poraccio-situazionista che nessuno, men che meno Gianni Morandi (“Io non sono un presentatore”), poteva arginare: lo sbarco sulla Luna; i cazzi, i mazzi e le parolacce (“Mamma, copriti le orecchie” “No, me ne vado a letto”); sistema audio che malfunziona; il cantante Pupo (“Sì, anni fa mi comprai il quarto posto a Sanremo spendendo 75 milioni di lire di schedine Totip”) che ripete a pappagallo le strofe Consulta e Referendum mentre sullo sfondo C’era un ragazzo che faceva le coreografie di Brian e Garrison; cristiani, musulmani e giudei; prediche e predicozzi; Luca e Paolo che fanno i DaDaDa di se stessi; il ritorno delle 2 broke girls; l’Epifania di una Canalis che improvvisamente risorge dalle ceneri della propria insipienza donando tre-secondi-tre di Vero Splendore Squarcia Cupezze (“Elisabetta! Vieni a salvarci!”) prima di un ritorno sulla terra chiamata inadeguatezza; le Rassicuranti e Nutrienti Mammelle di Belèn; il tilt della giuria e la Deroga Speciale che una generica “Rai” stabilisce per non penalizzare nessuno; bombe e sparatorie (finte) sull’Ariston. Insomma, una Sconclusione Totale che ha lasciato l’Italia Liberata all’addiaccio e con una sensazione di amaro in bocca: queste canzoni fanno schifo.

 

2. Il Festival di Sanremo è un programma televisivo

 

 

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giovedì 2 febbraio 2012

Ma dopo tutto chi se ne fotte


 

La prima volta che ho sentito parlare dei blog ho pensato: Che sciocchezza, LOL. Era il 2001, il concetto di LOL ancora non era stato inventato e soprattutto, anche volendo, non avrei potuto avere un blog. Vivevo a Roma, sulla Cassia. Studente fuorisede per molte coincidenze catapultato in quasi campagna. Palazzina a due piani, attorno solo verde, alberi, galli la mattina e silenzio la sera, sempre. Ero molto più vicino allo svincolo per Viterbo che ai Parioli. E infatti ci andavo spesso, a Viterbo. Bella Viterbo, c’era un posto dove facevano la pizza al metro, chissà se esiste ancora. Per andare in facoltà o prendevo la macchina o aspettavo il 223, che non passava mai. Quindi la Cassia, e quindi il contratto Infostrada con un modem da dividerci in tre, io e i due coinquilini. Dividersi un modem, dividersi Internet è un concetto che fa sorridere, come l’idea di mia nonna che lavava le lenzuola a mano. Tipo. Eppure era così. Dividersi un modem, dividersi Internet ai tempi in cui una foto normale ci metteva mezzora a caricarsi, figuriamoci i siti zozzi con tutte-quelle-cose-da-tirare-fuori. Dividersi un modem, la sera, tutti a casa, nervosi, un blog-ma-figuriamoci, hai finito?, allora questo modem, facciamo i turni di divisione del modem. I turni, capite? Un inferno. A volte mi chiedo come abbiano fatto milioni di studenti fuorisede a dividersi milioni di modem e milioni di internet senza ammazzarsi ogni giorno. Però si litigava, eccome, c’era quest’atmosfera di sciarra perenne. Sì, eravamo sempre sciarrati. Andai via, l’ultimo giorno, calcolando scientemente il momento in cui non ci sarebbe stato nessuno. Finì a manco guardarsi int’a faccia. D’altronde le storie della gente costretta a vivere assieme tra le stesse mura e gli stessi bidet sono così, non finiscono bene. Mai.

 

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giovedì 2 febbraio 2012

Ma dopo tutto chi se ne fotte


 

La prima volta che ho sentito parlare dei blog ho pensato: Che sciocchezza, LOL. Era il 2001, il concetto di LOL ancora non era stato inventato e soprattutto, anche volendo, non avrei potuto avere un blog. Vivevo a Roma, sulla Cassia. Studente fuorisede per molte coincidenze catapultato in quasi campagna. Palazzina a due piani, attorno solo verde, alberi, galli la mattina e silenzio la sera, sempre. Ero molto più vicino allo svincolo per Viterbo che ai Parioli. E infatti ci andavo spesso, a Viterbo. Bella Viterbo, c’era un posto dove facevano la pizza al metro, chissà se esiste ancora. Per andare in facoltà o prendevo la macchina o aspettavo il 223, che non passava mai. Quindi la Cassia, e quindi il contratto Infostrada con un modem da dividerci in tre, io e i due coinquilini. Dividersi un modem, dividersi Internet è un concetto che fa sorridere, come l’idea di mia nonna che lavava le lenzuola a mano. Tipo. Eppure era così. Dividersi un modem, dividersi Internet ai tempi in cui una foto normale ci metteva mezzora a caricarsi, figuriamoci i siti zozzi con tutte-quelle-cose-da-tirare-fuori. Dividersi un modem, la sera, tutti a casa, nervosi, un blog-ma-figuriamoci, hai finito?, allora questo modem, facciamo i turni di divisione del modem. I turni, capite? Un inferno. A volte mi chiedo come abbiano fatto milioni di studenti fuorisede a dividersi milioni di modem e milioni di internet senza ammazzarsi ogni giorno. Però si litigava, eccome, c’era quest’atmosfera di sciarra perenne. Sì, eravamo sempre sciarrati. Andai via, l’ultimo giorno, calcolando scientemente il momento in cui non ci sarebbe stato nessuno. Finì a manco guardarsi int’a faccia. D’altronde le storie della gente costretta a vivere assieme tra le stesse mura e gli stessi bidet sono così, non finiscono bene. Mai.

 

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venerdì 20 gennaio 2012

La Nuova Cosa di J.J. Abrams: Alcatraz, l’orizzontale e il verticale


 

Approcciarsi ogni volta a La Nuova Cosa di J.J. Abrams (sostituisci a ‘cosa’ ‘una serie’, ‘un film’, quel che ti pare) è come quando su Facebook quel tuo compagno del liceo ti invita all’evento ‘PIZZATA NOSTALGIA Parteciperai Sì No Forse’. E tu sei lì a soppesare pro e contro finché non decidi di non decidere: intanto vediamo chi ci va, e sfogli una a una le foto di quelli che una vita fa credevi fossero la tua vita e invece no. Sono invecchiati bene, sono invecchiati male, hanno messo su la pancia?

 

ALCATRAZ 1×01 “Pilot” e 1×02 “Ernest Cobb” (SPOILER: Hugo è sempre uguale).

 

 

- Ehi Michael ti va di scrivere le musiche per la mia Nuova Cosa?
- Ok J.J, come le vuoi?
- Uhm, vediamo, c’è un’isola, c’è Hugo, ci sono i salti nel tempo, EHM tipo LOST, che ne dici?
- Non so, magari poi la gente pensa che non so fare altro
- Ma se hai vinto Emmy Grammy e Oscar, piantala
- Sì ma la gente non ha memoria, si ricorda solo di quello che gli conviene
- Dai, non scassare la minchia, piglia un poco di scarti che hai nel cassetto, incrocia qualche pianola, qualche violino ed ecco le Nuove Musiche della Nuova Cosa
- Insomma, come fai tu con gli script
- Bravo, l’ho sempre detto che sei uno sveglio. Comunque, senti qua. Io ti do carta bianca, ma ti chiedo solo una cosa: fai QUELLA MUSICA cripissima che facevi sempre a Lost alla fine degli episodi quando uno che credevamo morto in realtà era vivo ma intrappolato nel FUMO di un FUMO NERO. Intesi?
- Ok, ogni tuo volere è un ordine

 

 

 

Seguono dettagli:

 

 

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mercoledì 18 gennaio 2012

La Classifica dei miei 15 film del 2011


 

E che ti devo dire. Il 2011, lo sai, è l’anno-che-mi-sono-trasferito-qui. Sono cambiate molte cose, soprattutto il mio rapporto con il cinema. Con l’andare al cinema. La tessera Ugc flat, la possibilità di scelta moltiplicata per mille sale, decine di film in uscita ogni settimana, centinaia di reprise. Un oceano di cose che improvvisamente diventano reali: impulsi, azioni, reazioni, sempre, comunque, quando mi pare. Credo di non essere mai andato così spesso al ginematò come in questo 2011. Con tutti gli effetti collaterali del caso, tipo sapere che là fuori c’è sempre qualcosa che aspetta, tipo che se aumentano le possibilità il tempo invece no, è sempre quello, tipo lo scarto algoritmico tra quello che voglio (tutto) e quello che posso avere (molto meno di tutto). (Dici che sembra una querimonia? No, ci mancasse, altrimenti me ne stavo al paesello).

 

E poi è cambiato il rapporto con i film, nel senso di film in lingua originale. Basta con la dipendenza dalla programmazione del Metropolitan di via del Corso, basta con le rughette della fronte a fine proiezione Eh Ma Chissà Com’era L’Originale In Farsi. No, qui le famiglie di doppiatori di padri, figli, cugini, ex premiate ditte non esistono. O meglio, ci sono anche i film doppiati, ma sono l’eccezione, te li devi andare a cercare con la lente d’ingrandimento sul Pariscope, e se lo fai ti meriti i film doppiati (male, i film doppiati sono sempre doppiati male, anche quando sono doppiati bene).

 

I miei 15 film del 2011

 

Dal Gran Cestone ho pescato i film usciti su suolo francese nel 2011 quindi c’è qualcosa che magari hai visto nel 2010 e qualcosa che magari vedrai nel 2012. A freddo qualche film non sarebbe in classifica, ma qua non stiamo parlando del freddo, stiamo parlando del caldo: ci sono film che ti entrano in testa e non se ne vanno, passano i giorni le settimane i mesi. Madamigelle e madamigelli, 15 film ci sono riusciti più di altri. Eccoli (3+12)

 

 

Seguono dettagli:

 

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Post precedenti

    mercoledì 8 maggio 2013
  • Je bois et puis je danse, obsession printanièreAline        C’era una volta una band marsigliese che si chiamava Young Michelin ma poi la Michelin li obbligò a cambiare nome e da quel momento si chiamarono ALINE, come una vecchia hit del cantante Christophe (ma Christophe, che in realtà si chiama Daniel Bevilacqua, non ha protestato, anzi). Lo scorso gennaio uscì continua...