Parigi

lunedì 15 aprile 2013

Sono andato a una mostra con Piero Fassino


 

Il punto è questo. Uno decide di andare via dall’Italia perché non ne può più dell’Italia. Arriva in un altro posto, dove tutto è nuovo, e si riscopre bimbetto. Ci sono un sacco di cose da imparare, prima ancora che da conoscere. Le facce, i nomi, le situazioni, i luoghi. Il mondo che gli sta attorno. Cambia le abitudini, i propri consumi mediatici, il cinema la tv l’Internet. Cancella dalla barra dei preferiti vecchi tic che credeva avviluppati di necessità, a poco a poco sostituendoli con altri tic, altri doveri. Però poi, in un angolo, l’Italia c’è sempre.

 

Come negli ultimi mesi. L’Italia dappertutto. Nelle telefonate, nelle conversazioni, negli articoli di Le Monde dedicati alla ‘Casaleggio Entertainment’ e nei reportage di France2 sui suicidi di Civitanova. Nelle domande delle persone (“Ma si può sapere cosa sta succedendo in Italia?”), nelle spiegazioni che sei obbligato a dare agli altri ma soprattutto a te stesso: da lontano ti sembra di aver messo distanza e di aver più lucidità (“Poverini, sono usciti tutti pazzi”), ma forse hai solo perso alcuni passaggi fondamentali per capire. Non sono pazzi loro, sei tu che te ne sei andato.

 

 

Yue4

 

 

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giovedì 11 aprile 2013

L’aggeggio anti-taccheggio


 

Lo scorso gennaio, durante i saldi, comprai una giacca primaverile. Tornai a casa, la riposi nell’armadio e bon.

 

Ieri. Tiro fuori la giacca dall’armadio tutto contento perché finalmente posso mettermi la mia giacca nuova primaverile. Un attimo prima di uscire la indosso, ma mi accorgo che c’è uno spuntone. Qui, all’altezza del costato. La signorina del negozio si dimenticò di togliere l’aggeggio anti-taccheggio, quel coso tondo di plastica durissima che a un certo punto hanno deciso di mettere nei vestiti per evitare che i ladri si fregassero la roba. Bon, faccio spallucce, la indosso di nuovo e rimango fermo immbile. Da un lato vorrei fregarmene e uscire subito con la mia giacca nuova, dall’altro non ci riesco proprio. Lo spuntone si vede, dai, si vede. Non posso mica andare in giro così. Mi guardo allo specchio. La mia nuova giacca primaverile che comprai quattro mesi fa è diventata ufficialmente un problema. Un grosso problema. 

 

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domenica 24 marzo 2013

Alcune cose che non sapevo su Franco Battiato (una riguarda Nanni Moretti)


 

Franco Battiato

 

 

Per tutto l’inverno la città è stata tappezzata di manifesti che recitavano “Franco Battiato à l’Olympia” (io volevo, molto volevo, mais non: assai piccioli pour ma sacchetta). In occasione del concerto, Le Monde ha dedicato un’intera pagina all’uomo i cui vinili “si possono trovare nei negozi più fighi di New York, Montréal o Glasgow”, l’uomo che “rappresentò l’Italia all’Eurovision con I Treni di Tozeur” e che viene dalla Sicilia, “île palimpseste d’influences grecques, arabes, normandes, espagnoles, ‘mère difficile’ avec laquelle il s’est réconcilié sur le tard“. Una lunga e bella intervista, realizzata dall’inviato nella casa milanese di Battiato, bevendo thé e mangiando chiacchiere (“une pâtisserie dont les Italiens se repaissent pendant le carnaval“), e che mi ha rivelato una serie di cose che non sapevo su Battiato ma anche su Nico e i Velvet Underground, la droga, Nanni Moretti, alcune suore, il Movimento 5 Stelle e Antonio Venditti:

 

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martedì 19 marzo 2013

“E tanti baci al tuo giardiniere”


 

Tempo fa presi un libro usato da Gibert Joseph di boulevard Saint-Michel. Questo libro, come accade quando compro un libro che non mi serve immediatamente, lo sistemai nella mia libreria, in ordine alfabetico alla voce Autori Francesi, e poi bon.

 

Stamattina sono andato a cercare quel libro che avevo comprato tempo fa e che non mi serviva all’epoca ma che sapevo che un giorno mi sarebbe servito. Infatti. Aprendolo, è caduta una cartolina. Questa:

 

Atene

 

All’epoca non mi ero accorto che nel libro usato ci fosse dentro qualcosa, altrimenti forse avrei già scritto questo post. Ho subito pensato a un mio ricordo precipitato chissà da dove sotto forma di segnalibro, ma uno) io non spedisco cartoline da quando, ahimè, è morta mia nonna e due) non sono mai stato ad Atene.

 

Ho aggrottato la fronte. 

 

Ho girato la cartolina, abbastanza ingiallita, come tutte le cartoline che si possono trovare nei libri usati e che vi rimane per mesi prima che tu te ne accorga. La cartolina era indirizzata a un certo Thomas D., abitante in 13 rue Jean Jaurès, Limoges (Limoges?). Nella parte a sinistra c’erano quattro messaggi diversi, due scritti con una biro nera e due con una biro blu. Il primo era un asettico “Baci” firmato da una certa Gäelle. Il secondo, ben più lungo, recitava così: “Enormi baci dall’ombelico del mondo (Delfi, visto che sei un ignorante). Qua il tempo è bello, fa caldo e ci divertiamo un sacco. Le persone di qua sono normali. Alain”. Il terzo messaggio, senza firma, era un gelido “Spero che tu stia bene. Noi ce la passiamo a meraviglia”. L’ultimo, il più enigmatico, era di Aurélie: “Tanti baci soleggiati dalla Grecia al tuo giardiniere. Ciao”. (Il tuo giardiniere?).

 

La cartolina ha preso a scottarmi tra le dita, mi sembrava di essere uno di quelli che trova una bottiglia su una costa irlandese e dentro c’è un biglietto che qualcuno dall’America ha scritto prima della fine del mondo e tu sei tipo l’unico sopravvissuto. Ho guardato i francobolli. Nel primo, di cinquanta centesimi, c’era un pallone da basket e la scritta ‘Hellas’. Il secondo era disegnato e raffigurava un, boh, razzo rosso a testa in giù e degli omini che cercavano di salvarlo dallo schianto. Il timbro, scolorito ma non troppo, diceva qualcosa a proposito del 2005.

 

Sono rimasto a fissare quel reperto tipo per sempre, girandolo e rigirandolo alla ricerca di chissà quali significati immanenti che dessero un senso non dico alla mia giornata ma proprio alla mia vita. Mi sono messo a pensare a questo Thomas e ai suoi amici. Perché Thomas era rimasto a casa e gli altri invece in vacanza? Come aveva fatto questa cartolina, spedita nel 2005 da Atene a Limoges, a finire nella mia casa parigina? Chi era la persona che non si firmava? E perché non si firmava? Perché Alain, nel 2005, sentiva l’esigenza di scrivere che le persone locali erano ‘normali’? Perché Aurélie mandava tanti baci al giardiniere di Thomas? Ma soprattutto: chi era questa gente e che cosa voleva da me? 

 

 

 


venerdì 22 febbraio 2013

Non so voi ma io già votai che sono italiano a estero


 

Una frase abbastanza fatta vuole che qualsiasi punto di Parigi disti un centinaio di metri da una qualsiasi fermata della metro. Beh, io no. Io, se prendi la cartina, a un certo punto verso il centrosud, c’è uno spazio vuoto, e in quello spazio vuoto c’è casa mia. E però, anche se non ho la metro sotto casa, che poi vabbé invece di metterci due minuti ce ne metto sei, il tempo di due canzoni brevi, però ho tante altre cose sotto casa mia, cose che per esempio non avevo sotto casa quando vivevo a Tiburtina, che pure avevo una metro sotto casa: ho un cinema, dove vado appena posso che c’ho la flat, un giapponese che non fa mai difetto, un antiquario dove non entro mai che è sempre chiuso, una libreria piccina che nella bancarellina davanti la porta mette spesso libri italiani usati Umberto Eco Calvino gente così, e poi una boulangerie.

 

Questa boulangerie che in realtà fa anche i pasticcini e le torte e i bignè e le pizzette e i paninetti alle olive, è gestita da un signore e una signora. Penso marito e moglie. Lui sta nel retro e inforna le baguette e lei sta alla cassa. A volte c’è una ragazza che li aiuta quando c’è del mondo, a volte no. La signora ha due particolarità: la prima è che riesce a servire anche dieci persone allo stesso tempo, la seconda è che non sorride mai. MAI. Tu puoi pure entrare in negozio VOLANDO a testa sotto e ruttando i dieci comandamenti in vernacolo e lei niente: Buongiorno Signore cosa desiderate?

 

L’altro giorno, entro che sono le due del pomeriggio, non c’è nessuno. Neanche la signora che non sorride mai. Però il marito sì. Per la prima volta da quando abito sopra questa boulangerie lo osservo ben bene: alto un metro e mezzo, pochi capelli ai lati, baffi foltissimi neri. Praticamente, e giuro che non è una battuta, il sosia di Piero Focaccia, quello che cantava Stessa spiaggia stesso mare. Insomma, solita manfrina di Buongiorni e buonasere, prego no prego lei, una baguette tradition pas troppo cotta se vi piace, le solite cose. Mentre pago mi guarda e mi fa (in francese): Scusate, ma queste elezioni politiche?

 

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giovedì 24 gennaio 2013

Quest’adorabile popolo di squinternati


 

 

La Francia ama molto la propria lingua, lo sapete. E la ama di un amore talvolta ossessivo, come quando impone che si dica ordinateur in vece di computer, o di un amore finanche patologico. Esempio. Immaginate di guardare una pubblicità, in tv o al cinema fa lo stesso. A un certo punto, nello spot della tal marca di non-so-che, compare una parola in inglese, perché così gli girava al committente, e perché i giovani, se è inglese, è meglio. La parola è: LOVE. Bene, accanto alla E, in alto a destra, comparirà subito appresso un asterisco, tipo così: LOVE*. L’occhio a quel punto se ne fotterà delle immagini, del messaggio, dello sbattimento dei pubblicitari e dei piccioli che la tal azienda ha sborsato, perché andrà a cercare quell’asterisco in basso a sinistra, e una curiosa frase di questo tipo:

 

*LOVE vuol dire AMORE

 

(lo stesso per parole più complicate tipo PARTY, da cui PARTY*, da cui *FESTAZZA) (In entrambi i casi la faccia si dipinge a punto esclamativo ma dopo un po’ ci fai l’abitudine: prima un ‘ma questi veramente fanno’, poi un sorrisetto di compassione e infine l’indifferenza. Che è un po’ il fine ultimo di ogni assimilazione transalpina coi controcazzi: j’m'en fous, ma completamente proprio).

 

Tuttavia, come tutti i popoli incoerenti che si rispettino (da soli), i francesi rigettano la lingua inglese in taluni casi ma la assumono molto orgogliosamente in altri (dicesi, leggasi, pronunciasi: A MUZZO). Esempio. I Vip in Francia non si chiamano Vip ma PEOPLE. O, per pronunciarli nel loro buffo modo, PIPOL, da cui il famoso fenomeno della pipolisation (con accento sulla -o). L’incoerenza WTF si manifesta anche per esprimere concetti un filo più complicati. Rimango nel settore della CARTA STAMPATA DA QUATTRO SOLDI così chiunque può seguirmi. Avete presente quelle star pazzesche che hanno avuto fama pazzesca, che ne so, negli anni ’80 e poi basta, grazie a una canzone one hit wonder o a un film? Bene, queste persone, che ne so, SABRINA SALERNO (qui chiamata semplicemente SABRINA), sono definite ‘has been’. O, per pronunciarli nel loro buffo modo, ESBIN (*passate di moda, andate, sfigate) (io comunque non sono d’accordo) (certi capezzoli non passeranno mai di moda). E così via, potrei andare avanti per ore, citando abbondanti esempi tratti da altre discutibili lingue come lo spagnolo e l’italiano, ma so che non ne avete voglia.

 

Ma, a proposito di cose di lingua francese che veramente BOH, e per motivare la foto a corredo di questo post, vi conto questa cosa che forse già sapete grazie al colonnino destro dei siti italiani. Sul Journal Officiel del 23 gennaio è comparsa un’indicazione molto chiara: “Amici che navigate nella tela* usando l’ordinatore*, il topo* e che litigate ogni giorno con le finestre intruse* (internet, computer, mouse, pop-up), bene, sappiate che DA OGGI non si dice più #hashtag ma #mot-dièse” (e il trattino? Ah beh, non guardate me). Ora, lasciando perdere che Twitter l’hanno inventato parecchi anni fa (io mi ci iscrissi nel 2007, tipo) e che nel frattempo è morto di morte indifferente per poi risorgere inspiegabilmente di recente, insomma, CHI ha deciso COSA?

 

La CSTIC. No, veramente, chi? La CSTIC, Commission specialisée de terminologie et de néologie de l’Informatique et des composants electroniques (true story: C come cesser, S come sensibiliser, T come travailler, I come inventer, C come contribuer: se non ci credete guardate le figure). Bon, ogni due mesi questa commissione si riunisce e, su indicazioni di altre subcommissioni presenti in ogni ministero, decidono come tradurre le parole inglesi, parole che verranno utilizzate in tutti i luoghi ufficiali (in un solo paragrafo ho riassunto i tre hobby preferiti dai francesi: BUROCRAZIA, COMMISSIONI D’INCHIESTA E CHIACCHIERE INUTILI) (ditemi bravo).

 

Comunque, follia per follia, in fin dei conti mot-dièse non è poi così male, poteva anche andarci peggio*

 

*Parola-cancelletto, ad esempio

 

 

 


sabato 19 gennaio 2013

Lonerismi


 

 

 

Tame Impala – Lonerism – 2012

 

 

 

Paris – Jardin du Luxembourg – 19 Janvier 2013

 

 

 


Post precedenti

    mercoledì 8 maggio 2013
  • Je bois et puis je danse, obsession printanièreAline        C’era una volta una band marsigliese che si chiamava Young Michelin ma poi la Michelin li obbligò a cambiare nome e da quel momento si chiamarono ALINE, come una vecchia hit del cantante Christophe (ma Christophe, che in realtà si chiama Daniel Bevilacqua, non ha protestato, anzi). Lo scorso gennaio uscì continua...