Sarà un bel Souvenir La La La La - Che poi, non sai mai se, mentre scatti le foto, ti perdi i momenti, o se non te li perdi proprio perché scatti le foto. Ad ogni modo, qualche scatto dalla settimana più rossa, Le temps des Cerises, il Primo Maggio dei Sindacati e il C’est Maintenant! della Bastiglia. Facce, cartelli e gente aggrappata agli stessi. Bienvenue dans la nouvelle France!, come urlò quel tipo ubriaco sulla linea 5 che ci riportò a casa a notte fonda. Altre foto sul mio profilo Flickr, per l’occasione resurretto e rimesso a nuovo.
C’è una bolla, su boulevard Henri-IV, una bolla invisibile, una soglia che non sai di varcare se non un attimo dopo, anzi qualche minuto dopo, avvolto dai fumi delle merguez arrostite, un mondo nel mondo dove prima i cellulari prendevano e ora non più, reseau indisponible, tanta gente c’è, quanta gente c’è. La Bastiglia è là, presa e ripresa da chissà quanto e per chissà quanto, c’è ebbrezza ma manca ancora qualcosa, l’ultima volta che ho fatto scivolare il pollice sullo schermo la Juve vinceva ma pure il Milan vinceva, e poi basta, il vuoto di pagine impossibili da aprire, il vuoto di chissà che sta succedendo laggiù, nell’altro pianeta, e dopo un po’ faccio che non ci penso più, entro nella bolla e ci resto, isolato da tutto e in mezzo a un delirio mio ma non mio, delirio di gente che si arrampica per salire più in alto, fino alla vittoria, per il resto solo posti in piedi.
E in attesa della benedizione tanto attesa, dopo Martine Aubry e prima di Yannick Noah, a un certo punto cala una specie di silenzio, di riposo momentaneo e lì, dalla tasca, arriva un vibrino, piccolo squarcio dentro la bolla, l’alerte di non so quale applicazione lampeggia sullo schermo, Juventus Campione d’Italia, eh?, faccio scivolare ancora il pollice ma non c’è campo, non c’è connessione non c’è niente, solo quelle parole, e allora?, allora comincio a urlare, e quelli accanto a me mi guardano con la faccia a punto interrogativo, non capiscono, ehi scemo guarda che Hollande ha già vinto quattro ore fa!, a dirla tutta aveva già vinto anche quando non aveva vinto, mais alors!, dimmi perché salti?, di felicità!, e perché le sinistre di solito nei paesi cosiddetti civili non vincono mai, e perché figurati se credo ancora nelle partite di calcio, ma cazzo!, nella testa, non so quanto alcool c’è, non molto ma quanto basta, comincia a suonare tipo un bling! bling! bling!, e allora nella bolla ci resto, nella bolla vale tutto, carnevale più capodanno più quoi?, e questo giorno, questo 6 maggio, scolpiamolo finché non diventa rosso, rosso sul calendario, da oggi e per sempre, 6 maggio, certo che, oh, ci credete se vi dico che me l’ero immaginata esattamente così?
Arrivano momenti in cui il faut tirare delle linee a fondo pagina. Oggi è uno di quelli. Dopo una lunghissima corsa, tra poco, da stasera, molte cose cambieranno, potrebbero cambiare, e tutti i discorsi azzerarsi, e gli slogan, e tutto il resto. Il 2012, questo 2012 di frangenti sospesi, di eterni grigi a volte più bianchi a volte più neri, è adesso.
Campagna elettorale curiosa, per me che son rital. Campagna elettorale che gli inglesi hanno definito ‘frivola’, e i francesi rispondendo ‘frivola tua sorella’. Campagna elettorale che i francesi a loro volta hanno definito ‘aspra’. E io, che vengo da dove vengo ho cercato quest’asprezza, potrei dire ‘invano’ dirò ‘invano’. Il dibattito del 2 maggio, quello che l’eco nei cortili e le reti unificate e tutti col fiato trattenuto aspettando un sussulto (“Moi, président d’la République”, moltiplicalo per 15, François!), il peggio che si sono detti: Signore, voi siete un bugiardo!, con risposta in allegato Voi non avete il dirittto. E questa era la campagna aspra.
La scelta è semplice. Quello che per cinque anni ha diviso il paese, commettendo l’errore imperdonabile di farsi i fatti propri facendosi sgamare. E quello che no. Quello che persino Bayrou ha rinnegato per la sua condotta ‘violenta’ nella corsa all’Eliseo. E quello che no. Quello che negli spot elettorali mette gli immigrati clandestini e i poliziotti cattivoni e le scritte ‘Dogana’. E quello che no. La cupezza e il cambiamento, qualunque esso sia, questa è la scelta.
I numeri, quelli veri e quelli virtuali, disegnati da mani amiche, dicono che tutto dovrebbe andare come tutti da tempo sanno che andrà, ma non solo i numeri, ci sono i segnali, a volerli cogliere, slittamenti di pensieri e smozzichi di speranze, c’è nell’aria tutta la pioggia che non ha fatto mai, sono stati semestri di siccità, aspettando, aprendo tutte queste parentesi, e ora la chance irripetibile di girare la curva al comando, con le spalle leggere della sicurezza, e se pure tutto questo a un certo punto non conterà, perché niente è detto, e potrebbe andare anche all’opposto di come tutti sanno che andrà, conta che questo periodo ipotetico sta per finire e noi, noi saremo là, con le radioline attaccate alle orecchie, aspettando i risultati dall’altro campo.
Anche quest’anno sono l’inviato di me stesso al Festival Séries Mania (Forum des Images, Paris, Saison 3).
Proiezione di serie in anteprima, discussioni, conferenze, masterclass, ospiti prestigiosi e internazionali, vernissage, champagne, sceneggiatori, scrittori e scrittrici, blogger, panini di Pomme de pain, waffle di Waffle Factory. Non manca nessuno. Ci sono persino due convitati di pietra: il download e lo streaming.
In Francia il tema è molto sentito. C’è questa legge, la Hadopi, voluta da Sarkozy (goditela finché dura, man) che punisce in modo purtroppo non singolare chi viene beccato in flagranza di téléchargement illégal: il distacco definitivo dagli Internets alla terza infrazione certificata (la prima ammonizione arriva via mail, la seconda via raccomandata, la terza si salvi chi può). Storia vera: “un mio amico vaga come un miserello di casa in casa con il suo hard disk esterno tra le mani”, mi ha detto una volta un mio amico che gli ha detto un suo amico.
Poi una domenica stai camminando per il sesto (o era il quattordicesimo?) e arrivi in uno slarghetto su cui affacciano un albergo, un bistrot, un altro bistrot e una stazione del vélib’, e trovi una serie di persone accovacciate sul marciapiede che rovistano tra scatoloni di cartone e libri impolverati. Così.
E allora ti avvicini, incuriosito, e chiedi a una signora: Che passa? Lei, senza distogliere gli occhi dai libri, risponde che l’albergo ha buttato centinaia di volumi sul marciapiede, non sapeva che farsene. Ah bon, fai tu. E ti tuffi, in mezzo a queste signore impomatate, questi damerini appena usciti da qualche teatro, questi bimbini con madri e padri. Tutti sfogliate libri, spostate libri, alzate libri, abbassate libri. E siete educati, aspettate i vostri turni, vi sorridete, vi spostate a semicerchio, e intanto tenete dei libri sotto il braccio, o in tasca, e intanto dal bistrot i parisotti vi guardano incuriositi, alcuni vorrebbero raggiungervi ma non lo faranno, in compenso altri si fermano, vi fanno le foto, finite in qualche instagram. Basta poco per diventare delle celebrità.
Poi però arriva l’Orco, tutto niuro, vestito di niuro, con un sacco della spazzatura pure quello niuro, e lui è sgarbato, e prende gli scatoloni sani sani senza nemmeno guardare che c’è dentro, e sposta i bimbini di malagrazia, e non aspetta che tu abbia finito di sfogliare che ti toglie i volumi da sotto il naso. Un arraffone. E l’incantesimo si spezza. E vi passa il prio. Sì, perché l’Orco vi costringe a difendervi, lui arraffa e voi bisogna tenere le posizioni, e per farlo non guardate in faccia ai libri, e pigliate a muzzo pure voi, e quel sorriso di bellezza che avevate in faccia scompare e lascia il posto a una gocciolina di sudore sulla tempia, ma tu vedi che ti tocca fare, e te ne vai, ritirata!, che non vuoi vedere come va a finire la guerra, no.
Torni a casa, ti siedi alla scrivania e guardi finalmente i libri sconosciuti che ti sei portato dietro, e alla fine pensi: Che me ne faccio ora di questo libro sul cricket?
L’altro giorno a un certo punto m’è venuta una voglia assurda di vedere la partita della Juve che quest’anno la Juve ogni volta che l’ho vista o ha pareggiato o ha giocato male o tutti e due e invece dall’Italia mi dicono Che Bella Questa Juve, Come Gioca Bene Questa Juve e io boh. Insomma ero in giro nei pressi del solito quinto, ho cercato il parchetto del Comune dove so che c’è il wifi, e però il parchetto era chiuso e così mi sono appoggiato alla ringhiera tenendo il braccio alto che c’era più campo, poi ho digitato PARTITA JUVE PARIGI e niente, mi è spuntato questo posto di Rue des écoles. Che uno dice Rue des écoles, ma Rue des écoles è lunga, la prendi da Saint Michel scavalchi tutti i cinemini e il punto in cui è morto Roland Barthes e la via ancora non è finita, insomma il bistrot era alla fine dall’altra parte, quasi in capo a Jussieu.
Sono entrato, non c’era quasi nessuno. Un tipo vestito coi jeans stretti la giacca stretta e le scarpe a punta si è sporto dal bancone e mi ha detto Buongiorno. Erano le 8 e mezza di sera. Ho pensato Ma guarda tu questo damerino. Gli ho detto Scusate, dice che fate la partita della Juve, è vero? Lui ha detto Sì, la Giuv, ben sicuro. Però vi prevengo, in effetti, abbiamo dei problemi con la cucina, a bere quanto ne volete ma a mangiare purtroppo no. Io ho fatto la faccia di quello che a pranzo aveva mangiato solo un tramezzino di Monoprix. Il damerino mi ha anticipato: Se volete qua vicino, a poco presso, c’è un turco, o un greco, potete prendervi quel che volete e mangiarlo qui, per me nessun problema. Ci ho pensato e ho detto: Va bene, intanto dammi una birrazza arraggiatona che c’ho sete che a Parigi fa caldo quando non deve fare caldo e fa freddo quando non deve fare freddo (che, detto tra noi, mi pare la migliore sintesi meteorologica che qualcuno abbia mai fatto di questo posto, e l’ho fatta io!).
Sono andato a sedermi al tavolino, ho poggiato la Leffe e ho fatto un rutto-ma-silenzioso. Sul maxischermo le immagini dello scambio dei gagliardetti. In tutto il locale c’era solo una coppia di signori sui 40-45 anni. Francesi. Guardavano lo schermo e ridevano. Dalle casse vicino allo schermo non usciva l’audio vero, ma una canzone dei Rolling Stones. Ho pensato Vabbè adesso il damerino spegne la radio, c’è la partita e siamo tre in tutto il locale, cazzo! No, non l’ha fatto. Dopo gli Stones, è partita una spataffiata di sudamericano, poi mitigata da un provvido ritorno ai Procol Harum e J’aime regarder les filles. A volte penso che vorrei aprirmi un bar solo per capire come funziona la cosa della musica da mettere in diffusione: io non l’ho mai capita la logica che ci sta dietro, fanno le compilation?, attaccano coi cavetti l’iPod con la funzione shuffle?, o forse non c’è nessuna logica, è solo una logica del cazzo (e comunque se io mi aprissi un bar, il Bar Di TFM, farei le compilation mascherandole in modo che non si capisce che è una compilation).
E poi cammini per la città e ti imbatti in questo (attenzione al finale, come dire, spericolato):
C’è chi applaude, chi punta i propri iPhone, chi legge il testo da un foglio a4, la gente intanto esce alla spicciolata dalla chiesa accanto, altri leggono seduti al tavolino del bar, incuranti del luogo comune che è appena andato in scena. Era così anche mezzo secolo fa? Sarà così anche domani e per sempre? Se non ci fosse nessuno a guardare sarebbe lo stesso? Chi lo sa.
Mouffetard bassa, la domenica mattina, il solito spettacolo: venite, balliamo, venite, cantiamo.
A Maggio il mondo è bello Sarà un bel Souvenir La La La La - Che poi, non sai mai se, mentre scatti le foto, ti perdi i momenti, o se non te li perdi proprio perché scatti le foto. Ad ogni modo, qualche scatto dalla settimana più rossa, Le temps des Cerises, il Primo Maggio dei Sindacati continua...