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L'essai, l'assai

Charlotte
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Sono seduto dietro Charlotte Gainsbourg, sto per sussurrarle “Je t’aime, moi non plus”, ma all’ultimo desisto, temendo un poco opportuno fraintendimento

 

Potrei interpretare questo momento come la risoluzione di un mistero che peraltro non mi ha mai appassionato più di tanto, ma forse è meglio prenderlo per quello che è: il fausto e coincidente coronamento di una, la definisco forse impropriamente, ossessione verso questa giovane donna e tutta la sua famiglia: suo padre, le canzoni di suo padre, sua madre, le canzoni mmmhh mmhhh di sua madre, i film discutibili di sua madre, il suo compagno, i film del suo compagno, il suo patrigno, i film del suo patrigno, sua sorella, le canzoni di sua sorella, quella volta che in una via dell’undicesimo a un certo punto me la trovai di fronte, sua sorella, e facemmo un tratto di strada accanto, finché lei, sua sorella, non entrò in una farmacia e io rimasi inebetito, pensando a (pasticche per un mal di gola che non avevo?, aspirine tachipirine voltaren?) qualsiasi cosa insomma pur di prolungare la vicinanza e magari attaccare bottone (Lou, I see you, anzi: ICU), ma, sopra tutto:

 

 

 

 

lei, i suoi film, quando recita, quando le fanno fare cose turpi nei film in cui recita, quando canta, quando diciamo canta con le mani in tasca, quando si aggiusta i capelli con quel gesto di stringerli con la mano destra e lasciarli andare dietro il collo, quando quasi chiede scusa di tutta una serie di cose che sente di non riuscire a controllare: lei è Charlotte Gainsbourg, entra in sala con un flûte mezzo pieno (o mezzo vuoto?) di quello che a prima vista potrebbe essere vino bianco ma no, è vestita di nero (stivaletti, jeans, maglioncino) ed è qui per una masterclass che in realtà è una specie di intervista a cuore aperto nel cuore chiuso di Parigi, strapiombati nel fondo des Halles, doveva essere due mesi fa ma due mesi fa sua sorella, l’altra, è caduta dal quarto piano di un palazzo ed è morta, e ora eccoci qua, a ripercorrere la sua carriera, la sala è piena, “se ne avessimo scelta una più grande sarebbe stata piena lo stesso”, dice il giornalista, “non lo so” aggiunge lei, come sovrappensiero, portandosi alle labbra il bicchier-

 

 

Charlotte

 

 

dicevo il momento, che è questo, il momento: il giornalista lancia degli estratti di suoi film, si parte con L’Effrontée di Claude Miller, e appena si abbassano le luci, lei e il giornalista lasciano la postazione al centro del proscenio e vengono a sedersi in sala, in prima fila: io sono seduto in seconda fila, e il caso ha deciso, il caso ha statuito: sono dietro di lei, esattamente dietro di lei, le luci si spengono, parte il filmato di pochi minuti, ma prima il buio non riesce a inghiottire questo fotogramma: Charlotte Gainsbourg, con il flûte in mano, i suoi capelli frustano per un istante la parte alta della poltroncina, allungo le mani per esserne – oh – frustato a mia volta ma è un attimo già dopo, il giornalista raccoglie da terra una bottiglia di champagne che qualcuno aveva nascosto, e riempie il flûte di Charlotte, lei sorride, le luci finalmente si azzerano, il film, la scena, lei parlotta sussurra e ride, io mi chino leggermente in avanti, cerco di ascoltare ma riesco solo a farmi inebriare dagli effluvi dello champagne, è un attim-

 

 

ora, cerca di metterti nei miei panni. Tu, tu che avresti fatto? Cioè, sei tipo al cinema, c’è buio, e sei seduto esattamente alle spalle di Charlotte Gainsbourg, sono momenti decisivi nella vita di una persona, ne converrai, momenti da cui dipendono altri momenti, la piega degli eventi può chiudersi, o aprirsi, sento lo champagne e mi fa un effetto strano, come se dieci minuti fa me ne fossi scolato una cassa intera, un pensiero mi balugina davanti agli occhi, mi attraversa la mente rapidissimo: prende la forma della certezza: decido di avvicinarmi al suo orecchio e di sussurrarle, una canzone, a caso:

 

 

Je t’aime oui je t’aime! Moi non plus, oh mon amour!
Comme la vague irrésolue, je vais je vais et je viens, ohhh mon amour!


 

 

le note sono già partite nella mia mente e, sorta di riflesso che non volevo, precipitato di buone educazioni, penso alle possibili conseguenze di questo mio dolce gesto, gesto che a prima vista potrebbe sembrare vagamente fuori luogo, ma, voglio dire, niente di stravagante che suo padre, o sua madre, o lei stessa, in quel video con suo padre, o in quel film con sua madre, non abbiano già fatto, e insomma: metti che io, adesso, davvero, mi metta a cantarle, AL BUIO, un pezzo sconcio del repertorio di suo padre e di sua madre, cioè, se tu fossi lei, che faresti? Ti metteresti a urlare? Sorrideresti scrollando le spalle pensando al prossimo film di Asia Argento di cui sarai la protagonista?

 

 

Forse il giornalista, e i realisti più realisti del re, chiamerebbero la sicurezza, mi porterebbero via a forza mentre io continuerei a urlare JE T’AIME, e loro farebbero finta di nulla (“Ah bon”), tornerebbero a parlare dei suoi film, di quando era piccolina e i suoi la lasciavano sola sul set per settimane intere (“ricordo un gran senso di libertà”), o delle differenze tra i set europei (“tutto è nelle mani del metteur en scène“) e quelli americani (“l’attore deve prendere molte più decisioni, si aspettano che tu faccia il tuo lavoro e basta”), del rapporto con Lars Von Trier (“il film in cui mi sono trovata meglio è Antichrist, abbiamo creato un rapporto veramente esclusivo”), delle umiliazioni che le ha inflitto Lars (“In Melancholia ha passato tre giorni a urlarmi di tutto, voleva che lo sorprendessi ma io non capivo cosa volesse, avevo la sensazione che provasse piacere a torturarmi”), della gelosia verso le altre attrici di Melancholia e di Nymphomaniac, del panico alla fine delle riprese di quest’ultimo (“Mi sono detta: Ma che ho fatto?”), delle sue fragilità (“Non credo che Lars mi richiamerà, ho la sensazione che si sia chiuso un ciclo”) ma poi

 

 

lei è sdraiata a terra, percossa, Stellan Skarsgård la trova e vorrebbe chiamare l’ambulanza, ma lei rifiuta nettamente, “allora andiamo a prenderci un thé a casa mia”, le luci si accendono, non credo che riuscirò a risolvere questo mistero, je m’en contrefous, sono arrivato in anticipo, siamo in fila, davanti a me una signora, la settantina, mi sorride, dice che è venuta di filato dalla piscina, ahah, non vede l’ora di sentire questa masterclass, io sorrido con lo stesso entusiasmo del fastidio, allora lei, piccata, mi volta le spalle e attacca bottone con un giovanotto sulla ventina dall’aria nerd e potenzialmente criminale che è davanti a lei, e non la smetteranno mai più di parlare, di fare amicizia, e alla fine, quando Charlotte si alzerà e saluterà, con le mani nelle tasche posteriori, e l’assemblea sarà sciolta (“ci rivediamo tra trent’anni”), la vecchia e il giovanotto, seduti esattamente accanto a me, si scambieranno i numeri di telefono, lei dirà “bon bah allora la chiamo la settimana prossima per andare all’Opéra assieme” e lui annuirà con gli occhi a forma di asse ereditario, io penserò, non senza spasmi d’invidia, che forse, se avessi lasciato un varco alla vecchia, a quest’ora, e mi metto a ridere, mentre risalgo a piedi verso casa, il vento da giorni sferza questo inverno sopra la media, quante cose devono essere fatte, bah oui, je vais je vais et je viens, je vais et je reviens, oui,  comme la vague irrésolue

 

 

 

Sono seduto dietro Charlotte Gaisbourg e sto per sussurrarle Je t'aime moi non plus

TuttoFaMedia • febbraio 13


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Comments

  1. yetbutaname febbraio 14 - 09:55

    commovente (nonostante l’asse testamentario)
    ciao

  2. TuttoFaMedia febbraio 14 - 10:53

    *Ereditario. Ti ho già detto che sei la correttrice ufficiale di questo blog. Grazie.

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