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L'essai, l'assai

Sanremo
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Sanremo 64×01: dentro al Replay, con la testa un po’ girata verso la balconata

 

UN BIANCO E NERO SBIADITO – Il secondo Festival della prima reggenza Fazio (2000) fu il migliore di tutta la storia dei Sanremi per la qualità delle canzoni: La tua ragazza sempre, Sentimento, Gechi e vampiri, Fare l’amore, Il timido ubriaco, In bianco e nero, Tutti i miei sbagli, Strade, Nutriente (sto citando a memoria). Fu un ottimo Festival anche dal punto di vista televisivo, grazie alla qualità che Fazio riesce sempre a produrre e grazie anche a una lista di ospiti che non finiva più: Jovanotti, Lucio Dalla, gli Oasis, Bono e The Edge, Tina Turner, gli Aqua (!), Lene Marlin (!!), Robbie Williams, Goran Bregovic, Enrique Iglesias, Tom Jones, Sting. Un’orgia musicale di alto e di basso, per tutti i gusti, che rappresentava una parte del meglio di quel tempo.

 

 

Sanremo

 

 

MICA PIZZA E FICHI SECCHI - “Pensavamo a Rihanna. Al limite Bruno Mars” “Cat Stevens vi va bene?” “Preso”. Per il suo secondo secondo bis, Fazio sa di avere le mani legate e, ribadendo una scelta già fatta l’anno scorso, mette in scena un Festival programmato per non sorprendere. Tradizione e continuità. Nessuna innovazione, nessun cambio di marcia, nessun vero scarto. Sanremo, televisivamente, si costruisce soprattutto a partire dalle spinte che arrivano da fuori. Ma questo ormai è un Paese che ogni sei mesi deve cambiare governo per non morire di noia, che giace tramortito all’angolo implorando il colpo letale: se gli effetti speciali sono ormai più illegali dei botti di fine anno e se il massimo di adrenalina è “Grillo ha comprato due biglietti per l’Ariston” allora tanto vale rifugiarsi nel terreno già arato del proprio seminato. L’innocuo Pif (cambiare semplicemente contesto per fare le stesse cose non basta, specie se hai solo venti minuti), Lucianina che remixa Lolita e la Nives, la dicono malvestita Laetitia Casta, la liturgia letargica dell’esito del televoto, Raffaella che tutti giustamente incensano (ma se nomino Ceccherini e Papi?), etc: corsia centrale sempre in terza, ottanta all’ora e buonanotte.

 

 

Persino il picco tensivo della serata, i due suicidandi che lanciano lettere dalla balconata, non è altro che un esiziale replay. Il pensiero corre a Baudo e all’altro disperato aspirante suicida, ma questo tempo non è più il tempo dei supereroi che si arrampicano sulle strutture. Siamo stanchi, come spettatori, come italiani, come tutto. Insinuare che era tutto organizzato, e che Fabrizio Barca si è fatto la telefonata da solo, è un esercizio non tanto misero (davvero ancora vi domandate ancora se quel che passa in tv è vero?) ma proprio inutile. Quel “Ma le pare il caso?” che Fazio d’istinto rimpalla all’ennesimo frusto imprevisto, è il naturale e inevitabile sbadiglio che accompagna ormai ogni cosa: ma ti pare il caso di perdere ancora tempo con le consultazioni?, ma ti pare il caso di impedire così il lavoro delle commissioni parlamentari?, ma ti pare il caso di rinfacciare, proprio tu, gli scudetti revocati? Il sipario non è strappato, è proprio bloccato, fermo, immobile: oh senti, se ti vuoi buttare fallo in fretta che qui dobbiamo fare le riforme.

 

 

Carrà Luciana

 

 

ABBIAMO I VOTI DA ZERO A DIECI USIAMOLI - Con queste premesse la serata parte traballante, un elefante ubriaco che ha perso il senso dell’orientamento ma che a poco a poco si ridesta, soprattutto verso la fine, grazie alla seconda cassa di birre sparita in un paio di mezzore per colmare il vuoto del nostro presente, del nostro domani e del nostro per sempre. E grazie anche ad alcuni, diciamo, artisti. Canzoni? Canzoni.

 

 

 

ARISA: LENTAMENTE/CONTROVENTO

 

Le tocca l’ingrato compito di risollevare un’atmosfera di cupa cupezza (scenografia stile Gioco dei nove e Ligabue che canta in un dialetto non suo, come quando Gabriel Garko fa il mafioso siciliano). Ci riesce subito con un’esplosione mammaria (CHE MINNE!) di cui non dubitavamo (ma che serve ai soliti colonnini destri: “Arisa cambia look!” Ehm, Arisa ha già cambiato look). Il primo che passa si prenderà il cuore. Il sussulto della BLASFEMIA dura il tempo di un misunderstanding a doppio senso. Lentamente si procede con una dolce marcetta che culmina in Stacco la mela dal ramo e io vivo. Ma poi la nostra Arisa si lascia andare, si allontana dall’asta del microfono, e risale. La voce trema ancora dall’emozione ma la quintina arisiana è di quelle che forse canticchierai quando lo zito ti lascerà, dopo 6 anni, con un emoticon su whatsapp (ma dove li trova!): C’è quel vuoto che non sai/ che poi non dici mai/ che brucia nelle vene come se/ Il mondo è contro te/e tu non sai il perché, lo so me lo ricordo bene. Voti: 5,5+6,5

 

 

FRANKIE HI-NRG: UN UOMO È VIVO/PEDALA

 

Fazio e Mauro Pagani avevano promesso la contemporaneità e giustamente chiamano un rapper imbolsito (anzi no, proprio con la panza) (Francesco, dai, la maglietta bianca è un lusso che veramente pochi possono permettersi su quel palco). Tutti ricordano Quelli che benpensano, io ricordo anche un fantasma dei Sanremi passati con Rivoluzione, ma evidentemente non abbastanza per rimanere. Stavolta Frankie parte con un pezzo in surplace: Un uomo è vivo quando respira, un uomo è vitale se fa respirare, c’è un istante nel quale ogni uomo diventa suo padre, un istante nel quale diventa sua madre. Dissolvenza a Est: partono le prime note e Pedala balcanizza il teatro. Pezzo che pare facile ma non troppo: Sai bene che la storia è ciclica, come la pazienza/ è biblica e la peggior salita è una discesa ripida. Bravo Frankie ma credo che continuerò a non essere il tuo pubblico. Voto: basta con i METAFORONI della gomma bucata.

 

 

ANTONELLA RUGGIERO: QUANDO BALLIAMO/DA LONTANO

 

Ora, non vorrei dare ragione ai complottisti retroscenisti benaltristi, ma io, quando canta Antonella Ruggiero, NON CAPISCO UN CAZZO DI QUELLO CHE DICE. Pure se alzo il volume al massimo, o se lo spengo e provo a leggere il labiale. Sarà che sto invecchiando e oggi non passerei neanche l’esame audiometrico, sarà che Anna Oxa è ancora TRA NOI ma sotto altre spoglie, sta di fatto che qui, a rive gauche, a metà del primo pezzo ci siamo messi a POGARE inneggiando a Belzebù. Poi Antonella ha finito di cantare, hanno detto l’esito del televoto e noi ci siamo fermati: ma il secondo brano quando l’ha cantato? Capita che la nostalgia /Rompa gli argini/ Ma dall’altopiano stento a crederci che/ Da lontano tutto è nitido/ I temporali si allontanano. Sarà, ma io ESIGO che qualcuno mi porti qui, adesso, una persona che di sua sponte ascolta Antonella Ruggiero. Se c’è, allora è il complotto delle banche. Voto: però il violino era bello.

 

 

RAFA GUALAZZI E UNA CUFFIETTA DA PISCINA SLABBRATA:
TANTO CI SEI/LIBERI O NO

 

Ogni volta che si nomina Sangiorgi il rischio è che si apra immantinente nel Paese un TELEVOTO SULLA SUA PERSONA. Anche questa volta, la scelta era dunque tra “Il pezzo di Gualazzi scritto da Sangiorgi” e “Il bellissimo pezzo che non abbiamo ancora ascoltato MA l’importante è che non l’ha scritto Sangiorgi”. Indovina. Matematico. Col 63% passa Liberi o no, che, sia detto tra le righe, è un pezzo da cui mi dissocio ogni volta che lo ascolto, ma rimane un gran pezzo, specie quando Rafa Gualazzi FA QUELLA FACCIA che non si sa se è per lo sforzo prolungato del falsetto o per la paura che cuffietta da piscina slabbrata Bloody coso tenti di approfittare di lui con la compiacenza del coro gospel. Voto: Rafa Gualazzi è FORTE AL TELEVOTO.

 

 

CRISTIANO DE ANDRÈ: INVISIBILI/ IL CIELO È VUOTO

 

Lo ammetto senza problemi. Io non ne posso più di questa DITTATURA TOSCO-LIGURE. Chiudi gli occhi e facci caso. Visto? Ecco. Basta che partano delle aspirate o che uno dei tanti DE ANDRÈ MUTAFORMA appaia all’orizzonte e io, da bravo reazionario, vorrei che l’avellinese e il catanese tornassero le lingue ufficiali del regno. Più Silvie Salemi e meno gente nate nell’Alto Tirreno. Questa premessa per dire che ero pronto a massacrare Cristiano De Andrè (basta, dai, veramente) e invece, e invece. Invisibili parte po’ Ron po’ More than Words (“O è Natale tutti i giorni”) ma poi basta Tu abitavi in via dell’amore vicendevole per annuire di convinzione: voce grave degli sconquassi, andamento talkinheadsiano, ritornello in dialetto (lui sì che può cantare quella lingua). Come se non bastasse, arriva il Cielo è vuoto, ovvero la canzone-killer, quella che sale sul palco, palla al centro e ciao. Amore e rabbia in crescendo, sintesi di contesto (Sanremo) e testo: E me ne frego di quale luce sei illuminata/ Io sono illuminato dai lampi che sono tutto il mio sereno/ Non posso accettare niente di meno di quello che/ Di quello che mi aspetto da te, e io mi aspetto molto da te. Pezzone. Voto: 7+8

 

 

PERTURBAZIONE: L’UNICA/L’ITALIA VISTA DAL BAR

 

C’è solo un modo di aspettare uno dei tuoi gruppi veramente-preferiti a Sanremo: sintonizzarsi sul cantante Tommaso e sulla sua serenità, la nostra gioia, buttare gli spartiti per aria e fare come ai concerti, né più né meno, cantare la canzone che muoio già dalla voglia di ricordare a memoria, saltare e godersi il momento che aspettavamo da qualche lustro, e non importa se la band che prima conoscevi solo tu adesso ti prende male che la devi dividere con tutta questa gente che non se la merita, che non capirà. E poi. E poi l’Italia vista dal bar, che è sempre un fatto degli altri, in piena tradizione Perturbazione ma anche no, pezzo che cresce di SPLENDORE di ascolto in ascolto. Ragazzi, ditemi la prima data italiana che prendo il pulmino anzi no, venite voi qua che vi faccio diventare i capi di tutto. Come l’anno scorso con Max Gazzé passa la più impattante, ma non importa, sono stati i miei dieci minuti sanremesi più belli di sempre. Voto: 8+8,5

 

 

GIUSY FERRERI: L’AMORE POSSIEDE IL BENE /TI PORTO A CENA CON ME

 

Da vera diva che in un’altra vita ha venduto milioni di dischi, arriva al Festival avvolta da una nuvola di boh (sta male, sta bene, i problemi di voce, ma perché non si mostra, chi l’ha vista?). Non sappiamo cosa aspettarci, e forse non lo sa nemmeno lei, dopo l’ottovolante degli ultimi anni, ma intanto si affida anima e Giusy al Re Mida Casalino. L’attacco di L’amore possiede il bene è traballante come l’andatura su tacchi sbagliati, viene voglia di abbracciarla e dirle È TUTTO OK, ma piano piano le nebbie delle incertezze vocali si disperdono, specie verso la metà del secondo pezzo: Ti porto a cena con me è una classicissima canzone d’amore, tra tizianoferrismi, incisioni nei periodi ipotetici e un graffiato di quelli potenti (e di una volta). Se fosse contagiosa la felicità/Adesso è fuori moda/ Vorrei che tra le righe tu capissi che/ Che nonostante il mio sorriso/ Non tutto è stato semplice ed anche se /Nascondo il peggio è perché il meglio /È perché il meglio è andato via con te. Passa il turno la canzone dell’amore perduto e la sensazione è che Giusy abbia ampi margini di miglioramento. Voto: Ricordiamo che la casella TALENT è abbastanza scoperta.

 

 

E per ora dal vostro inviato è tutto. A voi studio.

 

 

L'Italia vista dal bar è sempre un fatto degli altriLa dittatura tosco-ligureLa prima punata di Sanremo 2014Ogni volta che si nomina Sangiorgi si apre un televoto sulla sua personaPiù Silvie Salemi e meno gente dell'Alto TirrenoRafa Gualazzi è forte al televotoSe ti vuoi buttare fallo in fretta che qua dobbiamo fare le riformeUno dei tanti De Andrè Mutaforma

TuttoFaMedia • febbraio 19


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Comments

  1. Dave febbraio 19 - 17:02

    nel 2000 c’era anche Alice con “Il giorno dell’indipendenza” di Camisasca, a proposito di qualità ;-)

  2. Il bilancio finale di Sanremo 2014 | TuttoFaMedia

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