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L'essai, l'assai

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Feticci telefilmici: gli episodi duali di Amc (Mad Men, Breaking Bad, The Killing: trova l’intruso)

 

Una decina di giorni fa è andata in onda, su AMC, l’ultima puntata di The Killing, remake di una serie danese. Amc è il canale di Mad Men e Breaking Bad, due show che hanno cambiato la storia della televisione.
Consapevole di non poter più raggiungere quegli standard (o per far risaltare meglio i propri gioiellini), nelle ultime due stagioni AMC si è data al Racconto Sicuro Di Genere: Rubicon, The Walking Dead, The Killing. Prodotti ben realizzati, destinati però, e forse, a un pubblico già sazio, che si accontenta dell’adesso e mai più (e tra cinque minuti sta già pensando a cose ben più importanti come aggiornare la propria timeline).

 

The Killing, la serie che si perse nella nebbia: prometto prometto ma se prometto poi mantengo, diceva qualcuno, evidentemente rimasto inascoltato. La scelta, a monte, di puntellare il racconto seriale con ganci tensivi – i cliffhanger – poi puntualmente disattesi nei primi minuti di ogni episodio successivo ha segnato, come presuntivamente era facile ipotizzare, il destino di questa serie. Una serie che ha dilapidato, a poco a poco, il patrimonio di sospensione dell’incredulità che qualsiasi prodotto finzionale possiede per default. Una fune tirata fino a spezzarsi. Questione di fiducia. Se l’unica cosa che conta è costruire un universo credibile – poi, dentro, puoi metterci quel che vuoi, pure gente cieca che vola – come fare a credere a un plot che gira in tondo come un criceto e quando avanza, se avanza, lo fa mediante schemi narrativi così frusti? (Interno Aeroporto: la detective e suo figlio stanno correndo disperatamente, sono in ritardo e l’aereo che dovrebbe portarli altrove, cioè fuori dal racconto, ops, è già partito. Per l’ennesima volta dunque la protagonista, ops, deve restare ad occuparsi, suo malgrado, del caso al centro della serie. Yawn: è questo che chiediamo a una serie del 2011? No. Nel 1993, forse. Inventate una macchina del tempo, e ne riparliamo).

 

Cosa rimane dunque, a parte i maglioni-remake indossati dalla carneade Mireille Enos, a parte gli stock-shot aerei rubati a Shondona (Seattle, Seattle), a parte il talento sacrificato di Michelle “Maryann” Forbes? Rimane Missing, l’undicesimo episodio della serie.

 

A un certo ci siamo accorti che Amc, vuoi per necessità (produttive), vuoi per vezzo (come siamo bravi) aveva questa abitudine di infilare, come una pausa, un grosso respiro (che però non aiutava a calmare la narrazione, anzi), alcuni episodi diversi, degli a parte che coinvolgevano i due personaggi protagonisti, alle prese con una sorta di bilancio/rilancio dei propri destini seriali. Breaking Bad, che ne ha fatto un’abitudine stagionale ma sorprendente (l’ultimo esempio è Fly, 3×10). E Mad Men, per la precisione la mezzora finale di The Suitcase (4×07). Walt e Jesse, Don e Peggy: sempre assieme, comunque soli.
Fatte le debite proporzioni, The Killing segue uno schema analogo (segno di un Disegno Generale del network, cosa che fa, almeno questo, molto 2011): non c’è l’unità di luogo in senso stretto (il laboratorio, l’ufficio), ma rimane la città, Seattle, la pioggia costante, i grigi, i tormenti, le claustrofobie. Ci allontaniamo dal nucleo centrale della storia (respiro apparente) per andare in profondità, a conoscere meglio Sarah e il suo collega: chi sono, cosa vogliono, dove vanno. Domande senza interrogativi che lasciano intravedere quel che poteva essere e non è stato: lo specifico, i personaggi, questi personaggi. Ma è una luce flebile, che si spegne nel breve tempo che ci vuole a tornare nel porto sicuro. Cosa tiene davvero legati Sarah Linden e Stephen Holder? Ah, saperlo.

 

 

Una delle grandi eredità della serialità americana dell’ultimo decennio sta proprio in certi personaggi stretti tra loro a tripla mandata, personaggi che devono stare assieme, nel loro Destino Comune e Irredimibile, succeda quel che succeda. Uno sforzo di intenti, scritture, esiti, sia che ci si trovi ad Albuquerque che nella New York dei ’60. Uno sforzo a ben vedere necessario, per rimanere nelle cose e per non volar via al primo refolo di pitch, come invece, troppo spesso e ultimamente, sta accadendo.

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TuttoFaMedia • giugno 30


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Comments

  1. utente anonimo giugno 30 - 17:07

    The Killing, Rubicon e The Walking Dead non sono neanche veri show televisivi ma piuttosto atmosfere, stati d'animo, ambizioni. Certo, nel caso di TK e TWD alle spalle c'erano (ci sono) da un lato l'originale danese che è un capolavoro e dall'altro il fumetto di Kirkman che bastava che Darabont lo seguisse pedantemente per fare uno show eccezionale. Comunque, l'unico dei tre che un po' funziona è quello che ha uno showrunner presentabile (TWD) e l'unico dei tre che aveva grande potenziale narrativo è kaput.

  2. utente anonimo giugno 30 - 17:08

    s.

  3. utente anonimo giugno 30 - 18:46

    Told ya!

    Burdock

  4. utente anonimo giugno 30 - 19:07

    #1: aspaspasp io il fumetto non lo comprai in quanto TWD lo trovacqui buono all'inizio mediocre alla fine, e siccome son capaci TUTTI di essere buoni all'inizio ma far cagare alla fine… ma quindi mi dici che invece vale la pena?
    TFM: definisci "pubblico già sazio".
    Per il resto, sono ignorantissimo e concetti che dai per scontati manco so cosa siano. Unità di luogo. Pitch. Igiene orale.
    Dai, consigliami un libro. Dico sul serio, un libro per iniziare a capire un po' di termini tecnici,  per diventare un amateur saccente di roba televisiva di quelli odiosi che tipo alle feste c'è uno che vuole solo dire che gli è piaciuta quella tal serie e arriva il rompiglione wannabe-pro che si mette a sezionare i primi sei minuti della puntata dodici per dimostrare come sia tutto un costrutto pitchato per spettatori sazi che non si lavano i denti dopo. In due luoghi.
    Clem

  5. utente anonimo luglio 1 - 00:55

    #4

    Fumetto stratosferico. Tragedia greca trash alla fine del mondo. Personaggi bellissimi (appiattiti da Darabont) e storie avvincenti. Letti tutti d'un fiato i primi 70 e qualcosa numeri, non pensavo che mi avrebbe preso così, e poi attese infinite ogni mese per la nuova release. Visivamente non so giudicare, non è che sia un esperto di fumetti, ma a me lo stile dei disegnatori che lavorano con Kirkman piace. La serie decolla intorno al n° 20.

    s.

  6. utente anonimo luglio 1 - 13:52

    "Una serie che ha dilapidato, a poco a poco, il patrimonio di sospensione dell'incredulità che qualsiasi prodotto finzionale possiede per default"

    Verissimo. Il problema è proprio questo secondo me, da cui scaturisce una certa noia. Son ancora fiducioso er la seconda stagione, ma è una messa alla prova. se continua passo a guardare altro :P

    Noodles

  7. utente anonimo luglio 2 - 11:09

    Grazie s.!!
    ps: 70?! caperi!!

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