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L'essai, l'assai

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Questo giugno che non tornerà: Francesca Schiavone trionfa al Roland Garros, mentre io crepo di caldo in una bettola ungherese

 

- Non ho mica capito che devo fare
- You have to wait here
- Here dove?
- There, there

L’aeroporto di Budapest è grande quanto il salotto di casa dei miei. Arrivi che è tutto scritto in questo trionfo di z, di s, di parole lunghe, di accenti addirittura due accenti sulla stessa vocale. La prima cosa che impari quando arrivi a aeroporto budapestino è: FERFI vuol dire uomini, maschi o qualcosa del genere. NOI invece femmine, donne o qualcosa del genere.
Potenza dei cessi. Il punto è che io sugli aerei non faccio mai la pipì:
a) non mi viene lo stimolo anche se ce l’ho, lì, da qualche parte b) mi scoccia far alzare la gente anche se in questo caso trattasi di due parigini di cui uno affetto da produzione rigogliosa di forfora c) ho sempre paura che l’aereo caschi proprio mentre mi sto sgrullando the minchia: non sarebbe una morte dignitosa, no.

Gente di Ungària mi sa che lo sa che po’veri turisti di mondo non ci capiscono un cazzo e così ti vengono incontro se hai qualche problema. Primo problema che si palesa a te viaggiatore che sbarchi in terra magiara: come cazzo raggiungere la città. Niente di più semplice.
THE MINIBUS. In pratica tu vai lì allo sportello e gli dici l’indirizzo di dove devi andare e loro ti ci portano e lo stesso vale anche per il ritorno. Una specie di taxi privato collettivo. Ma è un servizio del Comune. E a prezzi molto modici:
- How much?
- Only Five Thousand
- Cooosa? 5mila?
(quei brevi momenti di panico che sei a terra straniera e ti dimentichi quello che hai letto cinque minuti prima di partire: a Ungària non ci sono gli euro, ma i FIORINI, un euro corrisponde a circa 275 fiorini, ma siccome il fiorino in questi giorni vale come la parola d’onore data da Berlusconi, può capitare che al mattino valga 250 e a sera 300: meno male che ho scaricato l’applicazione per l’iPhone).

Praticamente con circa 20 euro andata e ritorno tu non devi fare un cazzo: just aspettare che omino budapestino arrivi e ti porti a destinazione.
E quindi me ne sto quindici minuti THERE, in un punto imprecisato verso il vuoto indicatomi da graziosa signorina budapestia a guardarmi attorno, mentre gente di erasmus sbarca, si incontra, si abbraccia, gente che rivedrò due giorni dopo in vicoletti budupesti, coppie francesi, nessun italiano che bello le mie orecchie riposano finché spunta homino di ungària: TFM, sei proprio tu che devi andare a Moskva Tèr?

Moskva vuol dire Mosca, tèr vuol dire Piazza, insomma il mio alloggio è a Piazza Mosca: la STORIA, penso, su questo pulmino che ospita me e questi due marito e moglie un po’ anzianotti e autista budupesto brucia rossi di semafori e prende scaffe. Si muore di caldo, in questo pulmino senza aria condizionata, con una striscia pubblicitaria sul vetro che mi fraziona la visuale. Cumuli di macerie si alternano a graziosi campetti di calcio a casette con i tetti a punta come nelle fiabe. C’è un sole pallido, i negozi sono tutti chiusi che sono tipo le due di un sabato pomeriggio, per strada nessuno nel più classico degli abbiocchi postprandiali: tutto il mondo è paese, o qualcosa del genere.

Dunque Budapest. La mia posizione rispetto ai viaggi è questa: avete presente quelli che prima di partire si ingoiano cinque guide turistiche e incrociano dati e ripassano il Camera Fabietti nei punti cruciali della Storia del Paese che vanno a visitare e vedono film e leggono libri ambientati nella città che vanno a visitare? Benissimo: I’m the opposto preciso, rasentando the tabula rasa. Diciamo che mi piace la sorpresa, quel brividino di camminare e non sapere cosa c’è dietro l’angolo. Certo, magari poi la sorpresa non arriva uguale che ci sono città anche noiose, va detto. Ma non è il caso di Budapest. Budapest sorprende:  non me l’aspettavo, mentre vagolo sotto il sole di estate prematura, con 30 gradi e oltre.

Quando dico vagolare è che proprio a un certo punto, io proprio figlio di meridione, io tieffemmino con gli occhi neri e il mio sapor mediorientale, insomma proprio io rimango spiazzato da quest’afa, da questo sole che non basta la mano a proteggersi. Mi ritrovo così buttato su un prato di un parco di Ungària tra gente che legge, gente che va in bici, gente che si sposa. Sì, perché poi il copione prevede l’arrivo degli SPOSI, seguiti dai parenti, dal fotografo e dalla fanfara in questo strano corteo fatto di musica dell’est, di sorrisi e di rare bruttezze. Sì, gli sposi sono brutti. E sono brutti anche i loro parenti e i loro amici. Sono tutti brutti. Lei con la tinta bionda fatta male, lui con questo sudore che gli gronda dalla fronte. C’è una sproporzione, tra i due. E vorrei alzarmi e dirglielo, guardate che siete ancora in tempo, vedete che dovete fare. Ma poi penso che io lingua di Ungària non la conosco e quindi desisto.

Dicevo le sorprese. Non avere mète dunque perdere tempo nel senso di perdere il tempo, di non sapere, di non ricordare, di non voler fare altro che andare. E andare. C’è tanta gente, a Budapest. Gente che cammina cammina e cammina. Gente che in faccia non ha scritto niente. Impiegati come muratori come papponi come puttane come madri di famiglie come studentesse. Tutto si mescola, punti di vista frammentati, che fuggono da aspettative rassicuranti. Nelle facce di gente di Ungària non c’è niente, se non l’evidenza di questi tratti irregolari, sbilenchi, centrifughi. Disarmonie superstiti, sopravvissute, a testimoniare decenni di sofferenze, troppe sofferenze, di centenarie battaglie perse, di catastrofi evitabili, di Destini che avrebbero potuto fare ben altri giri e invece siamo arrivati qui, di fronte a questi portici, con il sole e il traffico e lo smog, tra una vetrina di scarpe converse a 15mila fiorini, un cantiere abbandonato che sa di piscio, un mendicante che si dimentica di tendere la mano, un ragazzo e una ragazza vestiti di rosso che offrono un imperdibile giro panoramico della città, un tipo in giacca e cravatta, fuori da un portone dai vestri oscurati, che prova invano a titillare bassi istinti occidentali con la più prevedibile delle sirene e cioè “strip strip inside”, questo kebabbaro che fa anche le pizze ma anche i panini con l’hamburger, una farmacia chiusa, una libreria anzi due anzi tre librerie di questa catena che si chiama “Libri”, e poi, infine e per il momento, questo bar, questo infimo bar con la tv accesa sul satellite.

flash luminoso e violento, porta che sbatte, nel mezzo tra il prima di ieri, di parigi tutta perfetta e che gli devi dire a parigi, e il dopo di budapest, con il fiume duna cioè il danubio che è in piena e hanno chiuso le strade, c’è questo momento di adesso, un televisore, un’immagine, un pezzo di immagine che spacca la vetrina, avrei potuto svoltare a destra invece sono andato a sinistra, un signore teneva un cane al guinzaglio, faccio un passo avanti, la mente registra, torno indietro, è un’immagine che conosco, torno indietro dunque, entro, senza dire nulla, senza chiedere permesso, mi siedo:
francesca schiavone ha vinto il primo set ma ora sta perdendo
. mi guardo attorno, il gestore del bar è dietro il bancone, lui e i suoi baffoni all’ingiù, in fondo al locale un ragazzo coi capelli rasta sta leggendo, una donna grassa sta fumando una sigaretta, la televisione è accesa su eurosport e io sono seduto su questa sedia di pelle consunta, francesca recupera punto su punto, questa stosur è fragile, fragile di carattere, la t-shirt piena di caldo mi si appiccica allo schienale, dai che fai il controbreak, urlo, il tipo coi baffoni si accorge di me, solo allora e da lontano gli dico che voglio una birra, sì portami una birra adesso, in questo pomeriggio fuori tempo e fuori tutto, portami una birra ghiacciata che sto morendo di sete e di stupore, con tutte queste coincidenze che si sommano e si sommano e francesca non sbaglia un colpo e io tifo e urlo e mi pare di essere da solo, intanto siamo al 5 pari e poi 6 a 5 e poi 6 pari e io mi guardo indietro il ragazzo rasta nella stessa posizione di prima, legge come se dovesse fare solo quello, per il resto dei suoi giorni, adesso anche il tipo coi baffoni si accende una sigaretta e il tie break inizia e se fumassi chiederei al tipo di farmi fare un tiro, 3 a 2, 4 a 2, 6 a 2, e insomma finisce come doveva finire, come era scritto in questo inizio di giugno che non tornerà, finisce con l’audio della tv che si abbassa e lady gaga  che guaisce, improbabile doppiaggio per le battute di francesca che fanno ridere mary pierce e i francesi tutti, finisce come doveva finire, non c’era tempo per un terzo set, che la birra era finita e budapest là fuori mi stava aspettando.

BudapestFrancesca Schiavonei viaggi di tfmquel confine sottilesporttennis

TuttoFaMedia • giugno 9


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Comments

  1. emmeblog giugno 9 - 12:34

    davvero bello.

  2. Virginiamanda giugno 9 - 12:40

    Io a Budapest per farmi capire ho parlato in latino.
    :)
    Leggendo ho pensato ad una parola nuova: il dimenticante
    Ciao tieffè

  3. utente anonimo giugno 9 - 12:45

    Sei tornato in gran forma
    applausi

    davjde

  4. utente anonimo giugno 9 - 13:29

    Bellissima Budapest, e se vuoi un consiglio, fatti un giretto al Szimpla, chè è un localino bellissimo… e sali alla città antica.. e mangiati quel dolce tutto arrotolotato su uno spiedo che due vecchi fanno lassù… e guardati i leoni del ponte… e vai all'isola margherita… e Divertiti!
    Sei in forma tfm.
    W.

  5. utente anonimo giugno 9 - 13:44

    great! ;-)

  6. Grace83 giugno 9 - 13:58

    di budapest ricordo la differenza spaventosa tra le due città, un ungherese che conosceva la pasta la molisana (quando gli italiani non sanno nemmeno dov'è il molise) e la giudicava migliore della Barilla (intenditore), e l'isola sul danubio con impianti sportivi spettacolari e fontana a tempo di musica.
    non mi fecero impazzire, ma povera buda e povera pest, le andai a vedere dopo praga, di cui mi innamorai seduta stante.
    semplicemente non reggevano il paragone.

  7. utente anonimo giugno 9 - 14:05

    Lasciati nel silenzio così a lungo per partorire questo…bè che ti devo dire, la lontananza fa bene. E' che a me quando ti leggo mi viene voglia di fare trooooppe cose, e non per ultima viaggiare.
    estia

  8. poggy giugno 9 - 14:18

    Direi che il titolo non ufficiale di questo post potrebbe essere "the bignamino di Budapest" :) E ti rivelo anche che l'Ungheria è abbastanza alta nella classifica dei posti che vorrei visitare, colpa di Bela Lugosi…

  9. TuttoFaMedia giugno 9 - 17:21

    *Tutti: stoici!

    *Virgh: una come te non poteva non notare ;)

    *W: già tornai, ahimè

    *Grace: mi manca, Praga.

    *Estia: con il tuo nick a budapest ci stai benissimo, tra l'altro!

    *Poggy: Buda e Pest, sì. Bela Lugosi: massimo rispetto per uno che si fa seppellire con il mantello di Dracula! :D

  10. yetbutaname giugno 9 - 18:30

    con un giro così ci sta anche il caldo

  11. unutente giugno 9 - 19:54

    Che bello rileggere finalmente i tuoi kmposts! Che come parola è corta ma qualcosa di budapestino ce l'ha.

    (e le risate della Pierce alle battute della Francesca son state una giuoia nell'emozione dell'EventOne!)

    Manu

  12. utente anonimo giugno 9 - 22:40

    Guarda che a me mi hanno fatto scoprire la Budapest notturna portandomi in un sacco di locali belli belli. Sei stato per esempio sulla terrazza-bar sopra i grandi magazzini in Piazza Luisa? E nei baretti nei cortili dei palazzi abbandonati? Bella e triste Budapest, hai fatto caso che gli Ungari non possono sorridere?

  13. TuttoFaMedia giugno 9 - 23:47

    *Yet: benedetto, per quanto mi riguarda

    *Manu: io all'inizio manco l'avevo riconosciuta, più in carne e sbracata e ridanciana.

    *Belg: baretti nei cortili: fatto. Terrazza-bar: mi manca, anzi al passato. Bella e tristissima. Il sorriso non è scritto nel loro destino, a quanto sembra

  14. utente anonimo giugno 10 - 10:20

    La cosa che mi sconvolge di come scrivi è questa tensione impercettible che sfocia in un climax di emozioni fortissime. Direi quasi orgasmico. Wow.

    Zion

  15. utente anonimo giugno 10 - 21:45

    perchè ho la sensazione di aver lasciato la mia valigia in viaggio? èer andarla a riprendere dove mi dici? potresti scrivere ancora? grazie.

  16. TuttoFaMedia giugno 11 - 08:33

    Zion: lo dico sottovoce, grazie

    *Moglie: va bene, ora scrivo ancora! :)

  17. utente anonimo luglio 10 - 19:53

    # 12 : vivo in Italia da più di 20 anni ma sono ungherese. Ho smesso di sorridere in Italia, paese troppo maschilista,  La Budapest che descrivi è letteraria, originale ma vista con gli occhi di un turista, ovviamente.

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