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L'essai, l'assai

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Prova a chiudere gli occhi, pensa a Palermo: cosa ti viene in mente?

 
“E così, tanti anni fa, me ne sono andato da Palermo”.
Di solito, a questo punto, guardo il/lo/la interlocutore/trice. Cerco di scrutare quale continuazione meriti. Quella breve. O quella lunga. Nel secondo caso, cerco comunque di essere sintetico: la mafia. Al suono di quella parolina magica, nella più parte dei casi scatta un mezzo sorriso di comprensione/compassione. Della serie: la mafia, capisco. E così si finisce con il discutere di comportamenti e indignazioni e stereotipi e immagini che tutti crediamo vere perché così ce le hanno raccontate e, infine, così ce le siamo raccontate. Se per caso invece non scatta il sorriso-di-chi-ne-sa, allora si può discutere -finalmente- di quel che è.

Palermo. Una settimana fa. Un uomo, sui sessanta, esce dal cancello di casa. Sette e mezza del mattino. Sta andando a lavorare. In giro non c’è nessuno. Si dirige verso il cassonetto dei rifiuti. Aziona il pedale e getta un sacchetto nero. In quel momento una voce alle sue spalle. Un uomo, come sbucato dal nulla, gli mostra un tesserino. Forze dell’ordine. Ordine. Il primo uomo è sorpreso. Chiede: “Cosa ho fatto?”. Il poliziotto dice: “Ha infranto la legge. I rifiuti si possono buttare solo tra le 18 e le 22. Devo farle una multa. Sono duecento euro.” L’uomo non crede alle sue orecchie. Guarda il cassonetto, stringe la visuale su una scritta piccola: “tra le 18 e le 22″. Si volta. Allarga la visuale. In basso a destra, una decina di metri più in là, seduta sul marciapiede, una ragazza sta piangendo. Le mani sul viso. “Come faccio, come faccio a pagare. Io non ho reddito, non ce li ho i soldi”. Davanti a lei altri due poliziotti. Uno dice: “Signorina, deve firmare il verbale”. L’uomo osserva la scena, non si capacita di come abbia potuto non accorgersi di nulla. Di come quella scena – la ragazza che piange, lì, alle sette del mattino, i tre poliziotti, già i poliziotti- sia totalmente assurda. Fuori sincrono, ecco. L’uomo si dirige verso la ragazza, le dice: “Stai tranquilla, dai, puoi anche non firmare, è un tuo diritto”. In quel momento il primo poliziotto interviene e si rivolge duramente all’uomo: “Non si intrometta, la signorina sa fare da sola. Può anche non firmare, ma la pratica andrà avanti lo stesso”. L’uomo fa un respiro, dice: “Va bene, non perdiamo altro tempo”. Il poliziotto gli porge il foglio del verbale e gli chiede: Ha qualcosa da dichiarare?”
L’uomo a cui hanno fatto la multa è mio padre. Il palazzo e il cancello e la strada sono il palazzo e il cancello e la strada in cui ho abitato per venti anni. La strada è una strada chiusa, quasi sempre deserta. In quel tratto non ci sono negozi, né uffici, niente. C’è giusto il capolinea di un autobus. Non ci capiti per caso, in quella strada.
Palermo. Anni fa. Un ragazzo sta tornando a casa. Guida la sua Panda bianca, imbocca una via a lui familiare. Da piccolo ci passava sempre, con sua madre, per andare a fare la spesa. La stessa via in cui qualche anno dopo scopriranno una villa appartenente a uno dei più famigerati latitanti della storia. Il ragazzo torna da una bella serata d’amore e risate, vede una volante della polizia. Un poliziotto gli fa segno di fermarsi. Lui rallenta, abbassa la radio, pensa al solito controllo di routine. Spera di sbrigarsi. Sono le tre del mattino. Il poliziotto si avvicina allo sportello, intima al ragazzo di scendere. Subito. Il ragazzo obbedisce. Mentre chiude la portiera dietro di sè, si guarda attorno. Nessuno. Non c’è nessun altro. Il poliziotto si avvicina a lui. Gli si para davanti, distanza minima: dieci centimetri. Occhi negli occhi. Il ragazzo ha paura. Non sa perché, ma comincia a tremare. Il poliziotto ha uno sguardo strano, i suoi occhi verdi non hanno espressione. Passano alcuni secondi, interminabili. L’uno di fronte all’altro. “Quanto l’hai pagata la patente?” chiede il poliziotto. “Non l’ho pagata, la patente”, risponde il ragazzo. “Come, non l’hai pagata? Tutti pagano la patente. Anche tu l’hai fatto. Dì la verità” “No. Ho fatto il corso alla scuola guida” “Allora hai pagato!” “Ho pagato il corso, non la patente”. Il ragazzo si sta innervosendo. Non è sempre piacevole avere un uomo armato -da solo, di notte- che ti fissa negli occhi e pensa di essere in un film di Kubrick. Il poliziotto fa un passo indietro, con ostentazione si sistema i bottoni della divisa, dice: “Puoi andare”.
Il ragazzo ero io -l’avreste mai detto?-. Tempo ne è passato. Il senso di  impotenza, quello no.

Ecco. Due episodi piccoli piccoli. Nemmeno troppo originali, a dire il vero. Forse aiutano, però, quando dici che mafia non è bomba né lupara; non è coppola né “minchia”. Ohhhh, sgomento. E allora? Mafia è assenza di regole; mafia è sopruso, agguato di chi dovrebbe proteggerti, mentre butti l’immondizia e a trecento metri più in là il mondo va alla rovescia; mafia è leggere che oggi hanno sdradicato l’albero piantato in memoria di Peppino Impastato e rimanere sgomenti non perchè qualcuno abbia osato tanto, ma che qualcuno abbia aspettato così tanto per osare così tanto; mafia è leggere che a Corleone, in occasione delle processioni pasquali, hanno abolito il divieto di non portare cappucci: tutti potranno coprirsi come vogliono, d’altro canto il superboss è stato arrestato e non c’è più pericolo che qualcuno approfitti del buio della religione per sparare a qualcuno. Mafia è andare a votare e votare mafia. Mafia siamo noi, ovunque e dovunque, che non abbiamo niente da vincere e niente da perdere. Mafia siamo noi, padri e figli, siamo noi, bella ciao, che partiamo. Mafia siamo noi, attenzione,  nessuno si senta offeso.

cose di siciliapalermoprivatostorie di noi brava gente

TuttoFaMedia • aprile 5


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Comments

  1. utente anonimo aprile 5 - 20:43

    Penso che incollerò questo tuo post nel mio sito domattina.

    Non ho altro da dire, hai egregiamente detto tutto tu.

    ciao!

    iSleepy

  2. paturniosa aprile 5 - 22:00

    Accidenti torno a casa, passo a vedere se hai scritto qualcoosa di nuovo per un ultimo sorriso prima della nanna ed ecco invece una cosa completamente diversa, a cui non aggiungere (troppe) parole, ma solo un grazie…

  3. Masblog aprile 6 - 00:47

    Questo spazio servirebbe a commentare, ma mi hai lasciato senza parole.

  4. Antursa aprile 6 - 10:08

    Ti aspettavo per renderti il nostro lavoro di qualche mese fa. E nell’attesa ho letto. E ho sentito. Esattamente nel momento in cui avevo voglia di farlo. Vorrei dirti cambiamo questo mondo.Ma. E allora ti dico banalmente restiamo ciò che siamo.

    Sic et simpliciter.

    Hic et nunc.

  5. toso70 aprile 6 - 10:15

    di questo genere di cose abbiamo sempre bisogno: magnifiche ( come il tuo post) che però ti fanno incazzare, magari anche avvilire, ma cmq prendere consapevolezza.

  6. UAU aprile 6 - 11:30

    Forse non si potrà estirparlo, ma denunciare (e raccontare) il male è già qualcosa. Una sorta di principio di cura. Speriamo (e vogliamo) che possa servire. Grazie del post.

  7. mrsBingTSSC aprile 6 - 15:55

    Bellissimo post,triste realtà.

    La mafia vive proprio di questo,dell’essere diventata un comportamento più che un’organizzazione.Forse bisognerà cominciare a rassegnarsi del fatto che finora abbia vinto lei,anche se,magari,non per sempre.Per ora.

    PS:mi dai il permesso di linkarti?

  8. TuttoFaMedia aprile 6 - 17:09

    iSleepy e NvL: ehm…non so che dire…boh…grazie dello spazio che mi avete dato: nessuno lo aveva mai fatto prima per me! ;)

    paturniosa: è che a volte, mi pigliano i 5 minuti e la mission di tfm (ricordi?) per un attimo passa in secondo piano

    Max: in senso buono, spero

    Antursa: mi piace il sic et simpliciter. va bene

    Toso: hai fatto centro

    Uau: non so davvero se possa servire. è come avere sempre la febbre. alla fine ti viene l’assuefazione.

    Mrs: certo, ci mancherebbe!

  9. morgania aprile 7 - 11:21

    Tu hai la strana capacità di stupirmi sempre…

  10. TuttoFaMedia dicembre 6 - 10:20

    Questo meme assomiglia tanto ad una seduta di psicanalisi. Però è gratis.

    [..] Qualche giorno fa il mio amico Paco mi ha passato un meme -lui li chiama catene di sant’antonio, e fa bene- che fa: Già, come? 1) Chi o cosa ti ha spinto a creare un blog? La seguente domanda: " -Mastella e Flavia Vento erano ancora da ven [..]

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