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L'essai, l'assai

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Libri che si leggono lentamente: Piperno e Sedaris

 
Da oggi su questo blog parte una campagna per la semplificazione della vita. Basta con eterne classificazioni, categorie che si disperdono in elucubrazioni pseudointellettualistiche e che alla fine non si capisce più niente. Basta. Il mondo è molto più semplice di come venga dipinto. E TFM è qui per ricordarvelo. D’altronde, non viviamo in un paese che è perfettamente spaccato a metà? Ecco, appunto. Da oggi si ragiona solo in termini binari. O di qua o di là.

Cominciamo con i libri e, in modo particolare, con i libri che si leggono lentamente. Due -solo due- sono le categorie:
1) I libri che si leggono lentamente perchè magari, dopo un inizio sfolgorante, tipo che ti scoli le prime cento pagine in dieci minuti, piano piano cominci a sentire il peso di una lettura piatta, che ha capito come funziona e si adagia sullo stesso schema che ripete circolarmente per altre trecento pagine. Risultato: noia sfinente, lettura a passo di bradipo, palpebre basculanti anche di prima mattina, lotta furente con la vocina dentro di te che dice “ma che te frega, butta quel libro da una parte e mettiti a leggere Topolino”, vocina che litiga con l’altra che dice “ma sei scemo? Non vorrai mica arrenderti proprio ora? Non è degno di te! E poi, vogliamo parlare dei nove euro che hai speso per accaparrarti l’ultima copia scontata sottraendola a quella vecchina che era in fila con te alla Feltrinelli?”, motivazione che in quel caso ti spinge a continuare, con qualche jump qui e lì (grazie, Pennac) ma che non ti evita: a)l’ineluttabile pensiero che ti accompagna per il resto di (quei) giorni -ovvero, Che palle!- una specie di autoflagellazione degna delle migliori suore della Misericordia, e b)l’ineluttabile pensiero che ti sovviene quando chiudi l’ultima pagina: “Che me venisse un colpo quando mi viene in mente di leggere ancora un libro che riporta in copertina la dicitura “La rivelazione letteraria del 2005″.
Esempio adamantino di questa categoria: il giaccitato “Con le peggiori intenzioni” di Alessandro Piperno. Scritto in una lingua italiana scintillante con migliaia di vocaboli differenti e ricercatissimi (e di questi tempi di melisse, pulsatille, passiflore e altre erbe propedeutiche è già tanto), procede tuttavia per parentesi quadre e graffe aperte e mai chiuse, con personaggi che si affastellano uno sull’altro (ne ho contati almeno uno a pagina, in media, cioè trecento) passandosi il testimone in modo isterico senza mai farti comprendere dove diavolo si voglia andare a parare. Centinaia di pagine che si avvolgono su se stesse per descrivere una -una sòla- situazione, con esiti a dir poco onanistici (se qualcuno- non credo eh- ha avuto la forza fisica e morale di leggerlo fino alla fine, saprà).
2) I libri che si lengono lentamente perchè magari, dopo un inizio sfolgorante, tipo che ti scoli cento pagine in dieci minuti, piano piano cominci a capire che anche il resto del libro è su quei livelli di sfolgoranza, e così cominci a rallentare, poco poco, a gestire la velocità, ad importi dei limiti assolutamente inutili -in quanto cozzanti con la natura stessa della lettura, che deve essere svago e non martirio-, combattendo una lotta furente con la vocina dentro di te che ti dice “dai, se riesci a tenere questo ritmo di dieci pagine al giorno puoi continuare in questo stato di beatitudine per almeno altre tre settimane” e l’altra che ti dice “ma no, dai ascolta te stesso, gnoti sautòn, finiscilo tutto d’un fiato, se proprio ti piace così tanto poi lo rileggi daccapo”, daccapo? e a quel punto trovi un onesto compromesso e finisce che ti fermi proprio all’alba dell’ultimo capitolo (o racconto) e ti ritrovi a fissare quelle parole e non hai il coraggio di farla finita, chè ti pare peccato e magari non ti piacciono gli addii. E quando accade, che deve accadere, allora passi tre giorni in lutto manco t’abbia lasciato -via sms- la fidanzata, giorni in cui ti ripeti che no, no, tu un libro come quello non lo leggerai mai più, e anche se sai che non è vero, e gli amici non riescono a tirarti su il morale, che loro, gli altri, tutti, non possono sapere, alla fine te ne fai una ragione, e l’unica cosa che puoi fare è collocare quel titolo in cima ai tuoi libri preferiti e d’ora in poi, a tutte le conversazioni mondane la tua unica missione sarà quella di: a) tirartela citando un autore che magari nessuno conosce e quindi trasformarti in dispensatore di consigli letterari e tutti ti considereranno un faro, un guru, un opinion leader; b) passare ore e ore a citare pezzi del libro con i pochi eletti che avranno già fatto quell’esperienza meravigliosa, con il risultato di regredire alla post-infanzia, quando le mattine scolastiche erano più lievi con frengo, epifanio, ho vintoquacchecosa etc.
Esempio adamantino di questa categoria: “Me parlare bello un giorno” di David Sedaris. Estratto (NON LEGGERE se si abbia anche la minima intenzione di seguire il velato consiglio di TFM e non rovinarsi la sorpresa, dunque). Parigi. Corso di francese con gente adulta di tutto il mondo. La professoressa chiede ad alcuni alunni di spiegare alla compagna marocchina (ovviamente in lingua francese elementare, qui tradotto in italiano, dato il livello principiante del corso), il significato della parola “Pasqua”.
A guidare l’assalto furono le polacche. Attaccò una delle due. “E’ un festa per piccolo figlio di Dio che chiama sè Gesù e…merda”. Cominciò a incespicare e la sua compatriota le diede man forte. “Lui che chiama sè Gesù poi un giorno muore su…due…pezzi di legno”. A quel punto intervenne più o meno tutta la classe, offrendo una serie di informazioni che avrebbero fatto venire un aneurisma al Papa. “Lui un giorno muore e poi va su sopra testa a vivere con il padre”. “aveva capelli lunghi, e dopo che muore il primo giorno dopo ritorna di nuovo a dire ciao a persone”. “lui bravo, Gesù”. “Fa cose buone, e alla Pasqua noi tutti tristi perchè qualcuno uccide lui, oggi”. In parte era un problema di vocabolario. Se già termini semplici come croce e resurrezione erano al di fuori della nostra portata, figuriamoci espressioni complesse come “unigenito figlio di Dio”. Di fronte all’impresa di spiegare quello che era il fondamento della cristianità, facemmo ciò che qualsiasi altro gruppo di individui con un briciolo di amor proprio avrebbe fatto. Parlammo di cibo.”Se volete il resto, scrivetemi e vi faccio le fotocopie. Ma non lo dite troppo in giro, sennò la prima categoria si svuota e questo post smette di avere senso.
Alessandro Pipernocose di mondoDavid Sedarismondo si divide in

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Comments

  1. utente anonimo settembre 1 - 20:26

    voglio le fotocopie. 215, rue de la croix nivert, 75015, paris. merci!

  2. TuttoFaMedia settembre 2 - 13:36

    Secondo me hai lasciato l’indirizzo di chez toi solo perchè vuoi che tutte le persone del mondo (tali sono i visitatori del mio blog, non ce n’è) ti riempiano di cartoline! Comunque vedrò quel che posso fare. Comunque se per caso, preso da altre incombenze, io mi dimentichi, e se per caso tu vada a londra, quando impari dignitosamente la lingua, comprati il libro in edizione originale. Spacca. (no, ancora non l’ho letto in originale, ma suppongo che sia così, ad occhio e croce).

    Stammi bene e in bocca al lupo per martedì.

  3. utente anonimo settembre 5 - 23:11

    le voglio anch’io. l’indirizzo non te lo lascio ma se accedi su msn te lo dico :p

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